L’ambientalismo tra movimento e politica

L’ambientalismo tra movimento e politica

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Negli ultimi anni la questione ambientale e la lotta contro il cambiamento climatico hanno conquistato un grande spazio nel dibattito pubblico, soprattutto nei Paesi occidentali, in particolar modo grazie all’azione della carismatica ragazza svedese Greta Thunberg e al movimento Fridays for Future, da lei ispirato. L’ambientalismo, però, è tutt’altro che una novità recente, e anzi può vantare una storia che oramai dura da più di un secolo, risalendo alla metà dell’Ottocento. Da allora ha attraversato varie fasi, alcune di grande impatto, altre invece di stasi, dove i suoi temi sono passati più in sordina. Una crescita incostante, ma contraddistinta dall’inevitabile legame con lo sviluppo industriale e dalla progressiva politicizzazione dell’impegno ambientalista.


Le tappe dell’ambientalismo: dall’Ottocento romantico alla politica ecologista

Una delle costanti nella storia dei movimenti ecologisti è la loro connessione con lo sviluppo industriale. È infatti proprio nelle nazioni più industrializzate[1] che, nella seconda metà del XIX secolo, l’ambientalismo prese vita, in una forma comunemente detta del conservazionismo elitario, collocabile nel periodo tra il 1890 e il 1960[2]. In questa prima fase non c’era un impegno politico attivo né particolari volontà o capacità di fare pressioni sul potere politico, e l’ambientalismo si traduceva in un atteggiamento che richiamava l’estetismo romantico. Concretamente, nacquero numerose associazioni volte a tutelare i paesaggi naturali, a salvaguardare gli animali e le piante a rischio di estinzione e a promuovere la creazione di parchi naturali[3], difendendo altresì i territori dall’appropriazione industriale[4]. Lo sviluppo dei movimenti ambientalisti si interruppe negli anni Dieci del Novecento, almeno in Europa, e non riprese in modo deciso fino al secondo dopoguerra. Continuava invece, sia pur in modo tutt’altro che veloce e deciso, negli Stati Uniti, meno coinvolti dalle problematiche che nella prima metà del Novecento attanagliarono l’Europa (le due guerre mondiali, la paura comunista e i totalitarismi fascisti)[5].

Negli anni Sessanta, il movimento ambientalista operò un vero e proprio salto di qualità in tutto il mondo, per molteplici ragioni. Anzitutto vi fu una diffusione inedita dell’industrializzazione, così come di nuovi metodi di produzione e di consumo aventi un forte impatto ambientale: un esempio su tutti è la diffusione della motorizzazione individuale[6]. Collegati a questo primo aspetto erano la sempre maggiore esigenza di produrre energia e il problema dello smaltimento dei rifiuti, mentre esplose, su scala planetaria, la questione demografica[7].

Di fronte a questi nuovi fenomeni, la lotta in difesa dell’ambiente cambiò di segno, e nel 1962 venne fatta partire la seconda fase, quella detta dell’ecologismo politico[8]. Fu in questi anni che vennero pubblicati libri che ebbero un ruolo cardinale nella storia dei movimenti ecologisti. Nel 1962 uscì Silent Spring di Rachel Carson[9], grazie al quale per la prima volta l’ambientalismo divenne centrale nel dibattito pubblico statunitense. Secondo Carson, era necessario un mutamento etico all’interno della società occidentale, la quale doveva abbandonare lo spirito di conquista che l’aveva caratterizzata per assumere, invece, un atteggiamento rispettoso di ogni forma di vita[10]. Fondamentale fu anche The Closing Circle di Barry Commoner[11], uscito nel 1971. La tesi di fondo dell’autore è che ogni volta che produciamo qualcosa maturiamo un debito nei confronti dell’ambiente, debito che va restituito; in epoca industriale questo ciclo si è rotto, con danni importanti per il pianeta ma anche per l’uomo, essendo questo sistema fondato su diseguaglianze sociali e geografiche[12]. Infine, altro testo essenziale per l’ambientalismo fu il rapporto sui limiti dello sviluppo commissionato dal Club di Roma al MIT[13], che ebbe un’influenza importante nel diffondere i principi dell’ecologismo[14].

In questa seconda fase, come emerge dai temi dei libri citati, il capitalismo fu l’imputato principale, il colpevole dei problemi ambientali individuato dai movimenti ecologisti. Non sorprende dunque che, in larga parte del mondo occidentale, l’ambientalismo si sia fuso con i movimenti di protesta del 1968, legandosi alla nuova sinistra libertaria[15].

Negli anni Settanta, poi, il movimento ambientalista trasse nuova linfa da due tipi di eventi. Da un lato, infatti, avvennero in quel decennio una serie di incidenti disastrosi dal punto di vista ambientale, di cui si ricorda in particolar modo (perché avvenuto in Italia) quello della ICMESA di Seveso, una società chimica dai cui stabilimenti ci fu una fuga di diossina che contaminò un territorio abitato da circa diecimila persone[16]. Dall’altro lato, invece, gli shock petroliferi di metà decennio fecero emergere la fragilità dello sviluppo industriale occidentale esclusivamente basato sui combustibili fossili, spingendo peraltro parecchi governi verso l’adozione dell’energia nucleare[17].

Fu proprio sul tema del nucleare che l’ambientalismo italiano si compattò e cominciò davvero una mobilitazione importante nella società, dopo l’approvazione del piano per la costruzione di centrali nucleari del 1975[18].

Alfonso Pecoraro Scanio. Fonte Wikimedia Commons

Si arriva così agli anni Ottanta, un decennio di transizione che preparò la completa istituzionalizzazione dei movimenti verdi italiani degli anni Novanta[19]. In quel periodo, sia pur in ritardo rispetto ad altri Paesi europei[20], nacquero varie liste ambientaliste che decisero di scendere nell’agone politico ed elettorale, prima soprattutto a livello locale (nelle amministrative del 1985 si presentarono liste verdi in 150 località[21]), poi, dalle elezioni del 1987, anche a livello nazionale[22]. In quell’anno per la prima volta i verdi si presentarono in elezioni politiche, e lo fecero con la cosiddetta Lista Verde, la quale ottenne intorno al 2% sia alla Camera che al Senato, eleggendo 13 deputati e 2 senatori. Nel 1990, infine, le numerose anime del movimento ambientalista italiano, e le varie liste che si erano presentate alle elezioni locali e alle europee del 1989 (quando si presentarono la Federazione delle Liste Verdi e i Verdi Arcobaleno separatamente), decisero di fondersi in un partito unitario, che prese il nome di Federazione dei Verdi e scelse come simbolo il già allora tradizionale sole giallo che ride su sfondo verde, con la scritta “Verdi” in basso.


La parabola elettorale dei Verdi

È bene passare rapidamente in rassegna i risultati elettorali della Federazione dei Verdi nel corso della sua storia, che, come detto, comincia nel 1990. Le prime elezioni politiche a cui i Verdi hanno partecipato con una lista unitaria sono quelle del 1992, che fecero registrare importanti novità nel panorama politico italiano: non c’era più il PCI, la DC scese sotto il 30%, ebbe grande successo la Lega Nord, mentre i Verdi ottennero un buon 2,79% alla Camera, eleggendo 16 deputati, e il 3,08% al Senato, che valse loro l’elezione di 4 senatori. In questo periodo, tra l’altro, i Verdi, che non furono coinvolti da Tangentopoli essendo appena nati, poterono sbandierare la lotta alla corruzione come uno dei punti focali della propria azione politica[23].

In occasione delle elezioni del 1994, per la prima volta si crearono delle coalizioni prima delle elezioni (se si escludono alcuni precedenti nella Prima Repubblica, come il Fronte popolare nel 1948), e la Federazione dei Verdi entrò nella coalizione di centrosinistra, guidata dal PDS di Achille Occhetto. Mentre il centrosinistra andò incontro a una sconfitta contro il centrodestra di Silvio Berlusconi, i Verdi non riuscirono a eleggere parlamentari nella quota proporzionale, ma entrarono comunque in Parlamento con 11 deputati e 7 senatori eletti in quota maggioritaria, grazie sostanzialmente ai voti degli altri partiti della coalizione[24].

Le elezioni del 1996 furono storiche sia per l’Italia che per i Verdi. Per la prima volta, infatti, fu il centrosinistra federatosi nell’Ulivo di Romano Prodi a vincere le elezioni e a dover di conseguenza guidare il Governo negli anni successivi. I Verdi, che non migliorarono dal punto di vista della percentuale elettorale, elessero però ben 10 parlamentari in più (14 deputati e 14 senatori in totale) rispetto al 1994, sempre grazie alla quota maggioritaria[25]. Ma soprattutto, i Verdi entrarono nei governi. Edo Ronchi fu infatti ministro dell’Ambiente nei governi Prodi e D’Alema, Laura Balbo fu ministra delle Pari opportunità nel governo D’Alema I, Gianni Francesco Mattioli fu ministro per le Politiche comunitarie nel governo Amato, insieme ad Alfonso Pecoraro Scanio che fu ministro per le Politiche agricole e forestali.

Le elezioni del 2001 segnarono l’inversione di tendenza per i Verdi, che non riuscirono a replicare i successi delle tornate precedenti, nonostante ci fosse Francesco Rutelli, un ex verde (ed ex sindaco di Roma), alla guida della coalizione di centrosinistra. I Verdi si presentarono alla Camera nella lista Il Girasole unendosi ai Socialisti Democratici Italiani (SDI), ma non riuscirono a superare lo sbarramento nella quota proporzionale. Riuscirono comunque a entrare in Parlamento con dieci deputati. Al Senato i Verdi eletti furono nove all’interno della lista unitaria dell’Ulivo.

Francesco Rutelli. Fonte: Wikimedia Commons

Su Rutelli e sulla sua azione come sindaco di Roma occorre fermarsi un istante. Eletto nel 1993, battendo Gianfranco Fini al ballottaggio, e confermato nel 1997, durante il suo mandato cercò di rilanciare la Capitale agendo su più fronti, tutt’altro che estranei all’agenda politica verde. Importante fu, ad esempio, il piano di potenziamento del trasporto pubblico, che poté giovare del contributo dell’assessore Water Tocci e che prevedeva soprattutto un deciso sviluppo della rete ferroviaria urbana (la cosiddetta “cura del ferro”). La realizzazione pratica, in realtà, fu più limitata rispetto alle intenzioni iniziali, ma la costruzione della linea 8 del tram e di nuove stazioni, nonché l’aumento delle vie metropolitane furono risultati importanti. Trovò spazio, nell’agenda di Rutelli, anche la spinta alla riqualificazione urbana. Anzitutto, nel 1997 fu approvato un nuovo piano regolatore per Roma, che tra le altre cose voleva porre fine allo sfruttamento edilizio e aumentare le aree tutelate e i parchi. Altra iniziativa importante fu il progetto Cento piazze, volto a restaurare piazze esistenti o a costruirne di nuove, sempre nell’ambito della riqualificazione dello spazio urbano. Infine, occorre citare un’applicazione abbastanza estesa della legge Rutelli (per il resto largamente disattesa) del 1992, proposta proprio dall’allora deputato verde, che prevedeva per i Comuni di dover piantare un albero per ogni nuovo iscritto all’anagrafe; Rutelli stesso sostiene che nel suo periodo come sindaco di Roma sono stati piantati centoventimila alberi.

Dopo cinque anni di opposizione, alle elezioni del 2006 i Verdi tornarono a presentarsi alla Camera con la classica lista Federazione dei Verdi, e a salire leggermente come numero di eletti, grazie anche alla vittoria della coalizione di centrosinistra di cui facevano parte. Pur non riuscendo a superare il 2% dei voti, furono ben 15 i deputati Verdi eletti. Al Senato fu scelta la via della lista unitaria con i Comunisti Italiani, denominata Insieme con l’Unione, che elesse complessivamente 11 senatori, superando il 4% dei voti. I Verdi entrarono anche nel governo Prodi II, con Alfonso Pecoraro Scanio che divenne ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio.

Quella del 2006 fu l’ultima gioia elettorale per i Verdi: nel 2008 scesero in campo con la Sinistra Arcobaleno di Bertinotti, che non superò lo sbarramento; nel 2013 fu il turno di Rivoluzione Civile di Ingroia, effimera esperienza di poco successo; infine, nel 2018, pur tornando all’interno della coalizione di centrosinistra con la lista Italia Europa Insieme (composta da Verdi, socialisti e da Area Civica), lo 0,58% di voti non permise di eleggere alcun deputato o senatore nella quota proporzionale. La lista conquistò due seggi nell’uninominale maggioritario (uno alla Camera e l’altro al Senato), ma nessuno dei due andò ai Verdi.

Ma quali sono, nello specifico, i principi ideologici su cui si fonda l’azione politica dei Verdi in Italia?


I principi ispiratori della Federazione dei Verdi

Lo Statuto della Federazione dei Verdi, all’articolo 1, illustra le basi ideologiche del partito verde italiano, e lo fa in 10 punti. Centrali sono ovviamente la tutela dell’ambiente e l’ecologia, che occupano svariati punti, tra cui il primo, il secondo e l’ottavo – quest’ultimo ha per tema la difesa degli animali. Altri temi sono però molto importanti, e spesso sono temi tipici della sinistra, come il terzo punto, che parla di sfruttamento del lavoro umano. Numerosi sono gli accenni terzomondisti[26], contro lo squilibrio tra il Nord e il Sud del mondo e tra le aree ricche e le aree povere. A tutto ciò si aggiunge la difesa dei diritti e delle libertà civili tipici delle democrazie occidentali (punto 7), la non violenza e l’adesione all’ONU (punto 6), la difesa della pluralità e la contrarietà a qualsiasi forma di razzismo o discriminazione (punto 5) e un convinto europeismo, tanto da arrivare ad auspicare l’unità politica dell’Europa in un’unione federale (punto 10).

Basandosi su questi presupposti, l’azione politica dei Verdi non poteva non svolgersi nel contesto della sinistra. E infatti, come si è visto, non solo i primi movimenti ambientalisti nacquero proprio nel contesto della sinistra, ma le stesse alleanze che i Verdi hanno stretto nel corso degli anni e delle tornate elettorali hanno guardato tutte al centrosinistra.

Fu da questi fondamenti ideologici che prese le mosse la concreta azione politica dei Verdi in Italia. Si è già citato il forte impegno contro il nucleare in occasione del referendum del 1987. Nel 1990 furono gli stessi Verdi a proporre due referendum abrogativi, contro la caccia e contro l’uso di pesticidi in agricoltura; in questo caso, nonostante la vittoria del Sì, i referendum non ebbero effetto, perché non fu raggiunto il quorum[27]. Nel corso della loro attività parlamentare e di governo, poi, i Verdi proposero e fecero passare varie leggi, che loro stessi elencano in un documento che celebra i trent’anni di storia dei Verdi italiani.


L’onda verde europea e la bonaccia italiana

Come si è visto, è dal lontano 2008 che i Verdi italiani non riescono a eleggere alcun parlamentare; i risultati non sono stati diversi nelle elezioni europee: nessun eletto nel 2009 con la lista Sinistra e Libertà; nessun eletto e meno dell’1% dei voti nel 2014 nella lista Verdi Europei; nessun eletto nel 2019 nella lista Europa Verde, quando però in termini percentuali c’è stata una risalita al 2,32% dei voti.

In molti Paesi europei le cose vanno in modo radicalmente diverso: alle elezioni europee del 2019 i partiti verdi hanno conquistato 67 seggi e sono il quinto gruppo parlamentare nell’emiciclo di Bruxelles. In alcune aree d’Europa i verdi hanno sbancato, superando il 20% in Germania, il 15% in Belgio e Irlanda e  il 13% in Francia, e andando benissimo anche in Austria e Paesi Bassi. Il partito verde austriaco è partner di governo dei popolari di Kurz e numericamente fondamentale per la maggioranza, mentre in Francia alle amministrative del 2020 i verdi hanno conquistato numerosissime città, tra cui Lione, Bordeaux, Marsiglia e Strasburgo. Tale tendenza ha portato molti commentatori a parlare addirittura di onda verde.

In Italia non si è visto nulla di tutto ciò – non potendo considerare un’onda verde l’aumento dallo 0,6% delle politiche del 2018 al 2,3% delle europee del 2019 – e più che un’onda quello che si vede è un mare in bonaccia.

Sono stati individuati vari motivi per i quali i Verdi in Italia non sono riusciti a ottenere alcun successo negli ultimi anni, malgrado la centralità del tema della tutela dell’ambiente e della lotta al cambiamento climatico e nonostante una congiuntura internazionale favorevole. Se ne prendono qui in esame alcuni.

Sicuramente ha una sua influenza il collocamento politico dei Verdi italiani, che, come si è visto anche nelle alleanze elettorali, varia tra la coalizione di centrosinistra e quell’area oggi identificata con l’espressione “a sinistra del PD”. Nel resto d’Europa non è più così. Pur partendo da posizioni di sinistra, infatti, molti partiti ambientalisti europei si sono spostati molto verso il centro negli ultimi anni; non è un caso che in Austria sia possibile un’alleanza con il centrodestra di Kurz (che, tra l’altro, ha avuto rapporti anche stretti con la destra populista di FPO, il Partito della Libertà Austriaco) e che in Germania siano possibili dialoghi con l’Unione Cristiano-Democratica (CDU) di Angela Merkel. In Italia, invece, l’ancoraggio, effettivo e percepito, dei Verdi all’area di sinistra dello schieramento politico impedisce loro di essere appetibili all’elettorato sì ambientalista, ma più centrista e moderato. D’altra parte, negli ultimi anni è stata l’intera area della sinistra italiana ad attraversare una crisi notevole[28]. Dal 2016 in poi, dal punto di vista elettorale i successi sono stati pochi – a livello regionale – e non per forza da celebrare, perché ottenuti con estrema fatica in alcune roccaforti storiche. Le elezioni politiche del 2018, in particolar modo, sono state un disastro sia per il PD sia per Liberi e Uguali, disastro che è stato bissato in occasione delle europee del 2019.

Inoltre, nell’area dove sono collocati i Verdi italiani, sono numerosissimi i partiti che hanno fatto dell’ambientalismo, se non un tema centrale, un elemento importante della propria azione politica. Il Partito Democratico è attento ai temi ecologisti, così come lo sono la galassia alla sua sinistra e quella di centro, con Più Europa (e al suo interno i Radicali Italiani), Azione e Italia Viva. Non solo: soprattutto nella sua prima fase, i temi dell’ambientalismo sono stati fatti propri dal Movimento 5 Stelle, che li ha per qualche anno monopolizzati, relegando ai margini i Verdi.

Vi è infine, probabilmente, un problema di classe dirigente, anziana e poco dinamica, nella quale peraltro mancano personalità in grado di attirare l’attenzione, di far parlare di sé e di imporre i temi di discussione al dibattito pubblico nazionale.

La conclusione comunque è certa: in Italia un’onda verde non c’è stata, e non si è vista nemmeno all’orizzonte. Dal punto di vista dell’ambientalismo, però, le cose si stanno muovendo ovunque. Dopo l’infausta uscita degli Stati Uniti di Trump dagli accordi di Parigi sul clima, la campagna elettorale americana ha visto come uno dei temi importanti la lotta al cambiamento climatico, e la vittoria di Biden fa ben sperare sul futuro impegno statunitense su questo tema. L’Europa, da sempre all’avanguardia, non è rimasta ferma, anzi. La lotta ai cambiamenti climatici e la tutela dell’ambiente sono capisaldi del Next Generation EU, il pacchetto di stimolo recentemente approvato dal Consiglio europeo per risollevare il vecchio continente duramente colpito dalla pandemia.

Al di là dei risultati elettorali dei partiti verdi in Italia e nel mondo, i temi della tutela dell’ambiente, della lotta al cambiamento climatico e dell’ecologismo sono al centro dell’agenda politica, e saranno probabilmente destinati a essere costantemente presenti nel dibattito pubblico negli anni a venire.

Emanuele Del Ferraro per www.policlic.it


Riferimenti bibliografici

[1] M. Sinibaldi, voce Ecologisti, movimenti, in Treccani.it.

[2] G. Carrosio, Ambientalismo e sistema politico, 2006, p. 7.

[3] Ibidem.

[4] M. Sinibaldi, voce Ecologisti, movimenti, in Treccani.it.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] G. Carrosio, Ambientalismo e sistema politico, cit., p. 7.

[9] R. Carson, Primavera silenziosa, Feltrinelli, Milano 2016.

[10] A. R. Montani e C. Marciano, Il movimento ambientalista tra passato e futuro, in M. Graviglia, L’onda anomala dei media. Il rischio ambientale tra realtà e rappresentazione, Franco Angeli, Milano 2012, p. 85.

[11] B. Commoner, Il cerchio da chiudere, Garzanti, Milano 1986.

[12] A. R. Montani e C. Marciano, Il movimento ambientalista tra passato e futuro, in M. Graviglia, L’onda anomala dei media, cit., p. 86.

[13] D. L. Meadows, D. H. Meadows, Verso un equilibrio globale: i limiti dello sviluppo, Edizioni scientifiche Mondadori, Milano 1975.

[14] A. R. Montani e C. Marciano, Il movimento ambientalista tra passato e futuro, in M. Graviglia, L’onda anomala dei media, cit., p. 87.

[15] G. Carrosio, Ambientalismo e sistema politico, cit., p. 7.

[16] Si veda S. Barca, Lavoro, corpo e ambiente. Laura Conti e le origini dell’ecologia politica italiana, in “Ricerche storiche”, XLI (2011), n. 3, pp. 541-550.

[17] G. Sabatucci, V. Vidotto, Storia contemporanea. Il Novecento, Laterza, Bari 2008, p. 358.

[18] R. Biorcio, Il movimento verde in Italia, Institut de Ciències Polítiques i Socials, Barcellona 1992, p. 5.

[19] G. Carrosio, Ambientalismo e sistema politico, cit., pp. 9-10.

[20] P. Ceri, Les Verdi en Italie: qui représente qui?, in “Politix”, III (1990), n. 9, p. 64.

[21] Ibidem.

[22] M. Sinibaldi, voce Ecologisti, movimenti, in Treccani.it.

[23] R. Biorcio, Les Verts en Italie, in P. Delwit e J.-M. De Waele (a cura di), Les partis verts en Europe, Editions Complexe, 1999, p. 187.

[24] Ibidem.

[25] Ivi, pp. 187-188.

[26] Il terzomondismo è un atteggiamento favorevole in vario modo nei confronti dei Paesi del Terzo Mondo.

[27] Per essere validi i referendum abrogativi richiedono un’affluenza di almeno il 50% più uno degli aventi diritto.

[28] Per un approfondimento sul tema si rimanda ad A. Lugli, I problemi irrisolti della Sinistra italiana, in Policlic n. 5, novembre 2020.

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