L’estremismo religioso al tempo della peste nera

L’estremismo religioso al tempo della peste nera

Tra isteria e follia collettiva: il fanatismo dei Flagellanti

La pandemia di peste nera che investì l’Europa tra il 1346 e il 1352[1] provocò il diffondersi di paure e isterie collettive che, ben presto, diedero vita a forme di estremismo religioso, caratterizzate da comportamenti irrazionali, a volte al limite della follia. All’epoca, infatti, nacquero gruppi di fanatici religiosi, composti da laici e chierici, identificati con i nomi di Flagellanti o Battuti, Frustati, Disciplinati. Questi, interpretando il contagio come una punizione di Dio, iniziarono a ricorrere all’autoflagellazione pubblica attraverso violenti e ripetuti colpi di frusta o flagello, detti “disciplina”, con lo scopo di espiare le proprie colpe e porre fine al morbo della peste nera[2].

In seguito, il numero degli adepti che aderirono ai Flagellanti e agli altri gruppi di fanatici aumentò in processioni e pellegrinaggi, dando luogo a considerevoli movimenti di masse che si diffusero tra le vie e le piazze d’Italia e d’Europa[3].



L’origine dei
flagellanti

Perugia, 1260. L’iniziatore del grande movimento dei Flagellanti fu l’eremita Raniero Fasani che, vestito di sacco, cinto di fune e con una disciplina di corregge[4] in mano, predicò al popolo l’autoflagellazione pubblica, formando il primo nucleo del movimento, denominato “Compagnia dei Disciplinati di Cristo”. Dalla città, il movimento raggiunse ben presto le campagne e le regioni limitrofe: Imola, Bologna, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Tortona, Genova, Aquileia e, in seguito, tutto il Friuli. Gli uomini praticavano l’autoflagellazione pubblica di giorno, mentre le donne di notte, nelle loro case o nelle chiese[5]. Dall’Umbria, poi, il movimento raggiunse rapidamente anche Toscana, Liguria e Veneto, fino a penetrare in Francia, Austria e Germania, con punte estreme nelle Fiandre e in Polonia[6].

Appare interessante la descrizione che un monaco padovano fece di queste processioni:

Nobili e plebei, vecchi e giovani, a due a due, scalzi andavano in processione preceduti dai gonfaloni e da Cappellani con la croce, piangendo e flagellandosi a sangue le spalle; di giorno e di notte e anche nel più freddo inverno, Cento, mille, diecimila giravano per le città portando la pace fra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, invitando tutti a pentirsi dei propri peccati e facendo restituire agli usurai e ai ladri quanto avevano mal sottratto.[7]

Le processioni di Flagellanti che si diffondevano tra le vie e le piazze delle città erano composte da uomini e donne a piedi nudi, anche migliaia alla volta, che a torso nudo praticavano l’autoflagellazione in circolo, mentre il capo intonava un cantico, ripreso poi in coro dagli altri[8]. La pratica della flagellazione, di norma, avveniva due volte al giorno e una volta la notte per trentatré giorni[9] – come gli anni di vita di Cristo.

Queste processioni creavano una gran confusione e potevano capitare anche disordini e abusi, che portarono a restrizioni e persecuzioni[10]. Il movimento, infatti, non era visto di buon occhio dai governanti, come i Ghibellini, perché predicava l’abbandono delle contese di partito e la pacificazione delle città. Ma non solo, anche il re Manfredi di Sicilia proibì le processioni e il condottiero Uberto Pallavicino minacciò la forca ai Flagellanti che intendevano muovere in direzione del Piacentino. A sua volta, anche la Chiesa era preoccupata perché alcuni di loro credevano che l’autoflagellazione, priva di sacerdoti e sacramenti, avrebbe potuto garantire da sola il perdono dei peccati e la redenzione. Nel movimento, inoltre, influirono vecchie e nuove eresie[11].


La piaga della peste nera e l’apice del fanatismo

 

Raffigurazione di Flagellanti, in Hartmann Schedel, “Cronache di Norimberga”, f. CCXVr. Fonte: Wikimedia Commons

L’inizio del XIV secolo vide, in Italia e in Europa, un mutamento per quanto riguarda le processioni dei Flagellanti, che furono guidate da sacerdoti e regolarizzate con norme precise. Nel 1334 il frate domenicano Venturino da Bergamo, con una predica, fu in grado di condurre fino a Roma un pellegrinaggio di Flagellanti, formato da diecimila partecipanti[12].

Ma fu l’avvento della peste nera, che devastò l’Europa tra il 1346 e il 1352, a comportare la creazione di disordini e irregolarità[13]. La convinzione che la fine del mondo fosse ormai imminente, infatti, favorì la proliferazione dei movimenti dei Flagellanti che, in questo periodo, raggiunsero il proprio apice[14].

I primi Flagellanti noti al tempo della peste nera comparvero in Stiria, in Austria, nel settembre del 1348, per la festa di San Michele; secondo gli Annali di Melk, “la moda della flagellazione continuò […] fino alla Pasqua”[15]. Qui, le prime processioni furono accompagnate da violenti temporali che rovinarono il raccolto di uve e cereali e che, ben presto, furono ritenuti premonitori di morte e distruzione[16].

La paura dell’imminente fine del mondo, nonché della morte e del giudizio di Dio, procurarono seguaci al movimento, in particolare nelle città. In genere, i Flagellanti girovagavano nelle zone non ancora colpite dal contagio per poter, insieme alla popolazione locale, implorare Dio di risparmiarli dalla morte e di rimandare la fine del mondo. A centinaia percorrevano le vie di villaggi e città, vestiti di stracci, intonando canti monotoni ma in grado di colpire il popolo. A caratterizzare i Flagellanti erano l’estasi, la pazzia, l’umiltà, ma anche il dolore e le ecchimosi provocate dai flagelli[17].

 

Nel 1355, Heinrich von Herford, nella sua cronaca universale Liber de rebus memorabilioribus, ben descrive gli strumenti di auto supplizio utilizzati dai Flagellanti[18]:

Ogni flagello era una specie di bastone dal quale sul davanti pendevano tre corde con grossi nodi. Questi nodi erano attraversati da spine di ferro incrociate, molto appuntite, che li passavano da parte a parte sporgendo dal nodo stesso la lunghezza di un chicco di grano o anche qualcosa di più. Con questi flagelli si battevano il busto nudo così che questo gonfiava assumendo una colorazione bluastra e si deformava e il sangue scorreva verso il basso imbrattando le vicine pareti della chiesa all’interno della quale si flagellavano. A volte si conficcavano le spine di ferro così in profondità nella carne che riuscivano a toglierle soltanto dopo ripetuti tentativi.[19] 

Nella processione, la guida era affidata a quattro maestri, ai quali era obbligatorio obbedire. A file di due, poi, i Flagellanti procedevano a piedi nudi, accompagnati da portatori di bandiere e di candele. La Cronaca di Limburgo descrive la drammatica liturgia dei Flagellanti[20]:

Portavano cappelli sui quali erano fissate delle croci rosse e ciascuno aveva dei flagelli che penzolavano e cantavano il loro canto […] Avevano due o tre primi cantori ai quali essi rispondevano. E arrivati in chiesa, la chiudevano, si levavano gli abiti fino a rimanere soltanto con una sottana che portavano sotto gli abiti così che dalla cintola alle caviglie erano coperti solo da un telo di lino. Durante la processione camminavano in file di due intorno alla chiesa e al sagrato e cantavano. E ogni partecipante si batteva con i propri flagelli, fin sulle spalle, così che il sangue ricadeva sulle caviglie. E davanti venivano portate croci, candele e bandiere e durante la processione cantavano […].[21]

I Flagellanti procedevano ritmicamente, allungando le braccia in direzione del cielo, per poi inginocchiarsi e cantare, o meglio gridare a Dio. Una volta determinati i peccati di ognuno, venivano riconosciuti pubblicamente con determinati riti: chi aveva commesso adulterio si coricava su un fianco; chi aveva commesso omicidio, segreto o noto che fosse, si voltava e rotolava sulla schiena; chi avevano giurato il falso, lo segnalava con una particolare posizione delle dita. Tuttavia, durante le flagellazioni, venivano evitate le lesioni che potevano portare a un’infezione o mettere a repentaglio la vita; d’altronde anche i bambini praticavano l’autoflagellazione[22].

Il momento culminante di una processione era “la predica dei flagellanti”, durante la quale, con una retorica dai toni popolareggianti, gli ascoltatori venivano esortati al pentimento e alla penitenza, ritenuta l’unica via per la redenzione. E le spontanee confessioni collettive dei propri peccati non erano di certo rare[23]. Questi metodi erano talmente diffusi che non mancano notizie di pellegrinaggi con centomila partecipanti, tutti eccitati all’idea di sottoporsi alla sofferenza della passione, a imitazione di Cristo[24].

A Tournai, in Belgio, duecentocinquanta Flagellanti, guidati da un eremita agostiniano, vagarono intorno alla città per nove giorni, tenendo in mano degli scorpioni e annettendo molti cittadini, frati laici e canonici[25]. Gilles Li Muisis, cronista del luogo, rivelò di non essere in grado “né di descrivere né di raccontare la devozione del popolo in quei giorni”[26]. Una cronaca di Tournai riferisce anche che, nelle processioni, i Flagellanti procedevano “calzando cappucci e battendosi con fruste finché il sangue non colava copioso”[27].

Goya, Una Processione di Flagellanti, olio su tela, 1812-14, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid. Fonte: The Yorck Project/Wikimedia Commons 

Le cronache, in particolare quelle ad opera di teologi, presentavano le processioni dei Flagellanti in modo quasi negativo. Questi, infatti, furono addirittura accusati di aver aizzato il popolo contro gli ebrei e, di conseguenza, di essere stati la causa o, ancora peggio, i diretti responsabili degli omicidi degli ebrei, che furono accusati di diffondere il contagio di peste nera, divenendone il capro espiatorio[28].

Tra il 1349 e il 1350, i Flagellanti furono collegati a disordini, crimini e omicidi. Alcuni li ritennero anche responsabili della diffusione del contagio. L’aumento dell’impopolarità del movimento era dovuto, innanzitutto, alla realizzazione che una maggiore partecipazione del popolo agli atti di penitenza non garantiva affatto l’allontanamento della malattia; ma contribuirono anche l’inclinazione alla criminalità, le sregolatezze sessuali e le evidenti accuse contro il clero[29]. I Flagellanti, infatti, contestarono importanti dogmi della Chiesa e misero in dubbio il sacerdozio, la confessione resa ai sacerdoti, l’assoluzione, l’amministrazione dei sacramenti, l’indulgenza e l’ufficio funebre[30]. La Chiesa iniziò a guardarli con sempre maggiore diffidenza, fino a definirli eretici[31]

Con il tempo, il movimento sfuggì al controllo dei suoi capi e le rigide regole iniziali[32] andarono in frantumi. I Flagellanti andavano mendicando per le città, derubando le case e depredando le chiese, disturbando le liturgie e abusando della disponibilità altrui a offrire aiuto. L’originaria ospitalità mutò nel suo opposto[33]. Nell’estate del 1349, molte città decisero di chiudere i portoni, in modo da poter tenere sotto controllo l’afflusso dei Flagellanti. Nel frattempo, migliaia di persone si unirono al movimento[34]. Nel 1349 la Germania fu attraversata da pericolose bande di Flagellanti, convinti di poter fermare il contagio praticando l’autoflagellazione per trentatré giorni e mezzo di seguito, con corde e nodi in cui erano inserite punte di ferro[35].



La condanna dei flagellanti

Il pontefice finì per vietare i pellegrinaggi dei Flagellanti ancor prima che degenerassero, anche perché favorivano il contagio[36]. Da Avignone[37], infatti, papa Clemente VI, con la bolla Inter sollecitudines del 20 ottobre 1349, indirizzata ai vescovi di Francia, Germania, Svizzera e Polonia[38], condannò gli atteggiamenti estremi del movimento. La bolla permetteva, in particolare ai vescovi locali, di prendere provvedimenti contro i Flagellanti, come l’incarceramento o la condanna al rogo di chi, tra loro, opponeva resistenza[39]:

In alcune regioni del Regno di Germania e dei paesi vicini, sotto pretesto di praticare la devozione e la penitenza, ma invero sotto l’ispirazione del Maligno, autore di tutti i mali, una sorta di religione vana e di invenzione superstiziosa, per la quale un gran numero di uomini semplici hanno cominciato a vilipendere il potere della Chiesa e la disciplina ecclesiastica, commettendo degli atti del tutto estranei alla vita, ai costumi e all’osservanza dei fedeli. I regolamenti e statuti che essi hanno abusivamente e temerariamente adottato, non sono affatto da errori e si oppongono alla ragione. Più grave è il fatto che alcuni religiosi, specialmente dell’ordine dei Mendicanti, che avrebbero dovuto distogliere gli altri e ricondurli nel cammino della verità, si servono della parola per condurli nell’errore.[40]

Ma i Flagellanti furono condannati dal pontefice per le dottrine eretiche che predicavano, e non perché praticavano l’autoflagellazione. Il pontefice, quindi, ordinò ai vescovi di dichiarare che la Santa Sede considerava il movimento dei Flagellanti e le loro pratiche come illecite e impose loro una proibizione perpetua[41]:

In conseguenza a tutti i chierici, sia regolari che secolari e a tutti i laici ingiungiamo di evitare e condannare totalmente queste associazioni e di non entrare in queste sette, né di osservare i loro riti, sotto pena di censure ecclesiastiche. Quanto ai religiosi poi, devono rifuggire da queste pratiche così inique, se non per l’amore di Dio, almeno per la confusione umana. Ma se persistono, saranno incarcerati, facendo ricordo, se necessario, al braccio secolare.[42]

L’uso moderato e controllato dell’autoflagellazione, però, fu approvato e, addirittura, elogiato dalla Chiesa, nonché praticato da grandi Santi[43]. Nella bolla, infatti, il pontefice aggiunse una precisazione, distinguendo quello che l’autoflagellazione poteva avere di buono e lodevole[44]:

Noi però affermiamo che non intendiamo affatto interdire ai fedeli né la pratica della penitenza, sia se è stata loro prescritta, sia se è spontanea, nelle loro case in privato o fuori in pubblico – eccetto che nelle associazioni, società e gruppi summentovati – a condizione che sia animata da retta intenzione e da una devozione sincera; né l’esercizio di atti meritori di virtù per servire il Signore con devozione ed in spirito di umiltà, secondo quello che Egli stesso avrà ispirato.[45]


Conclusioni

Al momento rimane un dubbio: il fanatismo religioso dei Flagellanti, che toccò l’apice nel 1349, ebbe luogo ovunque in egual modo? Recenti studi, per esempio, esprimono una maggiore inclinazione a vedere degli sviluppi regionali di queste forme di estremismo[46]. In ogni caso, rimane certo che le processioni dei Flagellanti, con le loro ondate di isteria e follia collettiva, modificarono radicalmente la vita pubblica delle città, ormai devastate dalla pandemia di peste nera. E gli uomini e le donne del tempo furono probabilmente colpiti dalla forza spirituale di questi penitenti. Il racconto delle loro danze e processioni, inoltre, ricorda talvolta le rappresentazioni teatrali alle quali il popolo, proprio nei momenti di crisi, era particolarmente ricettivo[47].

I Flagellanti, con le loro drammatiche processioni, caratterizzate da comportamenti estremi e irrazionali, ebbero il potere di dare delle illusioni ai popoli, disorientati dalla decadenza morale e politica del papato e dall’insicurezza dell’esistenza, per i quali la peste nera non rappresentò che l’ultima e la più terribile delle piaghe[48].

Beatrice Boaretto per Policlic.it



Note e riferimenti bibliografici

[1] Cfr. E. Del Ferraro, L’Europa in crisi: il Trecento dalla Grande carestia alla peste nera, in Policlic n. 8, https://www.policlic.it/leuropa-in-crisi/ (consultato il 6 giugno 2021).

[2] M. Trigilia, I Flagellanti, p. 3, in Academia.edu, https://www.academia.edu/6679172/I_FLAGELLANTI (consultato il 24 maggio 2021).

[3] Ibidem.

[4] Il termine “corregge” fa riferimento a delle cinture. 

[5] M. Trigilia, art. cit., p. 4.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 5.

[9] Ibidem.

[10] K. Bergdolt, La peste nera e la fine del Medioevo, Piemme, Casale Monferrato (AL), 1997, p. 165.

[11] M. Trigilia, art. cit., p. 5.

[12] K. Bergdolt, La peste nera e la fine del Medioevo, cit., p. 165.

[13] M. Trigilia, art. cit., p. 5.

[14] K. Bergdolt, La peste nera e la fine del Medioevo, cit., p. 165.

[15] K. Bergdolt, La peste e l’alba. La grande pandemia e le conseguenze inattese, Pienogiorno, Milano 2020, p. 143.

[16] Ibidem.

[17] Ivi, p. 144.

[18] K. Bergdolt, La peste e l’alba, cit., p. 144.

[19] G. Breccia, A. Frediani, Epidemie e guerre che hanno cambiato il corso della storia, Newton Compton, 2020, pp. 170-1.

[20] K. Bergdolt, La peste e l’alba, cit., p. 145.

[21] Ibidem.

[22] Ivi, p. 146.

[23] Ibidem.

[24] G. Breccia, A. Frediani, op. cit., p. 171.

[25] K. Bergdolt, La peste e l’alba, cit., p. 147.

[26] Ivi, pp. 147-8.

[27] P. Slack, La peste, Il Mulino, Bologna 2014, p. 53.

[28] K. Bergdolt, La peste e l’alba, cit., p. 149.

[29] Ibidem.

[30] Ivi, p. 150.

[31] G. Breccia, A. Frediani, op. cit., p. 171.

[32] Ibidem.

[33] K. Bergdolt, La peste e l’alba, cit., p. 150.

[34] Ibidem.

[35] C. Frugoni, Paure medievali. Epidemie, prodigi, fine del mondo, il Mulino, Bologna 2020, p. 339.

[36] G. Breccia, A. Frediani, op. cit., p. 170.

[37] Tra il 1309 e il 1377 la sede papale fu trasferita da Roma ad Avignone, in Francia. Le cause della cosiddetta “cattività avignonese” furono principalmente i cattivi rapporti tra papa Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo il Bello. Quest’ultimo, infatti, per poter finanziare le guerre del Regno impose delle tasse anche ai membri della Chiesa, che ne erano sempre stati esenti, suscitando così l’ira del pontefice.

[38] M. Trigilia, art. cit., p. 5.

[39] C. Frugoni, op. cit., p. 339.

[40] M. Trigilia, art. cit., p. 5.

[41] Ivi, pp. 5-6.

[42] M. Trigilia, art. cit., pp. 5-6.

[43] Ivi, p. 5.

[44] Ivi, p. 6.

[45] Ibidem.

[46] K. Bergdolt, La peste e l’alba, cit., p. 152.

[47] K. Bergdolt, La peste nera e la fine del Medioevo, cit., p. 174.

[48] G. Breccia, A. Frediani, op. cit., p. 171.

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