Sulla ciclicità del capitalismo. 1929: cronaca di un disastro annunciato

Fonte immagine: studenti.it

Nell’articolo precedente sono state esposte le cause principali che condussero l’economia americana al collasso, in un baratro economico durato diversi anni e che implicò ingenti sforzi per la ricerca di una via d’uscita. È emersa la colpa relativa ai comportamenti di Wall Street, dei suoi maggiori esponenti e delle nuove forme di organizzazioni finanziarie (holding e trust); ma anche alla sottovalutazione dei presidenti e delle varie amministrazioni che si sono succedute, che avrebbero dovuto vigilare sul sistema economico e sul mondo della finanza. Senza contare l’eccesso di ottimismo che aveva contagiato buona parte dei cittadini americani, il quale non consentì un giudizio della situazione in tempi ottimali. Oltre allo studio delle cause, vi è tutta una narrazione della crisi, elaborata sia nel corso di quegli anni sia nella fase successiva, quando si passò allo studio di quanto era avvenuto. Attraverso questa narrazione è possibile ricostruire i passaggi fondamentali che, prima e dopo le giornate nere della borsa, costituirono gli effetti reali della crisi e delle sue cause, al di là delle analisi storiche ed economiche. Per riassumere i tratti salienti di quanto avvenne, si farà riferimento principalmente al testo dell’economista John Kenneth Galbraith Il Grande Crollo, estrapolando e analizzando i tratti salienti di quanto lo storico ha ricostruito.

Quello che avvenne negli Stati Uniti del 1929, e in altre occasioni successive, fu lo scollamento del rapporto tra il valore di un bene e il suo prezzo. Ciò valeva per le azioni e per gli immobili. Proprio dal settore immobiliare arrivò infatti il primo campanello d’allarme di un mercato impazzito. Oggetto di questa speculazione fu lo stato della Florida. Grazie al suo clima invernale notoriamente temperato e più caldo rispetto al nord degli Stati Uniti, nel 1925 la Florida divenne teatro di ingenti speculazioni edilizie. Una volta cominciati i frazionamenti dei terreni, i loro valori salivano progressivamente grazie alla massa di compratori che giungeva da Chicago, New York e Washington. Con la progressiva vendita dei terreni vicini al mare, si cominciò a frazionare il territorio nelle zone più interne. Questa situazione logistica (alcuni terreni distavano anche più di quindici miglia dal mare) non veniva però precisata nella pubblicità: i terreni erano tutti in zona “lido”. A spegnere l’eccesso di questa speculazione intervennero due eventi. Il primo fu il fisiologico calo dei compratori, a partire dal 1926, che tuttavia non segnò la fine degli affari grazie alle capacità dei promotori. Il secondo, l’arrivo di due uragani nell’autunno del 1926, che causarono la morte di circa quattrocento persone e la distruzione di  numerose abitazioni. Erano gli effetti collaterali del clima tropicale, che mostravano “cosa poteva fare un carezzevole vento occidentale quando partiva dalle indie occidentali”, secondo quanto aveva scritto Frederick Lewis Allen. Nonostante questi eventi, gli americani non avevano intenzione di abbandonare il sogno di un posto al sole all’insegna della prosperità. Così scriveva sul Wall Street Journal Peter O. Knight l’8 ottobre del 1926:

La Florida è ancora lì con le sue splendide risorse, il suo meraviglioso clima e la sua posizione geografica. È la riviera d’America. [1]

L’autore continuava a vendere l’aspettativa di un boom immobiliare senza fine, quando in realtà bastava guardare i dati sulle contrattazioni per capire che era già finito. Le operazioni del 1925 in Florida corrispondevano a 1.066.528.000 dollari, nel 1928 soltanto 143.364.000. Eppure, la fiducia degli americani nella possibilità di un arricchimento rapido e senza fatica restò intatta.

Nel biennio 1928-1929 ci fu un continuo aumento dei valori delle azioni ordinarie a causa della situazione di scarsità in cui spesso si ritrovava il mercato azionario. Queste fasi in realtà duravano poco, per il fatto che l’elevata domanda di azioni da parte degli investitori si confrontava con la necessità di numerose società di offrirne, al fine di garantirsi una sempre maggiore quantità di capitale. In virtù della prosperità percepita dagli americani, si era disposti a investire senza porre particolari condizioni o creare problemi. Le strategie che le imprese perseguivano, sia quelle di grandi dimensioni sia quelle più piccole che cercavano di rafforzarsi, erano tutte orientate verso le fusioni, nell’intento di creare gruppi sempre più grandi che potevano controllare prezzi e produzione dei propri settori di riferimento. Questo procedimento di fusione garantiva la possibilità di ingrandire la base societaria e allo stesso tempo di aggirare l’ostacolo della legislazione antitrust americana, che si era rafforzata nel tempo. Le fusioni degli anni Venti non erano tutte uguali: vi erano quelle tra società concorrenti, utili per l’accrescimento reciproco dei profitti e l’annullamento della concorrenza, e quelle tra imprese che operavano in settori comuni ma in zone diverse del paese. Quest’ultimo fenomeno può essere considerato come un processo di integrazione nazionale, volto a una razionalizzazione delle capacità di produzione e distribuzione, per riuscire a raggiungere porzioni sempre più vaste del paese. Situazione simile era quella del settore pubblico, con una differenza in merito allo strumento che veniva utilizzato per il controllo delle diverse società unificate – la società finanziaria, ovvero la holding:

Questa [la holding] acquistava il controllo delle compagnie di gestione. Ma in certe occasioni acquistava invece il controllo di altre finanziarie che controllavano pure delle finanziarie che, a loro volta, direttamente o indirettamente tramite una finanziaria, controllavano le società di gestione. Dappertutto le compagnie locali dell’elettricità, del gas e dell’acqua vennero a dipendere da un gruppo finanziario.[2]

Si può rappresentare la situazione di quegli anni con un triangolo ai cui vertici vi sono una forte disponibilità a investire, una diffusa domanda di azioni ordinarie e la percezione negativa delle leggi statali e federali, viste come ostacoli che limitano le possibilità di crescita e sviluppo.

A partire dal 1929 si sviluppò un interesse sempre maggiore verso un modello di società d’investimento già noto in Europa, che si sviluppò velocemente anche negli Stati Uniti: l’investment trust. Come si muovono i trust sul mercato? Questi non operavano creando nuove imprese, ma consentivano agli investitori di possedere titoli di vecchie società per mezzo di nuove, in modo da aggirare il limite relativo alla quantità di capitale posseduto da un’impresa. Così facendo, i trust sancirono la netta separazione tra volume delle azioni societarie che venivano sottoscritte e l’effettiva consistenza patrimoniale di un’impresa. Conseguenza naturale di questa situazione fu il progressivo aumento del valore delle azioni possedute rispetto al patrimonio dell’impresa, con un rapporto spesso doppio o triplo[3]. A tale stato di cose concorsero anche le diverse operazioni messe in campo da queste società: spesso queste vendevano più di quanto acquistavano, gli extra-profitti venivano nuovamente investiti, aumentando progressivamente e in maniera sostanziosa il valore dei loro titoli. Volendo quantificare la dimensione di queste società negli Stati Uniti prima della grande crisi, il numero di trust e i capitali che riuscivano a mobilitare e gestire aumentò vistosamente. Se nel 1928 le società d’investimento erano 176, nel 1929 se ne formava quasi una al giorno. La consistenza patrimoniale di queste imprese finanziarie crebbe notevolmente, poiché nel 1927 capitalizzavano quattrocento miliardi e, solo due anni dopo, nel 1929, avevano un giro d’affari complessivo stimato attorno agli otto miliardi di dollari.

L’ascesa dei trust non fu però facilitata dalle istituzioni finanziarie. La borsa di New York, per esempio, ne accolse le quotazioni solo nel 1929, imponendo anche tutta una serie di verifiche e controlli sull’uso dei capitali, con report continui sulla situazione patrimoniale di queste imprese. In maniera quasi opposta venivano visti invece dagli investitori, dato che tutte le vendite di titoli andarono sostanzialmente bene anche quando, come spesso accadeva, si chiedevano capitali e investimenti per attività non chiaramente descritte. Si stava anche diffondendo un’ideale di ricchezza da condividere con tutti proprio grazie a questi strumenti sempre più accessibili. Fu il caso del trust per i poveri, un’idea di John Raskob, presidente del comitato nazionale democratico e legato alla United Corporation, il trust fondato dalla banca J.P. Morgan. Raskob era convinto che chiunque fosse in grado di risparmiare e investire anche piccole somme avesse la possibilità di arricchirsi anche se era necessario un più lungo periodo di tempo. Per velocizzare quest’operazione di ricchezza condivisa propose l’istituzione di un trust ad hoc per piccoli risparmiatori:

Si sarebbe organizzata una società per acquistare titoli. Il proletario munito, ad esempio, di duecento dollari avrebbe versato i suoi magri risparmi alla società che avrebbe allora acquistato titoli per l’importo un po’ meno modesto di cinquecento dollari. La differenza di trecento dollari sarebbe stata presa a prestito da una società finanziaria consociata e organizzata allo scopo, presso la quale si sarebbero depositati tutti i titoli come garanzia accessoria. [4]

Tutta questa costruzione finanziaria aveva fondamenta molto fragili e i primi segnali di cedimento non tardarono a manifestarsi. Il primo apparve nel settembre del 1929, con una flessione dei prezzi delle azioni che ha preso il nome dell’economista che l’aveva annunciata, Roger Babson:

Prima o poi verrà un crollo, e sarà forse terribile. […] Le fabbriche chiuderanno i battenti… gli uomini saranno buttati sulla strada… il circolo vizioso si chiuderà e si inizierà una grave depressione economica [5]

Quanto detto da questo studioso strideva pesantemente con l’andamento dell’economia e del mercato azionario dei mesi precedenti. Non vi era quindi alcuna ragione di sospettare che la situazione sarebbe precipitata e quindi non c’era motivo di dare ascolto alle nefaste previsioni di Babson. Eppure, il 3 settembre del 1929, il mercato cominciò a manifestare i primi segnali di calo della fiducia, con una prima fase discendente dei prezzi. Il giorno dopo si presentò la stessa situazione. Volendo portare un esempio, l’indice del New York Times, che raccoglieva le imprese più importanti, perse dieci punti. A dimostrazione della crescente tendenza alla vendita, il numero di azioni trattate alla borsa di New York era salito a 5.565.280, quando solo il giorno prima era stato 4.438.910[6]. Nonostante questi primi segnali, la risposta del mondo finanziario non si orientò nel tentativo di comprendere quanto stava accadendo ma, in continuità con l’atteggiamento di rifiuto e negazione di un crollo, tutti i personaggi più in vista del mondo della borsa si affannavano a tranquillizzare l’opinione pubblica. A partire da questa “flessione Babson”, i prezzi cominciarono ad avere un andamento molto irregolare, con giornate di crescita costante e altre di abbassamento. Il Wall Street Journal aveva cercato di comunicare che la fine stava per giungere, scrivendo nell’edizione del lunedì che:

Una ben nota caratteristica dei periodi di boom è che raramente si ammette come possibile l’idea di una loro conclusione nella vecchia spiacevole maniera.

Anche se non si vedeva, o mancava la volontà di farlo, il crollo era ormai vicino. Il primo vero giorno di panico fu giovedì 24 ottobre 1929: solo nell’arco di questa giornata vennero scambiate 12.894.650 di azioni[7], tutte ovviamente deprezzate, che fecero perdere ingenti quantità di denaro ai loro possessori. La vendita frenetica di azioni rispecchiava il tentativo di ridurre al minimo le perdite e recuperare quanto più capitale possibile, in un clima di sfiducia crescente. Per frenare il panico era stata messa in campo un’azione di “sostengo organizzato”. I più importanti personaggi del mondo delle banche e della finanza si erano riuniti quello stesso giorno negli uffici della J.P. Morgan & C. di Wall Street, annunciando la necessità di sostenere il mercato, mettendo insieme i loro fondi. I finanzieri presenti, Charles E. Mitchell della National City Bank di New York, Albert H. Wiggin della Chase National Bank, William C. Porter della Guaranty Trust Company, Seward Prosser della Bankers Trust Company e Thomas W. Lamont della Morgan, erano stati maestri della rassicurazione, evitando scrupolosamente di accennare a un crollo imminente e definendo quelle oscillazioni di mercato come una “condizione tecnica”[8] . Così, già solo la notizia della riunione di questi importanti operatori finanziari aveva rassicurato i mercati, riuscendo a bloccare la caduta dei titoli e aiutandoli a farne risalire il valore. Una nuova ondata di ottimismo si diffuse, con un’unica dichiarazione che stonava: il futuro Presidente degli Stati Uniti, Franklin D. Roosevelt, durante un discorso a Poughkeepsie espresse seri dubbi su questa “febbre della speculazione”[9], intraprendendo un cambio di rotta rispetto ai suoi atteggiamenti verso la borsa di qualche tempo prima[10]. Questa nuova fase ascendente dei titoli azionari durò tuttavia ben poco. L’instabilità tornò a farsi sentire in maniera accentuata lunedì 28; e questa volta il “sostegno organizzato” non era più una certezza.

Si era riaffermato come forza impersonale che sfuggiva al controllo di qualsiasi persona; e se questo fosse stato il modo in cui si presumeva che funzionassero i mercati, sarebbe apparito come una cosa orribile.[11]

Il crollo, nella sua dimensione peggiore, giunse martedì 29 ottobre. Alla rapida discesa dei prezzi si aggiunse la crisi di fiducia e il panico che ne conseguì si diffuse a macchia d’olio. Le vendite di azioni registrate alla borsa di New York arrivarono a quota 16.410.030, un aumento notevole rispetto ai mesi precedenti. Al netto della generale caduta dei prezzi, oltre alle grandi imprese quotate in borsa a essere colpiti con maggiore forza furono i trust. Qualche numero ci è utile per comprendere la reale portata di questo crollo: la quotazione dei titoli della Goldman Sachs Trading Corporations passò da 60 a 35; la Blue Ridge vide i suoi titoli scendere dal valore di 24 relativo a fine settembre fino a toccare i 3 punti durante il martedì nero[12].

Tutti furono investiti da questi ribassi e furono vittima di ingenti perdite. Nemmeno i grandi banchieri riuscirono a salvarsi, soprattutto quando emerse la volontà di non intervenire con qualche forma di sostegno organizzato. Questa scelta determinò non solo un ulteriore aggravarsi della situazione, ma ebbe anche come conseguenza la fine della posizione privilegiata di cui godevano i banchieri nella società. A partire da questo i banchieri divennero una sorta di capro espiatorio, considerati non più come degli abili creatori di ricchezza ma solo come speculatori senza scrupoli.

I patrimoni distrutti appartenevano in parte a grandi investitori, in grado di reggere il peso delle perdite, ma anche a piccoli investitori, che avevano visto svanire ogni possibilità di guadagno o di recupero delle perdite. L’economia reale fu fortemente colpita da queste perdite finanziarie. Giunti a questo punto, i richiami alla contemporaneità sono veramente lampanti. Sarà interessante comprendere a quali vie d’uscita pensò la classe dirigente di quegli anni, dovendo affrontare un tracollo che colpì la società nella sua interezza. Nei prossimi articoli sarà proprio questo l’obiettivo: quali interventi furono predisposti dalle istituzioni?

Luca di San Carlo per Policlic.it


Fonti bibliografiche 

[1] Galbraith, J. K. (2016). Il grande crollo. Milano: BUR Rizzoli p.16

[2] Ivi, p. 59

[3] Ivi, p. 61

[4] Ivi, p. 67

[5] Ivi, p. 103

[6] Ivi, p. 102

[7] Ivi, p. 117

[8] Ivi, p. 120

[9] Ivi, p. 126

[10] Ivi, p. 55

[11] Ivi, p. 130

[12] Ivi, p. 132

 

 

 

 

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