TAP: Le questioni italiane del gasdotto

Fonte: AboutOil

Come Tap ha gestito i suoi interessi economici e logistici? Come si relaziona con Governo e cittadini? Quali sono i problemi e i potenziali danni che scaturiscono dal progetto?

Premessa: la gara d’appalto

I rapporti tra Tap e lo Stato italiano nascono quando la Commissione Europea scarta, quantomeno per l’immediato futuro, il progetto Nabucco, gasdotto simile al Trans-adriatico che dal tratto turco del TANAP si dirama verso i Balcani, perché troppo costoso ed appartenete a società poco influenti a livello politico. L’interesse si è riversato quindi sulla proposta del tanto discusso Tap, nonostante la netta inferiorità infrastrutturale e capacitiva (10mld di metri cubi l’anno contro i trenta del Nabucco). Questa scelta è stata confermata definitivamente nell’estate del 2013 quando la SOCAR (Società di stato azera) ha nominato i vincitori al ribasso dell’appalto di costruzione del gasdotto: è da qui che tutto ha avuto inizio!

Il giallo dell’approdo

Non è facile immaginare per chi non è originario del Salento perché sia stato scelto come punto di approdo una meravigliosa zona rurale e soprattutto di ampia vocazione turistica. Proveremo dunque a spiegarlo brevemente in questo paragrafo iniziale.

Le controversie legate al punto di arrivo italiano nascono a partire dal 2008 quando, con 13 punti di approdo disponibili (concordati tra Tap e l’amministrazione di Vendola), venne scelta la località di Case Bianche (nord di Brindisi). L’opzione di un luogo già ampiamente industrializzato avrebbe rappresentato una scelta quantomeno più logica, nonostante gli impatti dell’opera stessa vadano ben oltre la questione dell’approdo. Tuttavia, dopo due anni di apparenti ispezioni e controlli si è giunti ad un repentino cambiamento che ha trasferito l’approdo nella rinomata marina di Melendugno, senza valide, giustificate ed esplicite motivazioni.

Perché, quindi, proprio San Foca? Le poche informazioni trapelate da questo spostamento si basano su una richiesta formulata nel 2010 dagli uffici tecnici del Comune di Brindisi (all’epoca commissariato) a Tap. Questa “offerta” mirava a far approdare il gasdotto in un’area a sud di Brindisi con il compromesso di far prima bonificare dalla società costruttrice la discarica della Micorosa (il sito di scorie chimiche a cielo aperto più grande d’Europa). Ma tutto ciò cosa avrebbe comportato? Una spesa onerosa: dai 500 agli 800 mln di euro, insostenibile in una gara d’appalto al ribasso. La scelta di San Foca, anche per via di motivi non del tutto noti, si è dimostrata infine l’opzione più appetibile dal punto di vista economico-finanziario, ma indubbiamente non da quello politico.

Le controverse questioni di Tap

Stabilito il luogo dell’approdo, da circa un anno sono iniziati i primi lavori e con loro sono venuti a galla i molti problemi (fino a questo momento rimasti nell’ombra):

Fonte: Avvenire.it

Impatto ambientale: Il primo effetto dannoso che è saltato all’occhio della comunità è stato il dover espiantare, come primo passo, un’ingente quantità di ulivi (oltre 10000 alberi, di questi “solo” 211 già espiantati nella prima area di Melendugno) che “verranno trattati in maniera maniacale” a dire della società, che minimizza il tutto concludendo con: “verranno monitorati fino a che non arriverà il momento di riportarli a casa”. Ovviamente, in un territorio che, insieme all’Andalusia, rappresenta il 33% del mercato olivicolo mondiale, questa situazione non è stata ben accolta. Senza considerare poi il grande ed inestimabile valore storico, sociale e culturale che gli ulivi rappresentano per il popolo Salentino fin dai tempi più antichi. Vien da sé, quindi, che con l’espiantazione degli ulivi ed un tubo che attraversa il sottosuolo per 8 chilometri l’impatto ambientale in merito al terreno sia elevatissimo. E come se non bastasse si aggiunge al tutto anche la logica incompatibilità del sottosuolo con un eventuale tubo, in quanto formato da sabbia e acqua fino a quarantacinque metri di profondità. Situazione che Tap “forse” dovrebbe considerare maggiormente.

L’altro grande protagonista del disagio ambientale, a causa del “particolare” percorso del Tap, è senza dubbio il mare. Nei suoi fondali infatti si adageranno decine e decine di chilometri di acciaio, cemento e ovviamente gas: tutti elementi – sicuramente inquinanti e pericolosi – che senza troppi problemi potranno compromettere attività fondamentali per la sopravvivenza a 360° dell’intero territorio, ovvero la pesca e il turismo. È risaputo, infatti, come San Foca, insieme alle altre marine di Melendugno, sia una meta molto apprezzata durante tutta la stagione estiva e che vanti da anni innumerevoli riconoscimenti per le sue coste e le sue acque pulite e incontaminate.

Impatto economico: Come già è stato accennato è naturale che, compromettendo il territorio di un paese che sopravvive grazie ad esso, il danno economico risulti alto e quasi “permanente”.

Per “venire incontro” alle violenze che il territorio sarà costretto a subire e per “tamponare” i danni del Tap, quest’ultimo ha cercato in questi anni di organizzare progetti di vario tipo (corsi di lingua, fondi per le associazioni, compensi di vario genere) e misere compensazioni (pochi milioni confronto ad un progetto di molti miliardi). Molto spesso, però, questi non sono stati accettati e sono stati addirittura criticati dai cittadini stessi che hanno dimostrato come l’amore della propria terra non abbia nessun corrispettivo valore finanziario. Dopotutto, come sarebbe mai possibile distogliere l’attenzione da un tale “mostro” con delle ricompense che valgono quanto la millesima parte dell’opera stessa?

Impatto politico-sociale: Per via dell’imponenza e del presunto “valore strategico” dell’opera non potevano certo mancare dei diverbi sul piano politico. Fin dai primi giorni di lavoro, infatti, le dispute tra Stato, Regione, Provincia, Comune e cittadini sono state quasi sempre un argomento all’ordine del giorno.

Il primo grande problema da evidenziare è senza dubbio la mancanza di una consultazione popolare volta ad informare circa “l’utilità” e la costruzione dell’opera stessa, un’opera arrivata sulle coste di San foca in modo del tutto anonimo e silenzioso. Sarà forse un tentativo per nascondere la vera natura finanziaria dell’opera? Probabilmente sì! E l’indizio di ciò la si ritrova nella forzatura attuata sul Titolo V della Costituzione in merito alle competenze tra Stato e Regione (fortemente in opposizione al progetto, insieme ai comuni della Provincia di Lecce) per quanto riguarda la decisione e il controllo di queste grandi opere: il Governo ha optato per la gestione autonoma della questione.

Fonte: Tagpress.it

Il secondo grande problema si sviluppa, invece, sul piano delle autorizzazioni. Tap ha dichiarato fin da subito, in seguito a presunti accertamenti, che la scelta di San Foca deriva anche dalla non presenza di posidonia oceanica e cymodocea nodosa (piante importantissime per l’ecosistema marino, per la qualità delle acqua e per la protezione delle coste dall’erosione) rispetto agli altri siti analizzati. Dichiarazione, questa, smentita fin da subito da ARPA Puglia che effettuando delle analisi approfondite, nel giugno scorso, ha riscontrato una forte presenza di entrambe le fanerogame marine intorno all’exit point del gasdotto.

Ma cosa vuol dire ciò? Significa che, essendo un habitat tutelato per l’importanza che questi abitanti marini rivestono, per ottenere l’autorizzazione unica è necessario che l’exit point debba tenersi distante almeno 50 metri dall’ultima pianta, in quanto il progetto non può interferire con esse e potrebbe essere addirittura compromesso dalle stesse. I fatti erano stati segnalati a loro tempo dallo stesso Comitato No Tap, per dimostrare come l’opera fosse incompatibile con il territorio, ma la società li ha sempre minimizzati superando così la prima VIA (Valutazione Impatto Ambientale).

Oltre ai molteplici problemi connessi a permessi, motivi politici e imprevisti geologici, un altro disagio per Tap è rappresentato oltremodo dal tempo. Eventuali ritardi dovuti alle questioni sopra elencate infatti, in passato, avrebbero potuto scoraggiare gli azionisti in quanto posticipare l’inizio del progetto avrebbe potuto comportare enormi complicanze finanziare: qualora i soci avessero ritenuto l’opera come irrealizzabile si sarebbe potuta verificare una liquidazione della società che alla fine si sarebbe ritrovata sovraindebitata.

Tuttavia la scadenza di inizio lavori c’era ed era fissata per il 16 maggio 2016. Ma cosa è accaduto infine? Nonostante la scadenza, i primi accenni all’inizio dei lavori non si sono verificati prima di marzo 2017 con quasi un anno di ritardo dalla data stabilita e a soli tre anni dalla presunta conclusione dei lavori. È palese quindi come l’opera in sé presenti numerosi ritardi e rallentamenti dovuti ai motivi suddetti, ma tutto ciò è a dimostrazione di come non esista una scadenza quando di mezzo ci vanno enormi interessi privati. Senza considerare come su 48 prescrizioni (58 quelle totali) riguardanti l’”ante operam” solo poche di esse siano state completate e approvate dal Ministero dell’Ambiente poco prima dell’avvio del cantiere.

Ci chiediamo, dunque – ancora una volta – come tutto questo (e molto altro ancora) sia possibile in uno Stato che vanta nel proprio nome la parola “Democrazia”. Ci chiediamo come sia possibile che un “sistema” del genere possa semplicemente essere pensato. Ci chiediamo come sia possibile che un progetto presentato come “utile e strategico” venga imposto con il silenzio (anche mediatico) e il malaffare. Ci chiediamo, infine, come sia possibile passare sopra, o minimizzare, problemi legati all’ambiente che da secoli stiamo egoisticamente maltrattando, mettendo al primo posto questioni legate agli interessi piuttosto che la salute, la sicurezza e lo sviluppo della comunità (che non si realizza attraverso un gasdotto fatto male). Una cosa è certa: continueremo a chiedercelo perché, forse, l’informazione è un’arma fondamentale nella lotta all’indifferenza.

Francesco Longo, Luca Abatianni e Daniele Candido per Policlic.it

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