The Man in the High Castle

Una serie TV capolavoro per un classico del genere distopico

The Man in the High Castle (serie televisiva prodotta da Amazon Studios dal 2015 al 2019)

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Philip K.Dick, The Man in the High Castle (Putnam,1962). Ristampa del 1965 pubblicata da Penguin Books. Fonte: Drümmkopf/Flickr

Siamo nel 1962 e a New York si celebra il giorno della vittoria nella Seconda guerra mondiale. Tutte le strade sono imbandierate per il lieto evento e tra coccarde e striscioni Joe Blake (interpretato da Luke Kleintank) va a trovare il suo amico John Smith (Rufus Sewell). Si ferma sulla porta di casa, urla “Sieg Heil!” e lo saluta a braccio teso.

The Man in the High Castle è la celebre ucronia nata dalla mente di Philip K. Dick, parte di una ipotizzata trilogia che purtroppo altri progetti e una prematura morte impedirono all’autore di portare a termine. La trama del romanzo è semplice e lineare. Fino al 1942 gli eventi scorrono come nella realtà storica, poi i nazisti prendono Stalingrado e la guerra contro l’Unione Sovietica si risolve in una vittoria definitiva, con l’annessione di tutto il territorio fino agli Urali. A quel punto la Germania si concentra nella creazione dell’arma atomica e nel 1945 bombarda Washington; la successiva invasione di terra porta alla fine della guerra e all’annessione della costa occidentale statunitense al Grande Reich Nazista. Gli alleati nipponici occupano la costa orientale (denominata in seguito “Stati giapponesi del Pacifico”) e tra le due superpotenze viene siglata la spartizione degli USA, con una stretta fascia chiamata “Zona neutrale” a dividere i due territori.
Nel romanzo di Dick ha un ruolo (seppur secondario) anche l’Italia fascista, che riesce a occupare l’Egitto, il Sudan, i Balcani e la Grecia, con un territorio tuttavia praticamente decuplicato dal prosciugamento del Mediterraneo dopo l’attuazione del folle progetto di Atlantropa, a cui i nazisti pensarono sul serio.

Nella serie TV di Amazon Prime c’è una piccola ma sostanziale differenza: Atlantropa è ancora agli inizi e non ci sono altri Paesi nel mondo se non il Terzo Reich (che si estende su Europa, Africa e appunto Nordamerica) e il Giappone, anche se viene citata la presenza dell’Argentina tra gli Stati che pare siano ancora indipendenti. Questa è l’unica pecca di una serie praticamente perfetta.

La storia segue le vicende di Juliana Crane (Alexa Davalos), ragazza di San Francisco appassionata di cultura giapponese, che improvvisamente vede morire sua sorella, uccisa dalla Kempeitai (la polizia militare nipponica) dell’ispettore Kido (Joel de la Fuente). Prima di fuggire e venire crivellata di colpi, però, la giovane consegna a Juliana un misterioso film dove si vede Berlino caduta in mano all’esercito sovietico e gli Alleati che hanno vinto la Seconda guerra mondiale. La pellicola suscita l’attenzione anche del compagno della ragazza, Frank Frink (Rupert Evans), un ebreo che ha cambiato il proprio cognome dopo la conversione al cristianesimo della madre per sfuggire alle politiche razziali che l’Impero giapponese ha esteso anche nei suoi territori.

La bandiera del Grande Reich Nazista dopo la vittoria della Seconda Guerra Mondiale. Fonte immagine: Wikimedia Commons

Dall’altro lato del Paese vive invece l’oscuro John Smith, Obergruppenführer delle SS, che cerca di resistere agli intrighi che dilaniano i territori americani del Reich difendendo strenuamente la sua famiglia dall’ingerenza del potere politico, anche se i suoi figli sono nati e cresciuti sotto la dominazione nazista. Le loro vite si intrecceranno in maniera definitiva a quella del Ministro del Commercio Nobusuke Tagomi (Cary-Hiroyuki Tagawa), che a differenza di Kido ha uno spiccato senso della giustizia e rispetta profondamente la cultura americana.

Le vicende ruotano attorno ai sempre più numerosi film sulla vittoria degli Alleati, che sembrano interessare soprattutto il misterioso e inafferrabile “Uomo nell’Alto Castello”. Sarà lui, Hawthorne Abendsen, il vero artefice di tutta la vicenda nella magistrale e stralunata interpretazione di Stephen Root. La presenza costante delle pellicole è considerata una vera e propria minaccia all’esistenza del regime a causa della mera possibilità che nel singolo rinasca un’opinione indipendente dalla massificazione indotta e pervasiva realizzata dagli organi statali.

Celebre in questo senso è il giuramento di fedeltà al paese e al Führer pronunciato orgogliosamente dal figlio di John Smith, Thomas (Quinn Lord), membro della Gioventù Hitleriana:

Giuro di osservare la legge, di adempiere coscientemente ai miei doveri a casa e a scuola ed essere fedele e obbediente. Giuro assoluta fedeltà fino alla morte al leader dell’Impero nazista, Adolf Hitler.

Fondamentali in tutta la serie sono gli alti gerarchi nazisti che appaiono continuamente in ritratti complessi e di grande profondità. Hitler (Wolf Muser), Himmler (Kenneth Tigar), Heydrich (Ray Proscia) e Eichmann (Timothy V. Murphy) sono personaggi spietati e tuttavia convinti fino in fondo del proprio operato, che ha trasformato l’imponderabile in una realtà concreta. In una delle prime scene assistiamo al viaggio dalla costa orientale a quella occidentale di Joe Blake (Luke Kleintank), personaggio impossibile da descrivere agevolmente a causa della sua crescente complessità: fermato da una pattuglia di polizia, viene incuriosito da una strana pioggia di cenere che per l’agente è assolutamente normale. “È l’ospedale – afferma l’uomo – il martedì bruciano gli storpi e i malati terminali, sono un peso per lo Stato”. È la banalità del male in un mondo dove eventi del genere sono ordinari e anzi necessari per la sopravvivenza della razza ariana di cui, per decisione del Führer, ad honorem fanno parte anche i giapponesi. Tanto banale quanto la sigla, Edelweiss, una filastrocca per bambini che descrive la nascita e la fioritura di una stella alpina che dà la sua benedizione a una patria divisa in superficie e devastata nel profondo.

Mappa geografica che raffigura gli USA spartiti tra Germania e Giappone al termine della Seconda Guerra Mondiale.
Fonte: Wikimedia Commons

Gli eventi delle quattro stagioni, per un totale di 40 puntate (la cui durata media è sui 45 minuti), danno spazio alle questioni sociali, culturali e politiche di un mondo che poteva essere e che, per fortuna, non è stato. Gli autori sono riusciti anche a inserire in maniera coerente e credibile lo stile e la moda americana degli anni Cinquanta e Sessanta all’interno di un universo in cui è l’ideologia nazista a plasmare ogni cosa. Nel corso delle puntate, ogni attore della vicenda emerge nel suo stile inconfondibile a causa del diverso adattamento di ognuno a una dominazione spietata e priva di umanità. Dei molti personaggi che emergono in maniera netta, tra i quali si segnalano soprattutto John e Juliana, riusciamo a conoscere il background e le aspettative tradite, in quanto ognuno di loro ricorda il mondo che era prima e cerca di cambiare a suo modo quello che è adesso.

La tendenza all’aggrovigliamento tipica di molte serie americane non è seguita dagli autori di The Man in the High Castle, i quali hanno preferito una storia semplice e lineare che muove da un inizio burrascoso e arriva a un finale ancora più sorprendente di quanto si potesse ipotizzare: nel mezzo assistiamo a vari colpi di scena che vedranno cambiare il Grande Reich Nazista in maniera completamente inaspettata.

Degna di nota è infine la fotografia, che ritrae i personaggi sotto una luce completamente autonoma e in ambienti modificati in maniera irreparabile dalla dominazione tedesca e nipponica. Uno dei momenti più alti della serie è infatti la ricostruzione al dettaglio della Berlino progettata da Albert Speer, il vero architetto del regime sopravvissuto alla guerra, con l’immensa cupola della Volkshalle che domina un mondo completamente trasformato dalla volontà del regime nazista, la cui ideologia è il vero motore di tutta la vicenda.


Christian Carnevale per www.policlic.it

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