Ugo La Malfa: un uomo tra il Governo e il centro-sinistra (1962-1963). Il contributo alla programmazione

Presentazione alla Camera dei Deputati del IV Governo Fanfani.

La Malfa non piaceva. Non piaceva alle classi alte del PSI, ai leader. Non piaceva a Saragat e ai socialdemocratici, o meglio non piaceva loro la sua linea di politica economica e programmatica. Non piaceva abbastanza ai comunisti, tanto da annullare la loro propensione a “non isolarsi dai socialisti”. “Ancor meno piace La Malfa a quei ceti parassitari, formatisi nel corso di molti decenni, come fall out sociale di un sistema economico dualistico e irrazionale, che li produce come segno drammatico della sua inefficienza, ceti che sono strutturalmente legati a chi detiene il potere” [1]. Queste le riserve di quella parte della DC che trovava la moderna concezione economica e politica proposta da La Malfa incompatibile con la propria.

La Malfa però credeva pienamente che la sua politica programmatica potesse risollevare i ceti più in difficoltà, in particolare nel Meridione.

Ciò che fu veramente importante, dopo il secondo conflitto mondiale, non fu solo l’aver provato ad aumentare il livello dell’occupazione e neanche l’aver cercato di frenare l’esodo della forza lavoro dalle campagne depresse verso zone di maggiore domanda. Ciò a cui veramente teneva La Malfa era di poter dare un “primo segno di vita civile” ai cittadini del Mezzogiorno. Questa grande responsabilità, sentita da lui quasi come una missione, gravava a suo parere su tutta la maggioranza, sul PRI, sui socialisti, socialdemocratici e cattolici di sinistra, ma soprattutto sui sindacalisti, che in quel momento più che mai rappresentavano milioni di lavoratori.

Uno sguardo agli anni Cinquanta

Questo grande progetto non nacque da un giorno all’altro, ma fu il frutto di un paziente lavoro che il sistema italiano aveva messo in atto nel corso del decennio precedente, seppur non sempre in maniera omogenea e talvolta con mancanze che spesso avevano compromesso il risultato finale.

Alcuni dei punti fermi del disegno programmatore si riversarono nel concreto, come la Cassa per il Mezzogiorno. La sua costituzione (1950) aveva fatto parte di un progetto che in parte sviluppava (senza manifestarlo apertamente) spunti dall’esperienza corporativistica fascista e dall’altra si ispirava alle suggestioni del New Deal (la grande bonifica della Tennessee Valley) e alle politiche anticrisi di Roosevelt. Nel progetto si intuivano influenze diverse: da quelle del dossettismo (il pensiero sociale cattolico allora più avanzato) a quelle del meridionalismo democratico, passando per un contributo che – attraverso Pasquale Saraceno e la SVIMEZ – proveniva direttamente dal grande laboratorio dell’IRI.

L’idea che vi dovesse essere un’azione guidata per il risanamento del Mezzogiorno fondata sull’istituzione di un organo autonomo, dinamico e quindi differenziato (se non addirittura antitetico) rispetto a quello tipico dell’organizzazione per ministeri della Pubblica Amministrazione era – come dimostrano gli studi più recenti – il cuore stesso del progetto Cassa per il Mezzogiorno.

Un’altra questione che stava a cuore al leader repubblicano dal 1951 era quello di creare una “struttura generale”, un Ministero attraverso cui si potessero determinare le questioni settoriali, Questo fu chiaro già quando La Malfa aveva pronunciato un lungo discorso sulla necessità della creazione di un istituzione che potesse contenere le soluzioni organizzative nei vari settori (come l’ENI nel campo del petrolio), ma era avvenuto solo nel 1956 (con la legge n. 1589 del 22 dicembre 1956), con la volontà di realizzare due obiettivi: liberare lo Stato dai pacchetti azionari e creare un azionariato pubblico equilibrato.

Tuttavia, nel 1954 venne presentato dall’allora ministro del Bilancio, Enzo Vanoni, lo “Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia nel decennio 1955-1964”, passato alla storia come Schema Vanoni. Esso prevedeva, effettivamente, una serie di risposte ai problemi economici intrinseci nella storia d’Italia, quali la via per aumentare al meglio l’occupazione, un’armonizzazione permanente della bilancia dei pagamenti e una ridistribuzione regionale del reddito, al fine di migliorare le condizioni economiche e sociali del Sud Italia e delle altre aree depresse. Fu uno dei primi interventi che prendevano in considerazione la situazione complessiva dell’Italia in una visione plurisettoriale e proprio su questo piano La Malfa pose le basi per i suoi sviluppi programmatoci.

Inoltre, fu il frutto del lavoro di un gruppo strettissimo di personaggi tra cui, oltre lo stesso Vanoni, Marcello Boldrini, Ferdinando Di Fenizio, Giuseppe Di Nardi, Salvatore Guidotti, Libero Lenti, Alessandro Molinari, Giuseppe Parenti, Pasquale Saraceno e Albino Uggè. Un contributo fondamentale alla sua diffusione lo diede la SVIMEZ attraverso l’iniziativa dinamica di Nino Novacco, che lavorò attivamente alla redazione del progetto.

Molti i punti salienti la cui analisi è fondamentale per comprendere le politiche di Piano più tardi previste da Ugo La Malfa. La discussione sullo “schema” di programmazione economica che seguì la sua presentazione differenziò l’approccio e la prospettiva politico-programmatica dell’economista siciliano da quello del resto della sinistra.

Commentava La Malfa:

Vanoni fu, in sede economica, quello che fu De Gasperi in sede politica. (…) De Gasperi tentava, con Segni, di rompere alcune strutture agrarie feudali del nostro Paese, ma Vanoni sapeva inserire questo processo in un processo di modernizzazione della vita del nostro Paese più vasto e profondo [2]

Per Ugo La Malfa, Vanoni costituiva un punto fermo dal quale partire. Dal 1954 in poi, l’oggetto della battaglia lamalfiana, sul solco delle misure previste da Vanoni, era consistito nella fine delle riforme a concezione parziale, alla lunga dimostratesi insufficienti e persino dannose, a vantaggio di riforme più unitarie. Ci fu poi la Commissione Papi, insediata dal ministro del Bilancio Pella per “procedere alla elaborazione di detto Schema” [3] (lo Schema Vanoni), presieduta da Giuseppe Ugo Papi. Era l’atteso proseguimento di una politica che stentava a decollare. Un altro studioso e economista liberale, Ferdinando Di Fenizio, definì la Commissione Papi “ponte tra l’uno e l’altro tipo di programmazione” [4] accostandola quindi a una “programmazione indicativa”, come venne effettivamente definita anche dal ministro del Bilancio Pella.

Gli impegni della programmazione: alcuni aspetti degli anni Sessanta

 l termine “programmazione” entrò in quegli anni nel lessico del legislatore, e in quello della politica in generale. Ma investì anche l’informazione e il dibattito del Paese. Non è certo un caso che nel 1979 la stessa parola venne aggiunta all‘“Enciclopedia del Novecento” dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, tramite una densa voce di Pasquale Saraceno.

La programmazione era considerata non un’azione politica, ma un fattore tecnico delle politiche economiche di tutti i Paesi, dalla Francia gollista agli Stati Uniti d’America. Le riforme di struttura, nella visione di La Malfa, erano il carburante del processo di “omogeneizzazione” del Paese. Il riformismo strutturale poteva riequilibrare l’assetto di una struttura economica fondata su una vasta area sovrasviluppata contrapposta ad un’area di forte depressione: “Noi chiudiamo gli occhi e non vediamo la realtà. Fingiamo che l’Italia circoli fra Milano e Roma” [5]. Non solo: l’aumento del reddito generale del Mezzogiorno non rappresentava, agli occhi dell’economista, la cura di tutti i mali. La dicotomia aree depresse – aree sviluppate non avrebbe smesso di esistere, se non grazie all’apporto di una politica governativa consapevole.

Sul piano della politica congiunturale, il PRI indirizzò costantemente la propria azione verso le forze politiche e sindacali per richiamarle alle proprie responsabilità in un momento delicato della storia del Paese. Vi furono, del resto, impegni programmatici del centro-sinistra che il PRI non tradì mai. È il caso della riforma della scuola, la cui importanza sul piano dello sviluppo e del progresso di tutta la società italiana non passò mai in secondo piano.

La “politica dei redditi” (altra parola-concetto chiave della elaborazione lamalfiana), per come la intendeva da La Malfa, non si rivolgeva soltanto ai lavoratori, ma chiedeva un impegno da parte di tutte le categorie, una limitazione dei redditi individuali più elevati e un controllo dei consumi voluttuari. Analizzando il rapporto tra la visione politica e il programma di riforme, si può citare ciò che il futuro segretario del PRI affermò sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica.

L’idea di base era di realizzare qualcosa di simile (naturalmente mutati i tempi) a quanto si era fatto all’epoca di Giolitti per le ferrovie: compensare le società detentrici del monopolio con una liquidità che esse avrebbero potuto/dovuto reinvestire nelle nuove aree dello sviluppo industriale (si pensava specialmente alla chimica). Perciò il provvedimento definitivo prevedeva la possibilità di salvaguardare le vecchie società elettriche, in modo da inquadrare le loro capacità imprenditoriali e organizzative nel quadro di una politica di sviluppo equilibrato: bisognava “distinguere fra la situazione psicologica, del tutto pessimistica, creata dall’attesa del provvedimento stesso, e quella che potrà risultare da una sua considerazione calma ed obiettiva. La nazionalizzazione non ha espropriato gli azionisti, ma ha riconosciuto i loro legittimi interessi” [6]. La situazione economica dell’Italia – ragionava La Malfa – non appariva, soprattutto rispetto a quella degli altri Paesi, pessima. Tuttavia, aspettarsi una riforma che mettesse d’accordo tutti era illusorio. Occorrevano scelte coraggiose, anche a costo di qualche dissenso.

Un ulteriore fronte fu il coinvolgimento delle future Regioni, delle quali si parlava come di un convitato di pietra, giacché, in verità, sarebbero state istituite solo nei primi anni Settanta. Rispetto alla Nota aggiuntiva l’accento più importante e innovativo, mantenuto con Giorgio Ruffolo nel primo governo Moro e con Giovanni Pieraccini [7], fu l’importanza data a quelli che i programmatori chiamarono gli “impegni sociali del reddito”, cioè la costruzione per la prima volta di un welfare italiano. Questi progetti ebbero poi i loro frutti nel Primo Piano Giolitti.

Vi era un obiettivo fondamentale, ossia quello della piena occupazione. Era però necessaria la radicale riorganizzazione delle istituzioni statali per realizzare la programmazione. Sin qui, per definire la politica riformatrice di La Malfa è stato usato il termine “strutturale”. In realtà Ginsborg riserva questo termine al progetto di Riccardo Lombardi, utilizzando per il primo il termine di “riforme correttive” (lo storico inglese avrebbe coniato anche un terzo termine per definire la politica di Moro, ossia quello “minimalista”, con il quale i dorotei accettarono il centro-sinistra [8]). Tuttavia Lombardi era solo una delle tante anime del partito di Nenni. Chiarificatore è il conciso giudizio dello storico Voulgaris: “La differenza tra Nenni e Lombardi era che per Nenni veniva prima l’aspetto politico del centro-sinistra, per Lombardi il contenuto programmatico” [9].

La corrente all’interno del Partito socialista che più insisteva sul tema della programmazione era, come si è visto, quella di Riccardo Lombardi. Per Lombardi, le riforme non avevano solo lo scopo di modernizzare il Paese, ma miravano a creare un modello capitalistico alternativo poiché, anche quando puntavano, attraverso manovre strumentali, a un aumento del benessere individuale e collettivo, non potevano incidere fortemente anche sulla struttura dello Stato. Il riformismo lombardiano fu definito da Gilles Martinet “riformismo rivoluzionario” [10], poiché “orientato a rovesciare i rapporti di forza interni alla società capitalistica e a rimuovere la radice dello sfruttamento, senza tuttavia ricorrere a una rivoluzione armata” [11].

Per concludere, si può dire di poter ritrovare in La Malfa una capacità rara nei suoi colleghi dell’età repubblicana: la capacità di “leggere” i problemi italiani con lenti sovranazionali e potenzialmente globali. Forse solo Togliatti poteva vantare una simile esperienza internazionale, anche se circoscritta al mondo sovietico. Nei suoi discorsi, La Malfa avrebbe spesso palesato l’inferiorità della produzione europea in confronto a quella mondiale. Nonostante la fase di alta congiuntura degli anni Cinquanta, infatti, egli avrebbe sempre sottolineato il carattere strutturale dell’inferiorità economica di alcuni singoli Paesi europei. Si trattava, per l’appunto, di un problema di carattere strutturale, difficile da risolvere se non con un intervento organico [12]. Superare il nazionalismo e il particolarismo annidato in alcune giunture dell’organizzazione statale: questa era la chiave di volta per perseguire il “progetto federalista”. Non più “l’Europa delle patrie”, ma una concezione “sovranazionale” e, in questa prospettiva, il risvolto economico sarebbe stato quello di “creare una reale comunità politica ed economica fra i sei Paesi del mercato comune” [13].

La distanza che intercorreva tra l’Europa e gli altri Paesi industrialmente sviluppati ingenerava il rischio che l’Europa non sarebbe più stata in grado di stare al passo con il ritmo di espansione mondiale. Difficile sarebbe stato non notare come il sole sull’Europa stesse tramontando lasciando spazio ad altri centri di sviluppo.

Claudia Ciccotti per Policlic.it

 

Riferimenti bibliografici

[1] S. Telmon, Ugo La Malfa. Il professore della Repubblica, Milano, Rusconi, 1983, p.12.

[2] U. La Malfa, introduzione di P. Craveri, La passione di Vanoni, “La Voce Repubblicana”, a. XXXVI, n.42, 18 febbraio 1956, ora in U. La Malfa, Scritti 1953-1958, Roma, Fondazione Ugo La Malfa, 2003, p.519.

[3] Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica, introduzione di P. Ruffolo, La programmazione economica in Italia, [s.l], [s.n], 1967.

[4] F. Di Fenizio, La programmazione economica, Torino, Unione tipografico-editrice torinese, 1965, pp. 278-9.

[5] U. La Malfa, Discorsi Parlamentari, Roma, Camera dei Deputati, Segreteria generale, Ufficio stampa e pubblicazioni, 1986, p. 699.

[6] Intervista al ministro La Malfa, in Lo schema di nazionalizzazione dell’energia elettrica, “Mondo Economico” (supplemento), anno XVII, n.26, 30 giugno 1962, ora in ACS, Fondo IRI – Pratiche degli uffici (numerazione nera), b. STU/613, fasc.5.

[7] Pieraccini diede vita al piano quinquennale 1966-70 che prende il suo nome (per lo più rimasto inadempiuto).

[8] Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi. 1943-1988, Milano, Einaudi, 1999, pp.359-362.

[9] Y. Voulgaris, L’Italia del centro sinistra, Roma, Carocci, 1998, p.104.

[10] La formula è espressa anche da altri autori: G. Sabatucci, Dal 1956 ad oggi (vol.6) in Storia del socialismo italiano, Roma, Il Poligono, 1981.

[11] Archivio Centrale dello Stato, Fondo V. Foa, b. 17, fasc.1, A. Ricciardi, Foa, La Malfa, Lombardi. Ex-azionisti di fronte al centro-sinistra. 1956-1964, p.200.

[12] Si veda, per esempio, U. La Malfa, Il mercato comune e il rapporto di Bruxelles, “Nord e Sud”, a. III, n. 20, 1956 anche in U. La Malfa, Scritti 1953-1958, cit., p.612-624.

[13] U. La Malfa, L’obiettivo di una comunità sovranazionale, “La Voce Repubblicana”, a. XLI, n. 130, 8 febbraio 1961 ora in U. La Malfa, Senza l’Europa avrete il deserto. Citazioni dagli scritti e dai discorsi, S. De Bartolomei (a cura di), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005, p.27.

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