Intervista a Marcella Corsi

Intervista a Marcella Corsi

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Marcella Corsi si definisce innanzitutto un’entusiasta sostenitrice dell’economia femminista, di cui, all’inizio di quest’intervista, ripercorre le origini recenti, parallelamente alla propria crescita come ricercatrice e lavoratrice sui generis nel campo dell’economia. Attualmente professoressa ordinaria di economia presso il Dipartimento di Scienze statistiche della Sapienza Università di Roma, ha prestato il suo sapere in campo economico per diverse agenzie internazionali ed europee (OCSE, Commissione europea, Parlamento europeo, ecc.), con una speciale attenzione per lo sguardo di genere nell’analisi dei fenomeni economici.

Il punto di vista di Marcella Corsi su temi che spaziano dall’economia politica alla politica economica, in particolare riguardo allo scontro tra sfera produttiva e riproduttiva nella società, incarna una postura intersezionale nell’affrontare argomenti di importanza quotidiana, così come nel gestire approcci metodologici che facciano emergere la complessità delle differenze anche in campo statistico.

Dal dialogo con la professoressa Corsi emerge un’economia ferita e simultaneamente rinvigorita. Lo scontro con le astrazioni degli economisti tradizionalisti, tanto del passato quanto del presente, rivela l’ipocrisia di modelli di calcolo basati su soggetti irrealistici o su un paradigma di individuo standardizzato – maschio, bianco e occidentale. Tuttavia, la materialità dell’individuo, se osservata nella vita quotidiana e colta nelle sue diversità di genere, generazione, razza e classe sociale, traccia nuove traiettorie e modelli per l’analisi dei fenomeni economici più disparati, introducendo una maggiore complessità ma liberando anche il potenziale della diversità a discapito di un’astrazione degradante e omologante.


Quando e perché nasce il suo interesse nell’assumere un’ottica di genere negli studi che lei ha scelto?

Dovrei raccontare la mia vita, ma sarebbe troppo lungo, e in realtà è abbastanza facile per me rispondere a questa domanda. Ho conseguito la prima laurea in scienze statistiche con orientamento economico, quindi nasco come economista applicata. Poi ho fatto il dottorato in Inghilterra, quando ancora non era così comune andare all’estero a studiare. Prima di allora avevo lavorato a Berlino in un centro di ricerca internazionale, in una divisione che si occupava di mercato del lavoro. Tornata dall’Inghilterra, ho preso posto come ricercatrice in economia applicata presso l’Istituto di studi per la congiuntura e successivamente ho vinto il concorso nazionale per diventare professoressa associata. Ho insegnato prima presso la LUISS e poi, nel 2005, sono rientrata alla base, come professoressa ordinaria, nella facoltà in cui mi ero laureata nel 1984. E questa è la mia timeline. Ma aggiungerei che nel frattempo ho avuto, in età avanzata, anche due meravigliosi figli, di cui vado molto fiera. L’unica mia amarezza è che nessuno dei due viva in Italia, perché penso che l’Italia abbia bisogno delle risorse che possono dare i giovani, i quali invece preferiscono spesso andare all’estero.

Su un piano generale, comunque, sono un’economista femminista. L’economia femminista è nata venticinque anni fa, su iniziativa di alcune colleghe statunitensi che hanno creato una bellissima rivista, “Feminist Economics”, la quale ancora oggi ci rappresenta. Grazie a quest’ultima si è creato un gruppo di interscambio, in primis teorico ma anche empirico, data l’esigenza intrinseca a questa prospettiva di misurarsi con la realtà circostante attraverso indagini empiriche. Questo è stato il collante che ha permesso poi di darci un’identità. Quindi io sono diventata economista più di quarant’anni fa, ma mi posso definire economista femminista da non più di venticinque anni.

L’economia femminista rappresenta uno sguardo diverso sull’economia, ma non si incardina in un ambito specifico di studio; è uno sguardo trasversale che si può applicare a qualsiasi tematica. Da qui deriva la mia versatilità nei lavori e nella ricerca; a essere sincera, mi annoio a occuparmi sempre delle stesse cose. Questo in parte mi ha anche danneggiata nella carriera – forse sarei diventata professoressa ordinaria prima se avessi concentrato tutta la mia vita su un solo ambito. Ma a me piace questo mestiere perché mi permette di comprendere meglio ciò che accade intorno a me. Questo è stato anche un grande insegnamento del mio maestro Paolo Sylos Labini, che ha sempre parlato a noi studenti di “mestiere dell’economista”; fare un mestiere vuol dire anche seguire diversi possibili percorsi di analisi, di studio, di interferenze e contaminazioni con la realtà e con le altre discipline, non solo economiche.

Un risultato personale che ho conseguito negli ultimi anni, dopo una vita in questo mestiere, è il Laboratorio Minerva, un laboratorio interdisciplinare di studi su diversità e disuguaglianza di genere, che ho costituito insieme ad altri colleghi e colleghe nel 2017 e che mi sta dando grandi soddisfazioni. Principalmente organizziamo seminari e partecipiamo a ricerche con questa veste identitaria. I seminari, in particolare, sono un grande strumento di arricchimento, poiché con le lenti di genere non ci si può limitare ad analizzare solo tramite le proprie competenze acquisite, ma bisogna cercarne sempre di nuove. E questo è il principio dell’intersezionalità, che noi abbiamo fatto nostro a partire dai lavori e dagli studi avviati dalle donne di colore, che hanno generato questo approccio e coniato questo termine.

Se dovesse spiegare cos’è l’economia femminista e in cosa differisce una ricerca fatta con questo sguardo da una in cui è assente, come risponderebbe?

L’economia femminista in origine nasce con il preciso scopo di mettere in discussione il paradigma che vede tutte le scelte economiche come gender neutral. La teoria economica dominante si basa sull’idea che ogni singolo agente economico sia un homo oeconomicus – e già qui, dalle fondamenta dell’economia, si capisce che non si valorizza la diversità. Nella realtà non siamo tutti uguali, nemmeno come soggetti economici; ma è molto più facile, soprattutto nella modellistica economica, ragionare come se tutti i singoli soggetti potessero essere rappresentati da un unico stereotipo, da un’etichetta, riducendo artificialmente il numero di variabili da mettere sotto controllo. Se invece, da un punto di vista metodologico, si considerassero i soggetti nelle loro differenze (provenienza geografica, generazione, nativi o migranti, ecc.), si introdurrebbe variabilità nel modello, rendendolo sempre più complesso e più difficile da sviluppare. E così i difensori della teoria mainstream riconoscono che quella dell’homo oeconomicus è una costruzione fallace, ma non propongono nulla in alternativa. Senza modelli e strumenti calcolabili non si può fare scienza, e quindi il vecchio paradigma, in quest’ottica, sarà sempre il più “adatto”.

Perciò il punto di partenza è valorizzare la differenza; poi, in questa “lotta per la diversità”, c’è ovviamente uno specifico femminile. Il femminismo non è, né come movimento politico né tantomeno come approccio economico, un’istanza per dare il potere alle donne o far valere unicamente il punto di vista delle donne, ma combatte da sempre per un mondo migliore, più equo e più giusto, per tutti e tutte. In economia si tenta di fare la stessa cosa andando contro modelli che sono parametrati sul comportamento maschile; ma è ovvio che, per valorizzare la differenza di quella che spesso è la maggioranza dei soggetti (le donne), bisogna lanciare con forza il punto di vista femminile. Questo si è fatto, ad esempio, studiando le differenze di genere all’interno dei processi di sviluppo, differenziando i piani di investimento tra investimenti infrastrutturali e investimenti sociali, e sviluppando l’analisi del mercato del lavoro a partire dai processi di riproduzione sociale.

Noi studiamo un sistema di produzione che viene dalla tradizione economica delle origini, in cui ci sono dei produttori che dispongono di mezzi di produzione (non necessariamente di loro proprietà) e li utilizzano per produrre prodotti e servizi che poi vengono distribuiti ai consumatori e alle imprese, che a loro volta riutilizzano questi prodotti per generarne di nuovi e far crescere l’economia attraverso processi di riproduzione allargata. In questo schema, che nella sua sostanza semplificata è corretto, l’economia femminista pone la domanda che segue: dato per assunto che è dal lavoro che si parte per creare ricchezza (come non può essere negato dalle origini dell’economia a oggi), come vivono i lavoratori senza relazioni sociali che sono anche relazioni sessuali? In altri termini, cosa farebbero questi lavoratori e queste lavoratrici, “banalmente”, senza qualcuno a casa che cucini loro la cena, che cresca i figli e faccia la spesa e la lavatrice?

C’è tutto un mondo, sottostante il lavoro che noi misuriamo dal punto di vista produttivo, che non viene mai reso visibile in economia. Quel lavoro non retribuito, da confrontare con quello retribuito che normalmente viene misurato dagli economisti, diventa la base della nostra rivoluzione. È da lì che partiamo per affermare una diversità, per affermare che ciò che misura l’economia è parziale, e soprattutto per riaffermare l’importanza di una ridefinizione dei ruoli tra uomini e donne, non solo all’interno dei processi produttivi ma anche nei processi sociali – quella che noi chiamiamo fondamentalmente “divisione sociale e sessuale del lavoro” – anche all’interno dei nuclei familiari. E questo ci porta naturalmente in condivisione di intenti con la sociologia, con la politica, con la storia che di questi fenomeni si occupa. La storia delle donne è una delle componenti più importanti della storia moderna e contemporanea. È attraverso questo punto di vista che riusciamo a contaminare la nostra disciplina, grazie al contatto con altre discipline a noi limitrofe. Si parla di qualcosa che va nel profondo delle nostre esperienze quotidiane di vita.

Per fare un esempio ancora più concreto, che riguarda uno dei padri dell’economia, risulta particolarmente suggestivo il titolo di un libro relativamente recente, Who Cooked Adam Smith’s Dinner?[1]. Perché, ebbene sì, anche lui aveva qualcuno che gli preparava la cena affinché potesse nutrirsi e lavorare e scrivere senza deperire (nel suo caso era la madre, con la quale convisse tutta la vita!).

Qui lei ha centrato un punto, la crisi generata dalla non complicità che si stabilisce sul piano del genere nello scontro tra sfera produttiva e riproduttiva, di cui oggi dibattono diverse femministe in tutto il mondo.

Io amo molto la parola “rivoluzione”, a cui viene spesso associato un connotato violento, ma che per me significa proprio ribaltare un mondo di concetti, capire cosa c’è dall’altro lato non visibile della medaglia. Infatti, l’economia femminista è stata definita da molti economisti una soft revolution che va avanti da venticinque anni.

Uno degli ambiti più discussi della sfera riproduttiva è il lavoro di cura. Come si misura il lavoro di cura? Come lo si retribuisce e lo si riscatta dall’invisibilizzazione cui è stato relegato per secoli?

Un altro libro recente di una bravissima giornalista economica, Invisible Women[2], sottolinea come il calcolo dell’invisibilizzazione da un punto di vista statistico rappresenti un problema cruciale in economia, per chi vuole operare questa soft revolution. Ma ci sono stati dei passaggi importanti: tutta la sfera delle statistiche di genere, nata sempre venticinque anni fa con la Conferenza di Pechino sulle donne, dove si ratificò a livello mondiale una vera e propria piattaforma di indicatori necessaria per portare la prospettiva di genere a livello trasversale e ovunque nel mondo (ciò che si chiama gender mainstreaming, nel senso di un fiume che inonda con i suoi rivoli, in modo pervasivo, anche gli anfratti più angusti). Quella fu, ed è ancora, una magnifica piattaforma di sviluppo di statistiche di genere, che purtroppo è stata realizzata solo in parte. Il processo non è concluso – e neanche a un buonissimo punto, parlando sinceramente.

Per l’Europa in particolare, credo che un passaggio fondamentale sia stato la formazione dell’Istituto europeo per le pari opportunità, collocato a Vilnius, in Lituania. L’EIGE (European Institute for Gender Equality) è, dal punto di vista istituzionale, di essenziale importanza nello scenario dell’economia femminista. A esso è stato dato il compito di generare un tavolo di coordinamento tra tutti gli istituti centrali di statistica europei e, quindi, coinvolgendo Eurostat, di stabilire nuove indagini e favorire nuove metodologie per l’acquisizione di informazioni sempre più dettagliate, che permettano di esplorare da vicino le tematiche di genere come una dimensione fondamentale di tutte le statistiche.

L’EIGE ha anche generato un indicatore sintetico, il gender equality index, che permette di confrontare lo stato delle pari opportunità in tutti i Paesi d’Europa sulla base di una serie di domini. Non soltanto quello del lavoro, ma anche del potere finanziario (ciò che viene definito money), all’interno del quale emergono tutte le tematiche relative alle disuguaglianze di genere in ottica retributiva; poi c’è la dimensione del potere, quella della salute, e soprattutto la dimensione del tempo. Perché l’unico modo per misurare efficacemente la divisione dei ruoli, e quindi anche il perdurare degli stereotipi all’interno della gestione del lavoro domestico e di cura nei nuclei familiari, è misurare il tempo destinato da ogni singolo soggetto alle funzioni lavorative nell’arco della giornata, che siano esse retribuite o non.

Queste si chiamano “indagini sull’uso del tempo”. In Italia ne abbiamo avute diverse, la più recente nel 2014 (i risultati sono stati distribuiti nel 2018). Tuttavia, non sono armonizzate a livello europeo, dunque non sono confrontabili tra Paesi, e soprattutto sono particolarmente onerose, quindi le si fanno raramente. Ma è anche vero che determinate caratteristiche comportamentali non si modificano così velocemente: quando andiamo a confrontare l’ultima indagine sull’uso del tempo con quella precedente, non è molto frequente (lo dico anche con un certo rammarico) verificare delle differenze. Poiché questi sono comportamenti, economici e non, che sono radicati nella cultura di un Paese e corrispondono a delle vere e proprie norme sociali che vengono trasmesse spesso con messaggi informali, come l’esempio della madre o del padre, o il rapporto più o meno virtuoso con la comunità, la componente religiosa, l’istruzione e tanti elementi ancora, che finiscono con il sedimentarsi nei comportamenti individuali fino a divenire statici e inerziali.

Le indagini sull’uso del tempo sono quindi poche e imperfette come strumento, ma restano comunque preziose per far uscire dall’ombra le attività non riconosciute e non valorizzate di milioni di persone in tutto il mondo. Lo stesso EIGE ha condotto degli studi per capire che cosa accadrebbe alla crescita dei Paesi europei se il lavoro non retribuito venisse non solo riconosciuto ma anche remunerato. Ciò comporterebbe maggiore liquidità nel sistema e maggiore capacità, in primis, proprio di spendere. Si creerebbe così un processo virtuoso che, passando attraverso i consumi e poi la tassazione, favorirebbe una crescita significativa del PIL dei diversi Stati europei[3].

Arianna Pasquini per www.policlic.it


Note e riferimenti bibliografici

[1] L’originale svedese è Det enda könet, di Katrine Marçal (Albert Bonniers, Stoccolma 2012), tradotto in inglese da Saskia Vogel con il titolo Who Cooked Adam Smith’s Dinner? (“Chi cucinava la cena di Adam Smith?”).

[2] C. Criado-Perez, Invisible Women: Exposing Data Bias in a World Designed for Men, Vintage Publishing, 2019, trad. it. Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano, Einaudi, 2020.

[3] EIGE, Economic Benefits of Gender Equality in the European Union, 2017.

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