La Rivoluzione francese: uomini e ideali

La Rivoluzione francese: uomini e ideali

Intervista al professor Alessandro Guerra

La Rivoluzione francese è fondamentale perché è considerata l’evento che ha posto fine all’Ancien Régime. Quale era la situazione della Francia negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della Rivoluzione, e perché la rivoluzione è scoppiata proprio in Francia?

La Rivoluzione francese chiude definitivamente i conti con il regime precedente e inaugura la modernità. Liquida in maniera netta la dimensione religiosa dell’agire individuale e collettivo che aveva caratterizzato l’epoca confessionale precedente e apre alla passione della politica, alla partecipazione, alla responsabilità della parola. Naturalmente, questi fenomeni non possono essere confezionati nello spazio limitato di una giornata di metà luglio 1789; nascono prima, lontano. Quella che per comodità è definita la Rivoluzione americana, e che si sorregge sulla “Dichiarazione d’indipendenza” firmata a Filadelfia il 4 luglio 1776, intercetta i primi bagliori della nuova costellazione delle emozioni politiche.

La stagione dei Lumi aveva individuato la ragione umana come bussola di ogni relazione; le nuove idee iniziavano a definire sempre più accuratamente i tratti della libertà dell’uomo da ogni vincolo superiore. L’uomo era legato alla sua natura. L’uomo era libero naturalmente, e naturalmente aveva stipulato un contratto per vivere dignitosamente. Erano idee diffuse in tutto il mondo, ma in Francia, dove un lungo dibattito politico aveva coinvolto ampie fette di popolazione, incontravano una tradizione di confronto col potere assoluto; i libri, la filosofia, la convinzione di una regolata devozione avevano più e meglio educato le nuove generazioni a pensarsi uguale, a rivendicare lo stesso diritto. Quando Necker mostra come erano ripartite le spese della nazione, un autentico moto di indignazione scuote la Francia, incredula che alla nobiltà e al clero venga dato tanto in cambio di quasi nulla. Il monarca, fino ad allora al riparo dai giudizi, viene coinvolto nella riprovazione, perdendo la sua aura di intangibilità. Un’improvvisa ma prevedibile crisi finanziaria accelerò il processo.

Nell’attesa che gli Stati Generali si riunissero, i “Cahiers de doléances”, la massa delle rivendicazioni che i diversi segmenti del popolo francese fece piovere su Parigi, raccontano che i francesi avevano ben chiaro quanto dovesse essere radicale il cambiamento. Attraversata dal popolo in rivolta, la città prende forma e trova una nuova vita. Il “Giuramento della Pallacorda” racconta che una nuova leva politica democratica era nata e rifiutava le liturgie politiche dell’antico regime, per inverare i nuovi princìpi rivoluzionari: la libertà, l’eguaglianza, la fraternità. Princìpi rivolti all’universo che parlavano della rigenerazione dell’uomo. Il cittadino rivoluzionario combatte per se stesso, per i propri fratelli e sorelle, per la propria patria, per la felicità della nazione, per trovare posto nella storia. Non più per una impalpabile divinità o un monarca irraggiungibile.

Se dovesse scegliere un evento e un personaggio della fase tra la convocazione degli Stati generali e l’esecuzione di Luigi XVI, quali sceglierebbe e perché?

Facile dire Robespierre, certamente il più rappresentativo degli uomini nuovi della rivoluzione. Proverei a muovermi altrimenti e indicare tre personaggi diversi: Luigi XVI, François-Nöel Babeuf, Anacharsis Cloots. La parabola di Luigi XVI ben rappresenta la fine di un’epoca. La monarchia francese, la dinastia dei re taumaturghi, pagava la crisi di consenso dopo l’apice del potere assoluto di Luigi XIV, il re Sole, e trovò in questo re scarsamente regale la persona, forse, meno adatta per reggere il comando in un tempo di crisi. Incapace di opporsi, sempre riottoso alle concessioni, fin dall’avvio degli Stati generali il re non fu in grado di imporsi con originalità alla platea pubblica, dubbioso se si trattasse di una rivolta, mentre il fuoco rivoluzionario già divampava.

Di fronte all’iniziativa del Terzo Stato, chiama in soccorso la nobiltà del regno e l’alto clero per riunirsi separatamente, per poi prontamente recedere e ordinargli di seguire il Terzo Stato. Subisce la notte del 4 agosto in cui si mette fine al dispositivo feudale, ed è costretto ad accogliere la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” che, di fatto, lo priva della verticalità dell’ordine politico su cui era fondato l’antico regime. Briga per la guerra, confidando nelle teste coronate europee per restaurare l’interezza del suo comando, ma deve subire l’iniziativa robespierrista.

Era un re dimezzato già dopo il misterioso quanto patetico tentativo di fuga; scoperto a Varenne viene ricondotto a Parigi, dove il popolo accoglie il suo arrivo in un silenzio tombale. Qualche giorno dopo il partito cordigliero trova la forza di scendere in piazza per chiedere la fine della monarchia e l’avvento della repubblica. Malgrado tutto, fino a quel momento nessuno aveva messo in discussione la presenza del sovrano, comunque ancora avvolto da un’aura sacrale. Non era più il padre di famiglia bonario e accorto, forse maldestro, ma comunque amorevole verso il proprio popolo; era un traditore, capace di vendere i propri sudditi all’interesse dinastico, alla reazione, al nemico. Il lungo processo, iniziato nei giorni immediatamente seguenti la proclamazione della repubblica (settembre 1792), mise ben in evidenza che la nazione aveva imparato a fare a meno del proprio re.

Babeuf, al contrario, incarna la Francia radicale e poco propensa al compromesso. Fin dall’infanzia Babeuf impara a confrontarsi con l’ingiustizia che domina la Piccardia, una regione rurale del nord della Francia, aiuta i contadini poveri vessati da nobili e preti; prova a riparare ai torti di una società profondamente ingiusta. E come avvocato si fa eleggere agli Stati generali.

La vicenda di Babeuf è anomala e ben descrive il turbolento periodo rivoluzionario: contesta da sinistra il governo rivoluzionario robespierrista, incita alla rivolta contro il Terrore, appoggia la socialità rivoluzionaria contro il dispotismo (vero o presunto) del governo di Salute Pubblica, si convince che dietro le continue esecuzioni ci sia un disegno preciso. Finisce spesso in prigione, rischia il patibolo e, dopo il 9 termidoro, gioisce alla notizia dell’esecuzione del “tiranno” Robespierre. Di fronte al regime direttoriale, di nuovo in prigione per aver espresso le sue critiche, comprende però che solo da una alleanza tra la borghesia produttiva e il vasto mondo popolare stava la via di fuga per conservare i successi della rivoluzione. A contatto con l’esule italiano Filippo Buonarroti, inizia così a rivalutare Robespierre, studia la Costituzione del 1793 e si accorge che la democrazia è un gioco sottile.

Maximilien Robespierre (Gilles-Louis Chrétien, after Jean-Baptiste Fouquet/Wikimedia, licenza pubblico dominio), https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maximilien_Robespierre_-_physionotrace.jpg?uselang=it

Scopo della rivoluzione è l’immanenza, cioè l’eguaglianza reale e la felicità comune. Per ottenerla, bisognava disfarsi di una costituzione come quella direttoriale del 1795 che conservava in equilibrio l’opulenza di alcuni e la miseria e il lavoro per molti. La rivoluzione politica doveva essere il presupposto di una rivoluzione sociale e questa a sua volta doveva dare nuova sostanza al movimento politico. È di questo che si parla nel Manifesto dei plebei, comparso su ”Il tribuno del popolo”, il giornale di Babeuf, nel novembre 1795: più o meno diceva così: “non più negli spiriti bisogna fare la rivoluzione; non è più qui che bisogna cercare il successo; da molto tempo essa è fatta e in modo compiuto, ma nelle cose bisogna infine che questa rivoluzione, dalla quale dipende la felicità del genere umano, sia fatta compiutamente”. Le proprietà pubbliche e private dovevano essere messe a disposizione del popolo. Occorreva terminare la rivoluzione, vale a dire realizzarla compiutamente. La Rivoluzione francese è soltanto il prodromo d’un’altra rivoluzione, molto più vasta, molto più solenne, e che sarà l’ultima. Queste le idee che condussero Babeuf alla ghigliottina nel 1796 e diedero avvio al pensiero comunista.

Infine, Cloots: un barone prussiano, per raccontare dei tanti uomini e delle tante donne europei che, già nel 1789, lasciarono la loro patria per andare a Parigi e toccare con mano la rivoluzione in atto e importarla in patria. È lui che il 14 luglio del 1790 si presentò alla festa della Federazione con una delegazione di cittadini provenienti da tutto il mondo. Cloots voleva rendere evidente a tutti che l’universalità della rivoluzione non era una parola vuota, ma una tensione costante a democratizzare il mondo, ma anche che i diritti dell’uomo divengono tali a prescindere dal ceto o dal genere o dal colore della pelle. Eppure, anche lui scontò la propria differenza, l’anelito a inscrivere la rivoluzione non più semplicemente nel quadro nazionale, ma a renderla la rivoluzione del genere umano, una rivoluzione senza razze, senza servi né padroni, senza frontiere.

Quali sono, in particolare, i tratti peculiari della figura umana e politica di Maximilien de Robespierre?

Robespierre fu una figura eccezionale. Va compreso il senso dell’affermazione dello storico francese Mathiez: noi non possiamo non dirci robespierristi. Io credo che Robespierre rappresenti la sfida dell’uomo davanti al precipizio, per cui se da un verso siamo estasiati di fronte all’immensità dello spazio dominato, dall’altra avvertiamo il terrore del baratro in cui rischiamo di cadere. Robespierre per certi versi è la rivoluzione, la possibilità di un riscatto.

Sempre lui a spingere nel primo periodo la rivoluzione verso direzioni inesplorate, a scuotere il corpo pigro dei francesi invitandoli a non accontentarsi, a essere esigenti con loro stessi e con i propri governanti; lui a contestare la moderazione dei primi provvedimenti, a ricordare che il processo rivoluzionario doveva osare andare verso soluzioni non previste; a ricordare che la guerra voluta dal re era deleteria per il mondo, che lo spirito di fazione avrebbe fatto arretrare la democrazia, a incitare il popolo a essere protagonista e prendere la parola. Senza questi elementi nessuna vera rivoluzione era possibile.

Poi però la situazione cambiò. La guerra, il nemico sul territorio francese costrinsero Robespierre a una brusca virata. Prima aveva perorato una Costituzione, quella del 1793, in cui la necessità del diritto di resistenza all’oppressione era buona pratica dei cittadini; ma aveva svincolato la cittadinanza da uno status, per trasformarla in uno spazio in cui libertà e uguaglianza erano semplicemente reinventate, secondo un modello originale simile a quello che si domanda ora alla cittadinanza europea. La Francia era la nazione aperta al mondo, la prima nazione a diluirsi in un universo aperto dove (art. 35): “gli uomini di tutti i paesi sono fratelli, e i differenti popoli devono aiutarsi tra di loro secondo il loro potere, come i cittadini dello stesso stato”.

Eppure, lo svolgimento del processo rivoluzionario testimonia come la morale politica di Robespierre (esposta da lui stesso nel discorso del febbraio 1794) fosse incerta nel reggere le sollecitazioni della realtà o, per dirla con altre parole, l’urto della “forza delle cose”. Certamente, il gruppo dirigente del partito montagnardo era espressione della borghesia più avanzata e seppe per un momento far proprie le esigenze della sanculotteria e del proletariato francese, riconoscendo la dignità della lotta per uscire dalla subalternità e le rivendicazioni per il “diritto di esistenza”. Tuttavia, Robespierre e compagni non sempre seppero adeguarsi coerentemente a quel popolo sovrano che pure formalmente patrocinavano e sul quale ordinavano il processo rivoluzionario.

Ogni movimento contrario all’unità del corpo politico da parte della democrazia di base del popolo rivoluzionario era assunto dal giacobinismo al potere come minaccia alla saldezza della Rivoluzione. In una democrazia assediata, la transizione della sovranità sembrava rivelare tutte le sue macroscopiche aporie, avvolgendosi in una spirale di paura, un proliferare di nemici. Robespierre e gli altri, già subito dopo la lotta alla Gironda, culminata nelle “giornate” del 31 maggio-2 giugno 1793, avevano esaurito ogni riguardo verso l’esercizio della parola popolare. Bisognava animare lo zelo del tribunale rivoluzionario affinché prevenisse col terrore ogni provocazione, come ammonì Robespierre. Malgrado la richiesta di alcuni petizionari, il 5 settembre, la Convenzione non mise il terrore “à l’ordre du jour”. Ma, di fatto, l’indirizzo politico prevalente esigeva la compattezza del movimento rivoluzionario, l’unione dei patrioti e la fine di ogni particolarismo. La cittadinanza e i relativi diritti coincidevano con il riconoscimento politico operato dal governo. Ogni critica diventava sospetto.

La necessità di salvare la Francia per difendere la rivoluzione spiega solamente in parte la cappa di paura e conformismo attraverso cui si voleva controllare la società. La condanna al patibolo di Anacharsis Cloots, colpevole di voler svellere la nazione dalle sue fondamenta, mettendo in questione la proprietà e associando la cittadinanza alla comune appartenenza alla repubblica universale del genere umano, è l’ennesima prova di una proposta politica che invocava il sacrificio come la cifra più significativa della propria identità rivoluzionaria. Le misure adottate dal governo dell’anno II non erano l’anticipazione di una politica di classe capace di trasformare la Ri­volu­zione francese in un embrione di una più ampia rivoluzione pro­letaria. La novità di Robespierre, semmai, era stata aver in­tuito che la borghesia, la componente più dinamica del processo rivoluziona­rio ancora in atto, non dovesse, né tanto­meno potesse, rompere con la punta avan­zata del movimento popolare, a tema di innescare una spirale controrivoluzionaria che avrebbe termi­nato la rivoluzione.

Una posizione strate­gica e consapevole che aveva segnato il carattere progressivo della Rivoluzione ma, per dirla con Armando Saitta, “Robespierre non fu mai il capo di una rivoluzione del quarto stato”. La traduzione in una politica coerente di questi princìpi faticò tuttavia a imporsi. Per questo la parabola robespierrista terminò con una congiura di palazzo. La Convenzione, il parlamento francese previsto dalla Convenzione del 1793, si saldò in un movimento contrario al governo di Salute pubblica, e gli stessi che avevano animato la stagione del Terrore individuarono in Robespierre la vittima sacrificale per continuare a esercitare il potere.

Babeuf si era opposto alla politica del Terrore e lo aveva fatto pubblicamente. Lui come Gilbert Romme non avevano condiviso il metodo robespierrista, ma ora con la sua morte serviva un atto di fede ideologica che rivalutasse gli uomini senza muovere i princìpi. Soprattutto, di fronte alla marea montante della reazione, serviva l’unità dei rivoluzionari, dovunque fossero collocati. Era stato necessario misurarsi con gli eventi, con lo sbandamento e la sconfitta di ogni pretesa di democrazia sociale che avevano precipitato la Francia nel deserto di speranze che gli sembrava caratterizzare il Direttorio. Robespierre aveva fondato la libertà in Francia e, agli occhi del popolo, il robespierrismo era la democrazia, l’uguaglianza. La giustizia e la felicità sarebbero dunque giunte solo da una ricomposizione dell’intero schieramento democratico, in grado di agglutinare ogni forma di resistenza al regime direttoriale. Solo successivamente Filippo Buonarroti, sulla scorta delle riflessioni in merito all’esperienza robespierrista e al fallimento del tentativo insurrezionale babuvista, si avviò sul sentiero del comunismo.

La Rivoluzione francese sfociò presto nel Terrore, di cui lei si è occupato in Una scena di vita durante il Terrore. La paura nella Rivoluzione francese, e in Le passioni della Rivoluzione fra paura e Terrore. Quali furono i tratti caratteristici di questo periodo?

Per Robespierre (discorso del 5 febbraio 1794), il Terrore non è altro che la “giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria”. In questa frase ci sono tutti gli elementi necessari per comprendere cosa fu il Terrore, nella particolare curvatura della rivoluzione con Robespierre. Il Terrore non è meccanica brutalità delinquenziale, piuttosto fu il malinteso tentativo di applicare una morale integrale alla politica. La ricerca spasmodica della virtù da parte degli uomini. La città, la patria solo in presenza di uomini virtuosi avrebbe sconfitto ogni nemico, avrebbe dissolto la barbarie e conquistato il diritto di vivere in fraternità.

Sul piano della realtà, il governo rivoluzionario fu però un regime a tratti dispotico, incapace di osservare la traccia umana nel momento in cui si proponeva di esaltare l’uomo. Fu un regime tuttavia necessario, così almeno apparve agli occhi dei rivoluzionari, per piegare la dissidenza e provare a salvaguardare la rivoluzione e avviare la rigenerazione. Non va giudicato, bisogna provare a capire perché uomini sinceramente democratici misero in atto politiche crudeli, in cui il nemico sembrava l’alterità e andava espunto dal consorzio civile. Secondo Jaurés, Robespierre non voleva cedere alla violenza, ma non ebbe la forza per opporsi al senso che avevano preso gli avvenimenti. Su questa incapacità, la rivoluzione consumò molta parte della sua capacità di attrazione, lasciando a noi la comprensione di un fenomeno politico che aveva aperto la mente degli uomini e poi li aveva costretti ad aver paura. Nei fatti, il Terrore fu una sorta di economia di guerra, con un governo sovraordinato, sempre però all’interno del recinto parlamentare: la Convenzione continuava a riunirsi e legiferare. La vita materiale dei cittadini cambiò, fu avvolta da incertezza e paura, ma la massa del popolo in qualche modo appoggiava lo strumento eccezionale, rivendicando nettezza di controllo. Ogni differenza venne però eliminata.

La Rivoluzione dell’89 ha coniato alcuni termini decisamente interessanti, come giacobinismo, utilizzato oggi comunemente per descrivere quel particolare atteggiamento giustizialista di chi “mette alla gogna” l’avversario politico in quanto impuro. Ebbene, a suo avviso, tale atteggiamento integralista che divide il mondo in buoni e cattivi, puri e impuri, è insito nella natura stessa delle rivoluzioni, in particolare in quella della Francia del ‘700?

È vero, quello che potremmo chiamare la dimensione politica della lingua subì una grande accelerazione con la rivoluzione. Si pensi al termine ”vandalismo”, lo stesso “terrore”, l’“assegnato”. In termini generali va compreso lo sforzo di imporre un’unica lingua nazionale, smorzando l’uso dei dialetti che rappresentavano l’eredità dell’antico regime ed era per questo perseguito come prova di controrivoluzione.

Se poi si fa riferimento alla valenza odierna del termine “giacobino” è chiara la distorsione, ma credo parli più della pigrizia intellettuale di un presente senza storia che di ieri. Il processo politico inaugurato dalla Rivoluzione francese introducendo la politica nell’agire umano e avendo bisogno di semplificazione inevitabilmente condusse a una logica oppositiva: noi/loro. Ma non necessariamente direi che ne era succube. Ritengo invece che un lemma come “fraternità” abbia avuto una più ampia importanza. I nuovi cittadini si sentivano fratelli in quanto cittadini; fratelli che avevano come vincolo solidale quello di governare insieme e anche di difendersi. Robespierre, in un celebre discorso, disse che nel cuore della Francia c’era una linea netta fra chi difendeva la rivoluzione e chi l’osteggiava, è vero, ma davvero si era prodotta una cesura fra il mondo che avvertiva un istinto di complicità con i nuovi valori rivoluzionari e chi, invece, li voleva annientare, per ristabilire il vecchio mondo ordinato sulla gerarchia. Il riscatto, l’emancipazione, la fraternità orizzontale di un’umanità rigenerata conviveva dunque con questa logica di opposizione.

Lei si è molto occupato anche delle conseguenze della Rivoluzione francese in Italia (Il mito della Rivoluzione e la sovranità del popolo. Alle origini dell’associazionismo politico italiano (1789-1796); L’esperienza associativa nell’Italia del Triennio (1796-1799). Quanto influì la Rivoluzione in Italia, e quanto quella influenza fu importante nel Risorgimento?

La Rivoluzione francese arrivò in Italia in due modi diversi e diversa ne fu l’influenza. In Italia, malgrado non ci fosse una rete di informazione complessa come quella attuale, gli echi che qualcosa di straordinario stava succedendo in Francia vennero immediatamente percepiti. Una fitta rete di corrispondenti, malgrado la lentezza delle comunicazioni, informava i lettori italiani dei moti francesi; allo stesso modo, in una prospettiva diversa, gli ambasciatori dei diversi Stati italiani di stanza a Parigi aggiornavano i propri governi di quello che stava accadendo, suscitando allarme per una progressiva erosione del potere regio che sapevano benissimo sarebbe dilagata in Europa, incendiando un’opinione pubblica già molto sensibile alle novità. Immediatamente, se da una parte gli spiriti più radicali presero la strada per Parigi per osservare da vicino la Rivoluzione e progressivamente iniziarono a fare politica profittando del clima di libertà prodotta dalla rottura popolare, dall’altra chi scelse di rimanere in Italia si acconciò a riprodurre quel modello provando a scalzare l’ordine inamovibile e cupo che risaliva alla stagione controriformista.

Di fronte al coinvolgimento di masse sempre più estese (persino la moda risentì delle novità francesi) e di fronte alla progressiva e inarrestabile radicalizzazione politica della Francia in rivoluzione, i governi corsero ai ripari esacerbando il controllo e ripristinando i vecchi apparati repressivi e inquisitoriali. Le congiure del 1794 in tutti gli stati italiani testimoniano di un processo collettivo e uniforme lungo tutta la Penisola e la fine tragica di quelli che presero a chiamarsi “patrioti” certifica non tanto l’impreparazione e lo scarso coinvolgimento quanto l’ancora massiccia capacità poliziesca dello Stato. La punta avanzata di questo movimento antagonista era a Napoli, dove la rivolta assunse una precisa connotazione radicale, con Carlo Lauberg che, entrato in contatto con la truppa francese di stanza nel porto di Napoli, attrezzò una rete associativa clandestina che richiamava la socialità rivoluzionaria e si adoperò per colorare di tinte robespierriste i militanti napoletani. Ma tutte le congiure furono soffocate nel sangue, consegnando i primi martiri all’Italia democratica. Solamente nel 1796, con la discesa dell’Armée d’Italie comandata da Bonaparte, i patrioti seppero far trionfare la propria opzione. Malgrado una vasta partecipazione iniziò però a dirsi – e una parte della storiografia successiva ha deliberatamente avallato questa interpretazione – che la rivoluzione italiana era una rivoluzione passiva, capace di aver successo solo grazie all’aiuto francese.

Un aiuto e un sostegno decisivo, certamente, ma anche alla lunga oppressivo. Il Direttorio, preoccupato di non veder risorgere proposte ultrademocratiche impose con la forza il proprio modello moderato, osteggiando ogni altra possibilità di vivere la democrazia. L’impossibilità di decidere una costituzione che non fosse il calco di quella direttoriale del 1795 testimonia drammaticamente quello che avrebbe potuto essere e non fu. Malgrado tutto questo, però, l’adesione alla rivoluzione del popolo italiano, o di una sua parte, fu essenziale nella costruzione di un nuovo immaginario e di elaborazione di nuove idee di libertà. Dunque, rivoluzione passiva, ma anche perché a renderla tale non furono solamente i sanfedisti, ma gli stessi francesi e la miopia della classe dirigente repubblicana, impaurita dalle istanze democratiche dei militanti rivoluzionari. Sebbene l’Italia non abbia mai conosciuto la rivoluzione, l’ancoraggio a quella fase di radicalismo, in qualche modo, è stata una bussola capace di guidare la componente democratica a portare avanti un processo rivoluzionario, che poi nel Risorgimento ha coinciso con il raggiungimento dell’unità. Per legarsi a un simbolo, il tricolore è figlio del triennio cosiddetto giacobino.

“Incoronazione di Napoleone” di Jacques-Louis David, (Wikimedia, licenza pubblico dominio), https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Jacques-Louis_David,_The_Coronation_of_Napoleon_edit.jpg

Al termine del processo rivoluzionario, Napoleone Bonaparte conquistò il potere assoluto, incoronandosi addirittura Imperatore nel 1804. Potremmo definirlo un figlio illegittimo della rivoluzione? Se sì, per quale ragione?

Napoleone Bonaparte è sicuramente figlio della rivoluzione e l’intera sua parabola è inestricabilmente connessa ad essa. Senza la rivoluzione, visto il suo status sociale, non avrebbe mai potuto ambire al comando, e senza rivoluzione non avrebbe potuto far valere il suo genio. Anche quando divenne imperatore e apparentemente si applicò a restaurare la gerarchia, dove con la rivoluzione aveva dominato l’orizzontalità della decisione politica, ebbene anche sotto l’impero la rivoluzione non fu mai completamente abbandonata. Il piano dei diritti e la volontà popolare continuavano a essere richiamati come supremo comando della Francia.

Qual è, se esiste, il file rouge storico-politico che unisce le grandi rivoluzioni e le piccole rivolte dell’età contemporanea?

Non saprei dire se davvero le rivolte contemporanee siano piccole paragonate alla Grande rivoluzione. Un filo rosso però riconduce sempre a quella matrice rivoluzionaria. Per la prima volta un popolo intero, i cittadini e le cittadine del mondo (si pensi alla rivoluzione di Haiti ad esempio), si alzarono insieme nella convinzione di essere sovrani e nella condivisione del potere. Per la prima volta presero la parola, una parola che interi secoli prima di allora avevano loro negati, e iniziarono a discutere cosa davvero spettasse loro, quali fossero i loro diritti, e cosa questo davvero significasse. E ogni volta che qualcuno si alza in piedi difendendo non solo il proprio ma il diritto degli altri, in un vincolo di fraternità e solidarietà, ogni volta che questo succede, se pure può apparire retorico, in quel momento l’eco della Marsigliese, che incita a cacciare i tiranni, risuona sempre un po’.

Intervista a cura di Federico Paolini ed Emanuele Del Ferraro

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Michela Mercuri insegna Geopolitica del Medio Oriente all’Università Niccolò Cusano. Ha insegnato Storia contemporanea dei paesi mediterranei all’Università di Macerata dal 2006 al 2019, e in vari master. È inoltre ricercatrice dell’Osservatorio sul fondamentalismo e...

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