La Libia tra storia e attualità

La Libia tra storia e attualità

Intervista alla professoressa Michela Mercuri

Michela Mercuri insegna Geopolitica del Medio Oriente all’Università Niccolò Cusano. Ha insegnato Storia contemporanea dei paesi mediterranei all’Università di Macerata dal 2006 al 2019, e in vari master.
È inoltre ricercatrice dell’Osservatorio sul fondamentalismo e il terrorismo di matrice jihadista dell’Università della Calabria. Nel corso degli anni si è occupata molto nei suoi scritti della storia e della geopolitica del Mediterraneo e in particolare della Libia.



Il Nord Africa e in particolare la Libia sono da più di un secolo molto importanti per l’Italia e per l’Europa. Come mai hanno questa rilevanza geopolitica?

Proprio per la loro collocazione geostrategica. Il Nord Africa è l’area che è più vicina all’Italia e anche ad alcuni Paesi europei. Ma soprattutto per l’Italia, storicamente, il Nord Africa e in particolare la Libia sono stati gli assi della propria politica estera. Sin dagli anni Cinquanta, e poi anche e soprattutto a partire dagli anni Sessanta, con l’avvento in Libia di Gheddafi, l’Italia ha cercato in qualche modo di far fruttare il suo essere una media potenza con una collocazione geopolitica importante – perché, ricordiamo, l’Italia in linea d’aria si trova a 300 km da Tripoli. Quindi il Nord Africa è stato la proiezione estera dell’Italia per vari motivi. In primo luogo, come già ricordato, per la vicinanza geografica; in secondo luogo, soprattutto per quanto riguarda la Libia ma anche l’Algeria per gli interessi energetici (non dimentichiamo che ENI, sin dagli anni Cinquanta, iniziò ad interessarsi anche alle importanti risorse energetiche della Libia e, dagli anni Settanta, dell’Algeria, dopo l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia) ed economici: l’Italia ha sempre cercato di investire soprattutto nel settore delle infrastrutture in Nord Africa e in Libia. Questo si rifletteva molto anche nella proiezione politica di quegli anni: già nel 1971 Moro si recò in Libia a incontrare Gheddafi, proprio per cercare di cementare i rapporti soprattutto in ambito energetico; poi, negli anni Ottanta, fu la volta di Craxi e di Andreotti. Andreotti, in particolare, nel 1984 andò in Libia addirittura due volte per incontrare Gheddafi e cercare in qualche modo di appianare i rapporti, apparentemente molto tesi.

L’interesse italiano per il Nord Africa e soprattutto per la Libia può essere quindi ricondotto a questi fattori: di ordine geostrategico, energetico e più in generale economico. Questo valeva anche per altri Paesi europei, come la Francia, che però non è riuscita ad allacciare con la Libia i rapporti che ha allacciato l’Italia, per le numerose dispute che non sono mai state risolte, come nella guerra del Ciad o in occasione dell’abbattimento nel 1989 del volo francese UTA, su cui c’è ancora un grande mistero. I rapporti con la Francia si sono un po’ ammorbiditi nel 2007 con l’arrivo all’Eliseo di Sarkozy; proprio nel 2007 Gheddafi si recò in Francia firmando molti contratti, soprattutto per la fornitura di armamenti, che non vennero mai onorati in favore del Trattato di amicizia e cooperazione che venne siglato da Berlusconi e Gheddafi nel 2008 e che in qualche modo può essere considerato la causa dell’intervento francese nelle rivolte arabe del 2011.

L’Italia conquistò la Libia strappandola all’Impero ottomano con la guerra italo-turca del 1911, e ne tenne il possesso sino al 1943, con la sconfitta definitiva sul fronte nordafricano durante la Seconda guerra mondiale. Quali caratteristiche ha avuto la dominazione italiana in Libia?

Possiamo dividere la dominazione italiana in Libia in due momenti. Voglio iniziare con una frase di Del Boca, che è un grande studioso della Libia; in un suo libro scrisse che la conquista della Tripolitania e della Cirenaica fu un progetto accarezzato per trent’anni dall’Italia, e la trionfante sinfonia della propaganda riuscì a far intendere all’opinione pubblica italiana che mentre dietro alla Tunisia e all’Algeria non c’era che il deserto, a Tripoli c’erano molte oasi, e tutti le grandi carovane passavano per la città centrale. È in quel momento che la propaganda convinse gli italiani che la conquista del litorale libico era un progetto quasi irrinunciabile. Solo più tardi, però, gli italiani scoprirono che dietro Tripoli c’erano anche gli arabi, che avrebbero combattuto strenuamente rendendo quella che veniva chiamata una “passeggiata militare” una guerra molto lunga e sanguinosa; tant’è che poi lo studioso Salvemini disse una frase che rimarrà nella storia: “avevamo paura di essere creduti astemi e comprammo una bottiglia d’aceto”. Perché la conquista della Libia da parte dell’Italia fu molto avversata dalle popolazione arabe, e soprattutto dalla Senussia, che era molto presente in Cirenaica. Questa prima fase si concluse nei primi anni Venti, con la pace di Acroma firmata dall’Italia con la Senussia. La Tripolitania rimaneva un’area costituita da tribù (la Libia era un Paese tribale), quindi fu molto più facile conquistarla.

La seconda fase è quella più cruenta e ricordata della conquista italiana della Libia. Fu la fase voluta dal fascismo per rimediare a quella che veniva considerata una sorta di vittoria mutilata. L’Italia, nella prima fase, aveva mantenuto i territori costieri della Tripolitania, ma il 90% del Paese, soprattutto l’area meridionale, rimaneva in mano alle tribù. La fase più cruenta, che poi Gheddafi avrebbe rinfacciato all’Italia per gran parte del suo regno, finì quando Rodolfo Graziani riuscì a uccidere Omar al-Mukhtar, leader della resistenza vicino alla Senussia e chiamato da Graziani “il bubbone da estirpare”. Quando al-Mukhtar venne ucciso, tutta la conquista della Libia poté considerarsi compiuta, e da qui iniziarono gli anni della vera e propria colonizzazione e di quella che possiamo considerare l’unità delle tre regioni libiche – unità quasi artificiale, perché Cirenaica, Tripolitania e il Fezzan erano molto diverse tra loro. Gli anni della colonizzazione e dell’unità formale della Libia furono quelli di Italo Balbo, nominato alla fine del 1933 governatore generale della Libia. La Libia, anche dopo la sconfitta italiana nella Seconda guerra mondiale e il governo di re Idris (re della Libia voluto dagli inglesi e dai francesi nel 1951), rimase sempre un Paese parzialmente diviso nelle tre grandi regioni.

Nel secondo dopoguerra la Libia divenne indipendente con la nascita del Regno di Libia, che durò sino al 1969, quando prese il potere Gheddafi, instaurando un regime autoritario durato fino al 2011. Quali furono le linee di politica interna e estera (in particolare nei rapporti con l’Italia) della Libia di Gheddafi?

Gheddafi conquistò il potere con l’operazione Gerusalemme, sull’onda del panarabismo di stampo nasseriano (che si era però indebolito dopo la guerra dei sei giorni). La prima cosa che fece Gheddafi fu quella di forgiare una Libia che re Idris non aveva saputo gestire pienamente, creando uno Stato a sua immagine e somiglianza. Gheddafi racchiuse la sua idea di Libia nel Libro verde, una sorta di carta costituzionale. Gheddafi chiamava la Libia Giamahiria, una sorta di Stato in cui Gheddafi annullava ogni contraltare al suo potere, religioso, militare ed economico: tutto era in mano al rais, e non c’erano le istituzioni. Basti pensare che il parlamento nel Libro verde era considerato una rappresentanza ingannatrice del popolo e il referendum una frode della democrazia.

In questa strana forma di Stato si snodano i rapporti tra Libia e Italia, spiacevoli nella forma ma buoni nella sostanza. I rapporti iniziarono molto male, perché nel 1970 Gheddafi scacciò tutti gli italiani dalla Libia, confiscandone le proprietà, in un episodio nero della storia dei rapporti italo-libici, e il 7 ottobre 1970 indisse il Giorno della vendetta, contro gli italiani. Ci furono anche altri episodi piuttosto neri, come la strage di Fiumicino del 1973, quando un commando palestinese uccise 32 persone, e sul coinvolgimento di Gheddafi come finanziatore ci sono ancora dubbi. Quelli furono anche gli anni di Ustica, sintomo di rapporti problematici tra Italia e Libia.

Ma furono anche gli anni in cui l’Italia cominciò di più a tessere una fitta rete di rapporti diplomatici, dietro a un’apparente freddezza. Furono gli anni in cui Craxi, nel 1986, telefonò a Gheddafi, avvertendolo dell’imminente bombardamento degli Stati Uniti di Reagan, salvandogli la vita. Erano rapporti insomma ambigui, che infastidivano la NATO, che considerava Gheddafi alla stregua di un terrorista.

Nel corso del tempo questi rapporti di apparente freddezza diplomatica si sciolsero un po’, ammorbidendosi in particolare dal 1998, quando l’allora ministro degli Esteri Dini firmò con il suo omologo libico un memorandum congiunto in cui l’Italia riconosceva i danni coloniali, e poi nel 2001 quando Ruggero promise a Gheddafi di costruire l’autostrada che avrebbe unito tutta la costa libica, dalle coste tunisine sino all’Egitto. Tutto questo lavoro certosino portò al Trattato di amicizia e cooperazione, siglato tra Berlusconi e Gheddafi nel 2008, con il quale i rapporti tra Libia e Italia cambiarono completamente. Un passo importante anche dal punto di vista economico perché in questo trattato si prevedevano notevoli benefici economici sia per la Libia che per l’Italia e le imprese italiane: l’Italia avrebbe dato alla Libia, come risarcimento per i danni coloniali, 5 miliardi di dollari che la Libia avrebbe speso per infrastrutture realizzate da imprese italiane.

Nel 2011 Gheddafi fu spodestato dalle rivolte delle primavere arabe, che coinvolsero tutto il mondo nordafricano e mediorientale, e di cui lei si è occupata nel libro del 2012 a cura sua e di Stefano Maria Torelli La primavera araba: origini ed effetti delle rivolte che stanno cambiando il Medio Oriente, edito da Vita e Pensiero, oltre che in vari articoli e editoriali. Quali sono state le conseguenze della primavera araba, soprattutto in relazione all’avanzata dell’estremismo islamico, e quali sono state le particolarità e le conseguenze della primavera araba in Libia?

La primavera araba libica, a differenza delle altre primavere arabe del Nord Africa, ha una peculiarità molto importante: mentre in Tunisia e in Egitto si è trattato di rivolte popolari, in Libia c’è stata una vera e propria guerra civile con l’intervento esterno della NATO, la quale, con la risoluzione 1973, è divenuta protagonista della defenestrazione di Gheddafi. La NATO è intervenuta per sostenere i ribelli di Bengasi nell’uccisione del rais, ma non aveva un piano per la ricostruzione del Paese. Per questo la Libia ha sviato verso un destino piuttosto negativo: è uno Stato quasi fallito, sono riemersi tutti i poteri locali, il Paese si è frammentato in mille centri di potere, le milizie hanno assunto il controllo di porzioni di territorio, ivi compresi pozzi petroliferi, ma anche altre strutture e aree nevralgiche del Paese; e soprattutto i confini libici sono diventati permeabili alle organizzazioni jihadiste, che sono alla perenne ricerca di un santuario nel quale realizzare dei campi di addestramento. La Libia, nel corso degli anni, è diventata quindi la culla di molti gruppi jihadisti, come ad esempio al-Qaida nel Maghreb islamico, che ha visto in un territorio fuori controllo la possibilità non solo di realizzare campi di addestramento, ma anche di unirsi ad altre organizzazioni terroristiche, creando una sorta di base operativa in Libia.

Poi c’è stato sin dal 2014 l’avvento dello Stato islamico in Libia. L’ISIS è arrivato in Libia in varie forme, soprattutto attraverso l’affiliazione di altri gruppi terroristici come ad esempio Ansar al-Shari’a, convertitasi allo Stato islamico. Fino al 2016 l’ISIS ha avuto un ruolo importantissimo in Libia, ma nel 2016 il governo di Misurata, insieme ad alcuni raid americani, è riuscito a espugnare l’ultima roccaforte dell’ISIS di Sirte. Va ricordato però che le organizzazioni terroristiche, ISIS compreso, sono ancora presenti in Libia soprattutto nel Fezzan (al confine con il Sahel), in connessione molto stretta con le organizzazioni criminali: vivono di traffici illeciti come quelli di migranti, di droga, di petrolio. Questa persistenza delle organizzazioni jihadiste in Libia rappresenta uno dei principali problemi non solo della Libia, ma anche degli Stati confinanti. Di questo problema l’Unione Europea deve tenere conto non soltanto per stabilizzare la Libia ma per cercare di evitare che il fenomeno possa diffondersi, come sta accadendo, in tutta l’Africa.

Dal 2011 l’Italia ha perso molte posizioni in Libia a beneficio di altri Paesi, in particolar modo della Francia. Come mai è avvenuto ciò? Ci sono, secondo lei, modi per poter recuperare una centralità nella regione?

L’attuale primo ministro ad interim della Libia Abdul Hamid Dbeibeh. Fonte: Government.ru/Wikimedia Commons.

L’Italia ha perso posizioni in Libia perché non ha saputo mantenere una chiara linea in politica estera non soltanto per la Libia ma per l’intero arco nordafricano, lasciando conseguentemente spazio ad altre potenze, in primo luogo e soprattutto inizialmente alla Francia, che è stata una delle fautrici dell’intervento NATO del 2011 per propri interessi nazionali energetici ed economici. Nel 2014 la Francia ha stretto accordi con il generale della Cirenaica Khalifa Haftar per vendergli armi, ma soprattutto per accordarsi con il generale per l’estrazione di petrolio.

Ci sono poi tanti altri attori, che a causa dell’iniziale distrazione italiana si sono inseriti negli spazi lasciati vuoti dall’Italia. Tra questi vi è la Turchia, che nel momento in cui Haftar ha cercato di attaccare al-Sarraj, il leader di Tripoli, con l’obiettivo di conquistare la capitale, si è sostituita all’Italia, fornendo ad al-Sarraj tutto ciò di cui aveva bisogno per rispondere all’avanzata di Haftar, dalle armi ai mercenari (tra cui elementi jihadisti), grazie a cui Sarraj è riuscito a resistere. Questi sono esempi che fanno capire come, se non si mantiene la barra dritta in politica estera, e si ha una politica altalenante, le altre potenze internazionali non stanno a guardare.

Per recuperare le posizioni perse dall’Italia, c’è una possibilità di poter riprendere un dialogo con la Libia, e soprattutto con l’ovest libico, che è l’area che più interessa l’Italia: è da lì che parte la maggior parte dei migranti diretta verso le coste italiane, e lì ci sono i maggiori investimenti dell’ENI. L’Italia può fare ciò grazie anche all’elezione del nuovo governo di transizione libico guidato da Dbeibeh. Questo nuovo governo sicuramente è pronto a riaprire un dialogo con l’Italia: lo abbiamo visto con le due visite del ministro degli Esteri Luigi Di Maio e poi con la visita di Draghi in Libia. Si è parlato di nuovo di amicizia, la famosa parola con cui venne siglato il trattato del 2008 con Berlusconi, ma si è parlato soprattutto di cooperazione e di affari. L’Italia potrebbe tornare al vecchio progetto di costruzione dell’autostrada da Tunisi a Bengasi, e potrebbe dedicarsi anche alla ricostruzione dell’aeroporto di Mitiga, e altri affari importanti. Si è parlato anche di riaprire le scuole di italiano in Libia, cosa importante anche per cementare rapporti che non siano solo economici, ma a tutto tondo. C’è, insomma, una porta aperta per l’Italia, che però l’Italia potrà sfruttare solo mantenendo la barra dritta in politica estera, rimanendo vicina alle autorità libiche e soprattutto smarcandosi dalla Turchia, che ha investito molto in Libia e punta ad approfittare della sua posizione privilegiata. L’Italia, però, potrà godere dell’appoggio americano: gli Stati Uniti puntano molto sull’Italia per ricucire i rapporti con la Libia, marginalizzando Russia e Turchia.

Nel dibattito politico italiano, da qualche anno a questa parte, ha assunto un’importanza fondamentale il tema dell’immigrazione dall’Africa, tema nel quale è centrale proprio la Libia. Di questo lei si è occupata in Migrazioni nel Mediterraneo, dinamiche, identità e movimenti, a cura sua e di Giuseppe Acconcia, edito da FrancoAngeli, e in La sfida mediterranea: alle radici della pressione migratoria, di autori vari, edito da Reset-Dialogues on Civilizations. Da questo punto di vista, qual è lo stato dell’arte attuale?

Il sistema migratorio è stato un po’ il fanalino di coda delle politiche europee dal 2011 fino a questo momento. Ad oggi, i flussi migratori dalle coste libiche sono notevolmente aumentati, rispetto a due anni fa; sono aumentate anche le partenze dalla Tunisia (i cosiddetti sbarchi fantasma, realizzati con imbarcazioni di piccole dimensioni che sfuggono ai radar, e che portano la maggior parte dei migranti che arrivano sulle coste italiane).

Il fenomeno è molto complesso, e per questo non può essere affrontato dall’Italia da sola, ma finalmente dovrebbe vedere, dopo tanti anni di indifferenza e giravolte da parte di molti Paesi europei, una maggiore cooperazione, per due ordini di motivi. Innanzitutto, l’immigrazione è un tema che per la sua complessità e per la sua magnitudine deve essere affrontato da un’Europa forte e coesa, capace di rispondere in maniera sinergica alla domanda dei migranti; come ben sottolineato anche recentemente dalla conferenza congiunta tra Dbeibah e Mario Draghi, l’immigrazione è un problema che non riguarda solo la Libia, ma parte dall’Africa, passa per alcuni Paesi del Sael, poi passa per la Libia fino ad arrivare sulle coste di Tripoli, da dove i migranti tentano la disperata traversata verso l’Italia.

L’immigrazione, inoltre, è un fenomeno che viene sfruttato dalle reti della criminalità organizzata, che lucrano sul traffico dei migranti, spesso in connessione molto stretta con le organizzazioni terroristiche. Anche per questo è un problema che deve essere affrontato da un’Unione Europea molto più forte e coesa, sia per quanto riguarda il tema della criminalità organizzata, sia per un approccio diverso al tema dell’accoglienza dei migranti, tanto nei Paesi di arrivo quanto nei Paesi di partenza e di transito.

Lei si è occupata anche di questioni energetiche in relazione al Nord Africa e alla Libia. Come influiscono gli eventi bellici sull’approvvigionamento energetico? 

La guerra ha reso molto più complessi i processi di estrazione e di vendita del petrolio, perché molti pozzi petroliferi sono stati conquistati e tutt’oggi sono gestiti da milizie. Non ci sono più, quindi, un controllo e una gestione centralizzati dei proventi dell’estrazione del petrolio.

I primi passi da fare da questo punto di vista saranno quelli di sottrarre i pozzi petroliferi al controllo delle milizie, centralizzare sotto l’autorità della NOC (autorità petrolifera nazionale libica) tutti i processi di estrazione del petrolio e soprattutto delegare alla Banca centrale libica una più equa ridistribuzione dei proventi petroliferi. Questo potrebbe aiutare il Paese a riprendersi anche da un punto di vista energetico.

D’altra parte, va detto che, tranne che in alcuni momenti, come per esempio durante i 17 mesi di guerra tra Haftar e Sarraj, la produzione di petrolio si è mantenuta su livelli altalenanti ma non eccessivamente bassi: basti pensare che oggi, dopo la fine delle ostilità, si è tornati all’estrazione di circa 1,4 milioni di barili al giorno, quantità simile a quella che veniva estratta durante il lungo regno di Gheddafi. Il problema è la redistribuzione di questi proventi.

Va detto anche che, nonostante tutto, l’ENI non ha mai smesso, dal 2011 in poi, di operare in Libia, mantenendo mediamente piuttosto alta la quantità di petrolio che riesce a estrarre. Questo è sicuramente un asset importante che l’Italia può sfruttare per riallacciare i rapporti con la Libia. Lo stesso Dbeibah ha più volte ricordato l’importanza dell’ENI all’interno del Paese sia da un punto di vista storico sia per quanto riguarda le relazioni bilaterali tra l’Italia e la Libia.

Possiamo quindi dire che sicuramente la guerra, l’instabilità che ne è seguita e tutto il resto hanno reso più difficoltosa a livello interno la redistribuzione dei proventi, e varie organizzazioni criminali hanno lucrato sull’esportazione di petrolio, spesso oggetto di traffici illeciti. Tuttavia, proprio nella ripresa della produzione del petrolio c’è una delle chiavi di volta per la ripresa economica della Libia, fondamentale per la sua stabilizzazione.

Quali sono le prospettive del Nord Africa e della Libia, anche alla luce della pandemia di COVID-19?

Come il COVID colpisce in maniera più forte le persone più fragili, così colpisce in maniera più forte gli Stati più fragili. Questo è quello che è accaduto in Libia, dove è difficile dire quanti siano i morti per COVID. Al momento si parla di tremila decessi e di 167mila casi, ma credo siano assolutamente stime al ribasso.

Dal 2011 molti ospedali in Libia sono stati chiusi o bombardati (17 solo nel 2020), le milizie hanno saccheggiato nel corso degli anni le forniture mediche. In questo momento in Libia ci sono più di un milione e mezzo di sfollati, di cui circa il 25% sono cittadini libici, il 75% sono migranti. Questi sfollati hanno delle grosse difficoltà di accesso alle strutture sanitarie, quindi figuriamoci se possono fare un tampone o un qualunque tipo di screening per identificare il COVID.

Ora, con l’elezione del nuovo governo di transizione, che ha promesso in qualche modo di riportare la Libia su un percorso economico e anche sanitario lineare, per cercare di pacificare e stabilizzare questo Paese martoriato da più di dieci anni di instabilità e di guerre, tra le tante cose sicuramente si sta pensando di realizzare un nuovo piano sanitario. Anche in questo caso, però, l’arrivismo di alcune potenze straniere ci dà la cifra della competizione che c’è persino su un tema così importante. Per esempio, adesso c’è una sorta di gara per la fornitura di vaccini in Libia: la Turchia ha fornito alla Libia circa 150mila vaccini; stessa cosa, con numeri diversi, stanno facendo Russia e Francia. Se questo da un lato è un fattore positivo (perché giungono vaccini), dall’altra parte è evidente come non vi sia una linea comune di supporto a questo Paese, ma ogni Stato cerchi di ingraziarsi il nuovo governo libico, anche attraverso le forniture di vaccini, per poter avere un posto al sole negli aspetti economici, e ciò non gioverà alla stabilità della Libia.

Per stabilizzare la Libia occorre un’Europa unita, in asse con gli Stati Uniti, per riuscire a supportare questo Paese nel processo di stabilizzazione, marginalizzando tutte le forze centrifughe presenti in Libia, e soprattutto cercando di limitare la presenza di attori esterni come Russia e Turchia, che ancora oggi rappresentano uno dei maggiori problemi per i futuri processi di pacificazione libica.

Emanuele Del Ferraro e Tiziano Sestili per www.policlic.it

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