La Convenzione dell’Unione Africana sulla prevenzione e il contrasto alla corruzione

La Convenzione dell’Unione Africana sulla prevenzione e il contrasto alla corruzione

La società civile e il libero giornalismo sono i grimaldelli per una nuova Africa

Il seguente articolo rappresenta la rielaborazione di un estratto della tesi di laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali conseguita nell’anno corrente dall’autore. Si veda G. Plini, La Convenzione dell’Unione Africana sulla prevenzione ed il contrasto alla corruzione: il ruolo chiave del giornalismo.


Una convenzione necessaria

Negli anni Novanta del secolo scorso, per la prima volta si resero evidenti alcune manifestazioni dell’intento di confrontarsi a livello internazionale con il fenomeno corruttivo, il quale era capace di intessere le sue tele ben oltre i confini di uno Stato. La ragione di tale esigenza è di natura storica e risiede nella caduta del Muro di Berlino, epilogo della Guerra Fredda, evento che aprì la strada alla ideazione di una nuova agenda basata sui processi di democratizzazione, di trasparenza e di responsabilizzazione, ritenuti essenziali alla luce dell’abbattimento delle barriere economiche, abbattimento foriero della moltiplicazione degli scambi commerciali ma anche dell’estendersi della corruzione[1].

In Africa, tra il novembre 2001 e il settembre 2002, si tennero diverse riunioni a Addis Abeba. L’esito di questi incontri presso la sede dell’Unione Africana fu la stesura dell’African Union Convention on Preventing and Combating Corruption. La Convenzione venne adottata a Maputo, Mozambico, l’11 luglio del 2003, due anni dopo il Southern African Development Community Protocol against Corruption e cinque mesi prima dell’UNAC, ed entrò in vigore solamente il 5 agosto 2006, dopo il deposito del quindicesimo strumento di ratifica. In totale sono 55[2] gli Stati coinvolti: 49 firmatari e 44 ratificanti. Il testo presenta 28 articoli: alcune disposizioni sono sostanziali, in quanto descrivono i reati e prescrivono eventuali pene, mentre la maggior parte sono di tipo procedurale: si rivolgono agli Stati contraenti al fine di implementare le previsioni sostanziali.

La Convenzione è da giudicare come un lavoro inedito e organico perché contiene al suo interno diversi riferimenti ad alcune delle principali legislazioni di cui si sono dotate l’OUA, prima, e l’Unione Africana poi, come l’African Charter on Human and Peoples’ Rights, la Declaration on the Fundamental Changes Taking Place in the World and their Implications for Africa (1990), la Cairo Agenda for Action Relaunching Africa’s Socio-economic Transformation (1994), il Plan of Action Against Impunity (1996). Tali riferimenti, secondo quanto riportato nel preambolo, “underlined the need to observe principles of good governance, the primacy of law, human rights, democratization and popular participation by the African peoples in the process of governance”[3]. Lo scopo perseguito è quello di creare un coordinamento e una cooperazione intensa tra gli Stati contraenti nella repressione della corruzione, al fine di rispettare quelli che la Convenzione chiama i principles: le istituzioni democratiche, la partecipazione popolare, lo stato di diritto e la buona governance, il rispetto della dignità umana, la trasparenza e la responsabilizzazione nella gestione degli affari pubblici, la promozione della giustizia sociale e la condanna della corruzione e dei crimini. In seguito all’entrata in vigore della Convenzione, l’Unione Africana ha adottato ulteriori trattati che traggono ispirazione dalla stessa, tra cui l’African Charter on Democracy, Elections and Governance 2007, l’African Charter on the Values and Principles of Public Service and Administration 2011.

La citata Convenzione dell’Unione Africana sulla prevenzione e il contrasto alla corruzione si riferisce alla corruzione annoverando una serie di atti e pratiche ritenuti, all’articolo 4[4], dei reati che comprendono sia i corrotti sia i corruttori, il settore privato e il settore pubblico. Viene tralasciata, apparentemente, l’ipotesi di trame corruttive poste in essere unilateralmente senza un previo accordo e da ufficiali pubblici stranieri, anche se all’articolo 1 si definisce ufficiale pubblico “ogni ufficiale o impiegato di Stato e delle sue agenzie”, quindi non necessariamente appartenente a uno Stato contraente. La Convenzione difetta, perciò, di una definizione chiara e univoca del concetto di corruzione, oltre che dell’individuazione della mens rea in ogni comportamento configurabile come perseguibile. L’articolo 4, allo stesso modo, non cita le autorizzazioni come merce di scambio nell’alveo delle trame corruttive, una scappatoia che potrebbe limitare l’azione repressiva. Le disposizioni della Convenzione sono obblighi programmatici e lasciano, quindi, agli Stati la decisione di pervenire a una definizione del crimine e di stabilire entro parametri piuttosto ampi le misure da adottare, come dimostra, ad esempio, la scelta dei verbi agli articoli 7 e 11: il primo si riferisce alla corruzione nel settore pubblico dove viene solamente “richiesto” (required) agli ufficiali pubblici di dichiarare i propri beni (assets) al momento dell’assunzione[5], mentre il secondo, inerente al settore privato, parla di “impegno” (undertake)[6]. Si potrebbe sottolineare come, alla luce delle gravi conseguenze di una corruzione endemica e pervasiva in Africa, sarebbe stato necessario dotarsi di un forte approccio vincolante top-down, da preferire a una più inclusiva impostazione bottom-up. Ciononostante, la Convenzione, all’articolo 5, paragrafo 3, fa riferimento alla necessità da parte degli Stati di “istituire, mantenere e rafforzare autorità o agenzie nazionali anticorruzione indipendenti”. Agenzie che potrebbero risultare utili nel ruolo di coordinamento tra la legislazione a livello di Unione Africana e quella dei singoli Stati, ma che, al contrario, sono private dei necessari fondi e di personale adeguato. Il motivo risiede nella mancanza di iniziativa politica: in Kenya, molti commissari sono stati dismessi dal loro incarico durante indagini riguardanti esponenti di alto profilo. È stata documentata l’interferenza dei politici tesa a inibire l’azione della Commissione Anticorruzione del Kenya[7].

Di particolare rilevanza è l’articolo 22 della Convenzione, il quale fa riferimento a un meccanismo di expert review denominato Advisory Board on Corruption within the African Union, composto di 11 membri eletti dall’AU Executive Council. I membri vengono scelti da una lista di esperti integri e imparziali che vantano acclarate competenze nella repressione della corruzione; il mandato è valido per un periodo di due anni ed è rinnovabile per una sola volta. Il Board ha la responsabilità di promuovere le misure della Convenzione, di ricevere informazioni sul fenomeno corruttivo e sul comportamento delle corporazioni multinazionali in Africa, sviluppando metodologie di analisi e ricerca, codici di condotta per i pubblici ufficiali, consigliando i governi e creando partnership. Inoltre, il Board deve redigere un report indirizzato all’Executive Council riguardo ai progressi dei singoli Stati nelle previsioni della Convenzione. Stati ai quali è demandato il compito di fornire tutte le informazioni in loro possesso e quelle sviluppate dalle agenzie, prescrivendo che in tale processo venga coinvolta, in un’attività di monitoraggio, la società civile, così da fare pressione sui governi al fine di implementare le disposizioni della Convenzione nell’ordinamento interno[8].


Il contenuto: obiettivi e relativi problemi

L’African Union Convention on Preventing and Combating Corruption si pone degli obiettivi che sono necessariamente correlati al particolare contesto socioeconomico caratterizzante il continente africano, dove corruzione, povertà e disuguaglianza si alimentano vicendevolmente. L’articolo 2[9] prescrive una serie di misure tese a interrompere il sopracitato circolo vizioso mediante la formazione, il mantenimento e il rafforzamento delle autorità nazionali anticorruzione, dei sistemi interni di contabilità, della cooperazione penale e informativa tra gli Stati, dei programmi atti a promuovere la sensibilizzazione della popolazione e la sua educazione ai fini di quanto esposto nei principi all’articolo 3, tra cui figura il rispetto dei diritti umani. Il collegamento tra la repressione della corruzione e il rispetto dei diritti umani fa della Convenzione una delle carte più innovative dell’UA, considerando che per molto tempo l’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) è rimasta inerme dinanzi a violazioni sistemiche di tali diritti[10]. Ma a dispetto delle disposizioni all’articolo 2, la Convenzione non presenta un quadro di rimedi rivolti a favore dei soggetti vittime della violazione dei diritti umani quale conseguenza di trame corruttive. Non si fa, altresì, cenno ad alcun risarcimento danni, nemmeno nei confronti di categorie o gruppi vulnerabili meritevoli invece di vedersi riconosciuta la possibilità di intentare un’azione civile al fine di ottenere una piena compensazione dei danni materiali, economici e non pecuniari, mentre si annovera tra gli obiettivi l’asset recovery: la confisca e il sequestro dei proventi e delle strumentalità della corruzione[11]. Orbene, nonostante il riferimento ai diritti umani, troppo sovente taciuti dagli Stati africani e che, finalmente, acquisiscono forte risonanza a livello continentale, il problema principale e difficilmente superabile riguarda gli obblighi programmatici della Convenzione, i quali lasciano un’eccessiva discrezionalità agli Stati. L’articolo 7, paragrafo 5, prevede che gli Stati si impegnino a far sì che “fatte salve le disposizioni della legislazione nazionale, qualsiasi immunità concessa ai funzionari pubblici non deve costituire un ostacolo alle indagini sulle accuse e al perseguimento di tali funzionari”. N.J. Udombana, nel suo articolo[12] del 2003, lancia il monito di eventuali ricorsi da parte degli Stati alle riserve concesse all’articolo 24[13] per evitare ai propri ufficiali pubblici l’eventualità di vedersi revocata l’immunità prevista, spesso, anche a livello costituzionale, come nel caso della Repubblica Federale della Nigeria[14]. Ipotesi che, per il momento, non ha avuto riscontro. A tal riguardo, l’articolo 5, intitolato Legislative and other measures, citando gli obiettivi all’articolo 2, sollecita gli Stati a adottare le misure legislative richieste ai fini seguenti:

establish as offences, the acts mentioned in Article 4 paragraph 1 of the present Convention; strengthen national control measures to ensure that the setting up and operations of foreign companies in the territory of a State Party shall be subject to the respect of the national legislation in force; establish, maintain and strengthen independent national anticorruption authorities or agencies; adopt legislative and other measures to create, maintain and strengthen internal accounting, auditing and follow-up systems, in particular, in the public income, custom and tax receipts, expenditures and procedures for hiring, procurement and management of public goods and services; adopt legislative and other measures to protect informants and witnesses in corruption and related offences, including protection of their identities; adopt measures that ensure citizens report instances of corruption without fear of consequent reprisals; adopt national legislative measures in order to punish those who make false and malicious reports against innocent persons in corruption and related offences, adopt and strengthen mechanisms for promoting the education of populations to respect the public good and public interest, and awareness in the fight against corruption and related offences, including school educational programmes and sensitization of the media, and the promotion of an enabling environment for the respect of ethics.[15]

Analogamente, la Convenzione si interessa, pioneristicamente, al riciclaggio dei proventi della corruzione, sulla scia di diversi trattati adottati a livello internazionale a partire dagli anni Novanta, come la European Convention on Laundering, Search, Seizure and Confiscation of the Proceeds of Crime[16]. È chiaro che regimi blandi di supervisione dell’attività di riciclaggio possono incoraggiare il diffondersi della corruzione. Dunque, l’articolo 6 indirizza agli Stati la richiesta di dotarsi di leggi e misure al fine di giudicare come reati criminali:

The conversion, transfer or disposal of property, knowing that such property is the proceeds of corruption or related offences for the purpose of concealing or disguising the illicit origin of the property or of helping any person who is involved in the commission of the offence to evade the legal consequences of his or her action; the concealment or disguise of the true nature, source, location, disposition, movement or ownership of or rights with respect to property which is the proceeds of corruption or related offences; the acquisition, possession or use of property with the knowledge at the time of receipt, that such property is the proceeds of corruption or related offences.[17]

Ulteriore fondamentale disamina deve interessare la giurisdizione, alla quale la Convenzione dedica l’intero articolo 13:

Each State Party has jurisdiction over acts of corruption and related offences when: the breach is committed wholly or partially inside its territory; the offence is committed by one of its nationals outside its territory or by a person who resides in its territory; and the alleged criminal is present in its territory and it does not extradite such person to another country. When the offence, although committed outside its jurisdiction, affects, in the view of the State concerned, its vital interests or the deleterious or harmful consequences or effects of such offences impact on the State Party. This Convention does not exclude any criminal jurisdiction exercised by a State Party in accordance with its domestic law. Notwithstanding the provision of paragraph I of this Article, a person shall not be tried twice for the same offence.[18]

Nonostante la giurisdizione basata sul principio della self-protection sia diffusa a livello di diritto internazionale, uno Stato, in siffatte ipotesi, non è obbligato a circuire o detenere un soggetto coinvolto nel reato de quo, il quale potrebbe trovare riparo in Paesi dove la corruzione non viene punita. Inoltre, la disposizione che fa riferimento alla lesione di interessi vitali dello Stato manca di fornirne un’accurata definizione che sembra essere rimandata, ancora una volta, all’autonomia legislativa del singolo Stato. Mentre il citato articolo riporta il principio giuridico del ni bis in idem.

Il soggetto perseguito a livello penale deve avere il diritto, secondo quanto stabilito dall’articolo 14, alle minime garanzie di un giusto processo:

Subject to domestic law, any person alleged to have committed acts of corruption and related offences shall receive a fair trial in criminal proceedings in accordance with the minimum guarantees contained in the African Charter on Human and Peoples’ Rights and any other relevant international human rights instrument recognized by the concerned States Parties.[19]

Il riferimento alla domestic law potrebbe avere l’effetto di diluire l’analoga clausola contenuta all’interno dell’articolo 7 della African Charter on Human and Peoples’ Rights, che dispone quanto segue:

Every individual shall have the right to have his cause heard. This comprises: the right to an appeal to competent national organs against acts of violating his fundamental rights as recognized and guaranteed by conventions, laws, regulations and customs in force; the right to be presumed innocent until proved guilty by a competent court or tribunal, the right to defence, including the right to be defended by counsel of his choice; the right to be tried within a reasonable time by an impartial court or tribunal. No one may be condemned for an act or omission which did not constitute a legally punishable offence at the time it was committed. No penalty may be inflicted for an offence for which no provision was made at the time it was committed. Punishment is personal and can be imposed only on the offender.[20]

Ugualmente preoccupante appare essere la lacuna relativa alla necessità da parte degli Stati di dotarsi di misure per rafforzare l’indipendenza della magistratura e l’integrità dei processi giudiziari[21].

Al fine di perseguire il reato con certezza, la Convenzione, all’articolo 19, paragrafo 3, si rivolge anche agli Stati non aventi qualità di membro dell’Unione Africana al fine di adottare le necessarie misure legislative atte a conseguire i seguenti scopi:

prevent corrupt public officials from enjoying ill-acquired assets by freezing their foreign accounts and facilitating the repatriation of stolen or illegally acquired monies to the countries of origin.[22]

Per tale scopo, ogni Stato parte deve designare un’autorità nazionale preposta alla cura della cooperazione internazionale, come indicato all’articolo 18, paragrafi 1 e 2. In aggiunta, la cooperazione internazionale interessa anche l’ipotesi di estradizione, all’articolo 15, paragrafo 5:

Each State Party undertakes to extradite any person charged with or convicted of offences of corruption and related offences, carried out on the territory of another State Party and whose extradition is requested by that State Party, in conformity with their domestic law, any applicable extradition treaties, or extradition agreements or arrangements existing between or among the State Parties.[23]

Rimanendo nell’alveo della relazione tra Stati, come per ogni strumento giuridico, alcune delle previsioni della Convenzione potrebbero essere oggetto di controversie riguardanti l’interpretazione e l’applicazione delle stesse. A tal riguardo, la Convenzione non contiene al suo interno un articolo o un paragrafo dedicati alla risoluzione delle controversie in quanto spetta alla Corte di Giustizia dell’Unione Africana esercitare la giurisdizione su tali pratiche, che investono anche la validità stessa dei trattati[24].


L’articolo 12: il ruolo dei mass media

Successivamente alla disamina degli obiettivi che la Convenzione intende perseguire nell’ambito del contrasto alla corruzione, si ritiene doveroso sottolineare come sia la good governance lo strumento migliore per gli Stati africani nell’intento di alleviare le conseguenze del reato de quo. L’articolo 10 prescrive di adottare misure atte a vietare “l’uso di fondi conseguiti tramite pratiche illegali o di corruzione utili a finanziare i partiti politici”[25] attraverso l’incorporazione dei princìpi della trasparenza e della responsabilizzazione delle parti politiche. Una governance che deve essere effettiva ed equa al fine di garantire l’evolversi dello stato di diritto. La transparency e l’accountability rappresentano, perciò, due elementi chiave[26] per sradicare il fenomeno corruttivo sulla vestigia dei princìpi riportati in modo inequivocabilmente innovativo dalla Convenzione dell’Unione Africana del 2003. Quest’ultima dedica un articolo indipendente e centrale all’accesso all’informazione, diritto che viene assurto così a viatico principale nel contrasto alla corruzione: “Each State Party shall adopt such legislative and other measures to give effect to the right of access to any information that is required to assist in the fight against corruption and related offences”[27]. Tale articolo, adottando un approccio giuridico e insieme sociologico, fa comprendere la necessità in questa pugna contra corruptionem di dotarsi anche di strumenti non squisitamente giuridici.

Coerentemente, l’articolo 9 trova seguito e spiegazione nell’articolo 12 che, per la sua importanza e lungimiranza, merita un’accurata analisi che passa attraverso una lettura sistemica dei vari articoli. Il citato articolo sollecita gli Stati a “creare un ambiente favorevole che consentirà alla società civile e ai media di mantenere i governi ai massimi livelli di trasparenza e responsabilità nella gestione degli affari pubblici”. Orbene, è richiesta la partecipazione della società civile, intesa come quei corpi associativi che si inseriscono tra l’individuo e lo Stato e che rappresentano il prodromo più efficace per la formazione dei movimenti civili, forze in grado di agire con successo contro regimi autoritari o pratiche repressive. Rappresentativa la vicenda del movimento Le Balai Citoyen (Civic Broom) in Burkina Faso, il quale, utilizzando le piattaforme di comunicazione digitale non controllabili dallo Stato, ha denunciato lo stile di vita lussuoso degli ufficiali pubblici e le loro pratiche clientelari e corruttive. Tale campagna di informazione ha costretto le istituzioni a istituire un’autorità autonoma anticorruzione e a proibire specifici reati, come la sollecitazione degli ufficiali di Stato tramite la promessa di tangenti[28]. Una società civile che deve, altresì, essere istruita tramite precetti di moralità ed etica come indicato dalla stessa Convenzione al paragrafo 8 dell’articolo 5[29].

Il paragrafo 3 dell’articolo 12 assurge la società civile a guardiano e consigliere nella “implementazione della Convenzione”, mentre l’ultimo paragrafo, riguardante il ruolo dei mezzi di informazione che devono vedersi assicurato l’accesso all’informazione in caso di corruzione e reati afferenti la stessa, pone dei limiti a tale utile lavoro nel non condizionare il processo di investigazione e il diritto a un giusto processo tramite la diffusione delle notizie. L’impianto all’articolo 12 rende la Convenzione del 2003 un unicum nel panorama africano, tanto che la Risoluzione del Parlamento Europeo sulla corruzione e i diritti umani nei Paesi terzi del 13 settembre 2017, citandola, “raccomanda di prestare una particolare attenzione alla necessità di affrontare e interrompere i flussi di capitale illeciti provenienti dall’Africa e in particolare quelli generati dall’estrazione di minerali in giacimenti situati in zone di conflitto” e “sottolinea la notevole importanza dei mezzi di informazione indipendenti, sia online che tradizionali, nella lotta alla corruzione e nella denuncia delle violazioni dei diritti umani”, esortando a “attribuire maggior importanza al rispetto della libertà dei media, vista la sua importanza, nelle relazioni internazionali dell’UE con i Paesi terzi”.

Ciononostante, sono molteplici e di diversa natura gli ostacoli che si frappongono tra le istituzioni corrotte e la società civile. Ostacoli che diventano delle vere e proprie resistenze nei confronti di un giornalismo davvero libero di esercitare la cronaca e di servirsi delle sue fonti, tutelandole. Conseguentemente, ciò che in tale sede si ritiene necessario evidenziare è il ruolo non facile dei whistleblowers. Questi ultimi non godono di serenità nemmeno in Paesi avvezzi a un giornalismo d’inchiesta aggressivo come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, dove esiste, dalla fine degli anni Novanta, un quadro normativo che mira a proteggerli. Lo stesso avviene in Sudafrica, dove il ventiseiesimo atto del 2000, denominato Protected Disclosures Act, non prevede alcuna indennità per i whistleblowers, i quali, è indispensabile ricordare, in alcuni Stati africani rischiano molto di più di veder danneggiata la propria carriera[30].

La tematica è affrontata in modo contraddittorio dalla Convenzione dell’Unione Africana sulla prevenzione e il contrasto alla corruzione, la quale, se all’articolo 5, paragrafi 5 e 6, dispone di “adottare misure legislative e di altro tipo per proteggere informatori e testimoni della corruzione e dei reati correlati, inclusa la protezione della loro identità” e “misure che garantiscano ai cittadini di denunciare casi di corruzione senza timore di conseguenti rappresaglie”[31], al successivo paragrafo 7 sollecita gli Stati parti a dotarsi di “misure legislative nazionali per punire coloro che sporgono denunce false e calunniose contro persone innocenti per corruzione e reati connessi”. Per il denunciante, sovente, non è semplice dimostrare a livello probatorio la sostanza delle sue confessioni e il citato disposto può operare da deterrente sufficiente a inibire l’iniziativa del whistleblower, soprattutto in un contesto di violenza e rappresaglia tipico degli Stati non democratici.

Gianpaolo Plini per www.policlic.it


Note e riferimenti bibliografici

[1] Transparency International, Anti-corruption conventions in Africa, what civil society can do to make them work, 2010, pp. 14-15.

[2] Lista degli Stati dell’Unione Africana: Algeria, Angola, Benin, Botswana, Burkina Faso, Burundi, Cameroon, Repubblica Centrafricana, Capo Verde, Costa d’Avorio, Comoros, Congo, Djibouti, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Guinea Equatoriale, Eritrea, Etiopia, Gabon, Gambia, Ghana, Guinea-Bissau, Guinea, Kenya, Libia, Lesotho, Liberia, Madagascar, Mali, Malawi, Morocco, Mozambico, Mauritania, Mauritius, Namibia, Nigeria, Niger, Ruanda, Sudafrica, Sahrawi, Repubblica Democratica del Senegal, Seychelles, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan, Sao Tome & Principe, Sudan, Eswatini, Tanzania, Togo, Tunisia, Uganda, Zambia, Zimbabwe.

[3] Preamble of the African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, 11 luglio 2003: “Sottolineano la necessità di osservare i principi di buon governo, primato del diritto, diritti umani, democratizzazione e partecipazione popolare dei popoli africani ai processi di governo”.

[4] African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, 11 luglio 2003, art. 4: “La presente Convenzione è applicabile ai seguenti atti di corruzione e reati connessi: la sollecitazione o l’accettazione, direttamente o indirettamente, da parte di un pubblico ufficiale o di qualsiasi altra persona, di beni di valore monetario o altro beneficio, come regalo, favore, promessa o vantaggio per sé o per un’altra persona o entità, in cambio di qualsiasi atto od omissione nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche; l’offerta o la concessione, direttamente o indirettamente, a un pubblico ufficiale o a qualsiasi altra persona, di beni di valore monetario o altro beneficio, come un regalo, un favore, una promessa o un vantaggio per sé o per un’altra persona o entità, in cambio di qualsiasi atto od omissione nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche; qualsiasi atto od omissione nell’esercizio delle proprie funzioni da parte di un pubblico ufficiale o di qualsiasi altra persona allo scopo di ottenere illecitamente vantaggi per sé o per terzi; il dirottamento da parte di un pubblico ufficiale o di qualsiasi altra persona, per scopi estranei a quelli per i quali erano destinati, a vantaggio proprio o di terzi, di qualsiasi bene appartenente allo Stato o ai suoi enti, ad un’agenzia indipendente, o a un individuo, che tale funzionario ha ricevuto in virtù della sua posizione; l’offerta o la concessione, la promessa, la sollecitazione o l’accettazione, direttamente o indirettamente, di qualsiasi vantaggio indebito da parte di qualsiasi persona che dirige o lavora per, a qualsiasi titolo, un’entità del settore privato, per sé o per chiunque altro, affinché agisca, o si astenga dall’agire, in violazione dei propri doveri; l’offerta, la concessione, la sollecitazione o l’accettazione, direttamente o indirettamente, o la promessa di qualsiasi vantaggio indebito da parte di qualsiasi persona che affermi o confermi di essere in grado di esercitare un’influenza impropria sul processo decisionale di qualsiasi persona che svolga funzioni nel settore pubblico o privato in considerazione di ciò, indipendentemente dal fatto che il vantaggio indebito sia per sé o per chiunque altro, nonché la richiesta, la ricezione o l’accettazione dell’offerta o la promessa di tale vantaggio, in considerazione di tale influenza, indipendentemente dal fatto che l’influenza venga esercitata o la presunta influenza porti o meno al risultato desiderato; arricchimento illecito; l’uso o l’occultamento dei proventi derivanti da uno qualsiasi degli atti di cui al presente articolo; e partecipazione in qualità di autore, co-autore, agente, istigatore, complice o complice dopo il fatto, o in qualsiasi altro modo, alla commissione, alla tentata commissione o a qualsiasi concorso o cospirazione nella commissione di uno qualsiasi degli atti di cui al presente articolo. La presente Convenzione sarà inoltre applicabile di comune accordo tra due o più Stati parti in relazione a qualsiasi altro atto o pratica di corruzione e reati correlati non descritti nella presente Convenzione”.

[5] Ivi, art. 7, par. 1: “richiedere a tutti i pubblici ufficiali, o a quelli designati, di dichiarare i propri beni al momento dell’assunzione in carica durante e dopo il loro mandato nel servizio pubblico”.

[6] Ivi, art. 11: “Gli Stati parti si impegnano ad adottare misure legislative e di altro tipo per prevenire e combattere atti di corruzione e reati correlati commessi all’interno e da agenti del settore privato”.

[7] L. Fernandez, A Survey of corruption and anti-corruption initiatives in Africa, in “Journal of Anti-Corruption Law”, II (2018), 1, p. 49.

[8] African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, cit., art. 22.

[9] Ivi, art. 2: “Gli obiettivi della presente Convenzione sono: promuovere e rafforzare lo sviluppo in Africa, da parte di ciascuno Stato parte, dei meccanismi necessari per prevenire, individuare, punire e sradicare la corruzione e i reati correlati nei settori pubblico e privato. Promuovere, facilitare e regolare la cooperazione tra gli Stati parti per garantire l’efficacia delle misure e delle azioni volte a prevenire, individuare, punire e sradicare la corruzione e i reati correlati in Africa. Coordinare e armonizzare le politiche e la legislazione tra gli Stati parti ai fini della prevenzione, individuazione, punizione ed eradicazione della corruzione nel continente. Promuovere lo sviluppo socioeconomico rimuovendo gli ostacoli al godimento dei diritti economici, sociali e culturali, nonché dei diritti civili e politici. Stabilire le condizioni necessarie per promuovere la trasparenza e la responsabilità nella gestione degli affari pubblici”.

[10] D. Turack, The African Charter on Human and Peoples’ Rights: Some Preliminary Thoughts, in “Akron Law Review”, XVII (1984), 3, p. 371.

[11] African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, cit., art. 16, parr. 1 e 2: “Ciascuno Stato parte adotta le misure legislative necessarie per consentire: alle sue autorità competenti di cercare, identificare, rintracciare, amministrare e congelare o sequestrare gli strumenti e i proventi di corruzione in attesa di una sentenza definitiva; la confisca di proventi o beni, il cui valore corrisponde a quello di tali proventi, derivati, da reati stabiliti in conformità con la presente convenzione”.

[12] N.J. Udombana, Fighting Corruption Seriously? Africa’s Anticorruption Convention, in “Singapore Journal of International & Comparative Law”, 7 (2003), p. 469.

[13] African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, cit., art. 24: “Ogni Stato parte può, al momento dell’adozione, della firma, della ratifica o dell’adesione, formulare riserve alla presente Convenzione a condizione che ciascuna riserva riguardi una o più disposizioni specifiche e non sia incompatibile con l’oggetto e gli scopi della presente Convenzione. Ogni Stato parte che abbia formulato una riserva la ritirerà non appena le circostanze lo permetteranno. Tale ritiro è effettuato mediante notifica al presidente della Commissione”.

[14] Il Presidente della Repubblica Federale della Nigeria ha il potere costituzionale di firmare e ratificare i trattati e le convenzioni. Potere sovente delegato ai ministri degli Esteri o della Giustizia. Ma la sezione 12 della costituzione del 1999 stabilisce che nessun trattato avrà potere di legge se non quelli approvati dalla National Assembly che può, quindi, decidere quali aspetti tradurre nell’ordinamento interno e quali rifiutare.

[15] African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, cit., art. 5: “Gli Stati parti si impegnano a: adottare misure legislative e di altro tipo necessarie per stabilire come reati gli atti menzionati nell’articolo 4, paragrafo 1, della presente Convenzione; rafforzare le misure di controllo nazionali per garantire che la costituzione e le operazioni di società straniere nel territorio di uno Stato parte siano soggette al rispetto della legislazione nazionale in vigore; istituire, mantenere e rafforzare autorità o agenzie nazionali anticorruzione indipendenti; adottare misure legislative e di altro tipo per creare, mantenere e rafforzare i sistemi interni di contabilità, revisione contabile e follow-up, in particolare, nel reddito pubblico, entrate doganali e fiscali, spese e procedure per l’assunzione, l’approvvigionamento e la gestione di beni e servizi pubblici; adottare misure legislative e di altro tipo per proteggere informatori e testimoni della corruzione e dei reati correlati, inclusa la protezione della loro identità; adottare misure che garantiscano ai cittadini di denunciare casi di corruzione senza timore di conseguenti rappresaglie; adottare misure legislative nazionali per punire coloro che sporgono denunce false e calunniose contro persone innocenti per corruzione e reati connessi; adottare e rafforzare meccanismi volti a promuovere l’educazione delle popolazioni al rispetto del bene pubblico e dell’interesse pubblico e la consapevolezza nella lotta alla corruzione e ai reati correlati, compresi i programmi educativi scolastici e la sensibilizzazione dei media, e la promozione di un ambiente favorevole al rispetto dell’etica”.

[16] N.J. Udombana, op. cit., p. 466.

[17] African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, cit., art. 6: “Gli Stati parti adottano le misure legislative e di altro tipo che possono essere necessarie per stabilire come reati penali: la conversione, il trasferimento o la cessione di beni, sapendo che tali beni sono proventi di corruzione o reati correlati allo scopo di nascondere o mascherare l’origine illecita del bene o di aiutare qualsiasi persona coinvolta nella commissione del reato a evadere le conseguenze legali della sua azione; l’occultamento o il camuffamento della vera natura, fonte, ubicazione, disposizione, movimento o proprietà di, o diritti su, beni che sono i proventi di corruzione o reati correlati; l’acquisizione, il possesso o l’uso di beni con la consapevolezza, al momento del ricevimento, che tali beni sono proventi di corruzione o reati correlati”.

[18] Ivi, art. 13: “Ciascuno Stato parte ha giurisdizione sugli atti di corruzione e sui reati correlati quando: la violazione è commessa in tutto o in parte all’interno del suo territorio; il reato è commesso da un suo cittadino fuori dal suo territorio o da una persona che risiede nel suo territorio; e il presunto criminale è presente nel suo territorio e lo Stato non estrada tale persona in un altro Paese. Quando il reato, sebbene commesso al di fuori della sua giurisdizione, colpisce, secondo lo Stato interessato, i suoi interessi vitali o le conseguenze o effetti deleteri o dannosi di tali reati incidono sullo Stato parte. La presente Convenzione non esclude alcuna giurisdizione penale esercitata da uno Stato parte conformemente al suo diritto interno. Nonostante la disposizione del paragrafo I del presente articolo, una persona non può essere giudicata due volte per lo stesso reato”.

[19] Ivi, art. 14: “Fatte salve le leggi nazionali, qualsiasi persona sospettata di aver commesso atti di corruzione e reati correlati riceverà un equo processo nei procedimenti penali in conformità con le garanzie minime contenute nella Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e in qualsiasi altro strumento internazionale pertinente sui diritti umani riconosciuto dagli Stati parti interessati”.

[20] “Ogni individuo ha il diritto di far valere la propria causa. Ciò comprende: il diritto di appellarsi agli organi nazionali competenti contro atti che violano i suoi diritti fondamentali quali sono riconosciuti e garantiti da convenzioni, leggi, regolamenti e consuetudini in vigore; il diritto di essere presunto innocente fino a prova contraria da una corte o tribunale competente, il diritto alla difesa, compreso il diritto di essere difeso da un avvocato di sua scelta; il diritto di essere giudicato entro un tempo ragionevole da una corte o tribunale imparziale. Nessuno può essere condannato per un’azione o un’omissione che non costituiva un reato legalmente punibile al momento in cui è stata commessa. Nessuna pena può essere inflitta per un reato per il quale non era prevista al momento in cui è stato commesso. La punizione è personale e può essere imposta solo al colpevole.”

[21] L. Fernandez, op. cit., p. 45.

[22] African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, cit., art. 19, par. 3: “Incoraggiare tutti i Paesi ad adottare misure legislative per impedire che funzionari pubblici corrotti godano di beni acquisiti in modo improprio congelando i loro conti esteri e facilitando il rimpatrio di denaro rubato o acquisito illegalmente nei Paesi di origine”.

[23] Ivi, art. 15, par. 5: “Ciascuno Stato parte si impegna a estradare qualsiasi persona accusata o condannata per reati di corruzione e reati correlati, commessi sul territorio di un altro Stato parte e la cui estradizione sia richiesta da tale Stato parte, in conformità con la loro legislazione nazionale, qualsiasi trattato di estradizione applicabile, o accordi o intese di estradizione esistenti tra gli Stati parti”.

[24] L.B. Jatto Jnr, Africa’s approach to the international war on corruption: a critical appraisal of the African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, in “Asper Review of International Business and Trade Law”, X (2010), p. 96.

[25] African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, cit., art. 10, par. 1: “the use of funds acquired through illegal and corrupt practices to finance political parties”.

[26] Riferimento inequivocabile all’art. 3, par. 3, dell’African Union Convention on Preventing and Combating Corruption: “The State Parties to this Convention undertake to abide by the following principles: transparency and accountability in the management of public affairs”.

[27] Ivi, art. 9: “Ciascuno Stato parte adotta tali misure legislative e di altro tipo per dare effetto al diritto di accesso a qualsiasi informazione richiesta per assistere nella lotta alla corruzione e ai reati correlati”.

[28] L. Fernandez, op. cit., p. 84.

[29] “Adopt and strengthen mechanisms for promoting the education of populations to respect the public good and public interest, and awareness in the fight against corruption and related offences, including school educational programmes and sensitization of the media, and the promotion of an enabling environment for the respect of ethics.” Cfr. supra, nota 16.

[30] P.W. Schroth, The African Union on Preventing and Combating Corruption, in “Journal of African Law”, XLIX (2005), 1, p. 33.

[31] African Union Convention on Preventing and Combating Corruption, cit., art. 5, parr. 5, 6, 7: “adopt legislative and other measures to protect informants and witnesses in corruption and related offences, including protection of their identities. Measures that ensure citizens report instances of corruption without fear of consequent reprisals. National legislative measures in order to punish those who make false and malicious reports against innocent persons in corruption and related offences”.

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