Policlic.it intervista la Sen. Loredana De Petris

Policlic.it intervista la Sen. Loredana De Petris

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La crisi pandemica da COVID-19 ha solo apparentemente messo in ombra quella climatica. Le due questioni si intrecciano strettamente e la politica italiana è messa di fronte a prove sempre più complesse per gestire le contraddizioni della globalizzazione. Abbiamo parlato di questo e di molto altro con l’onorevole Loredana De Petris, presidente del gruppo misto del Senato della Repubblica. Dal significato del concetto di “tutela ambientale” ai pericoli di un ritorno al nucleare; dalle cause degli insuccessi elettorali dell’ambientalismo politico italiano[1] alla questione del riconoscimento costituzionale del concetto di “ambiente”.

Questo numero di Policlic parla di ambiente. Ci può dare una definizione di ciò che significa per lei il concetto di “tutela ambientale”?

Oggi è una delle questioni principali. Va a tutelare non solo quello che è un bene comune e un diritto della persona e della collettività a un ambiente salubre, ma il futuro stesso della vita sul pianeta. Oggi il tema classico della tutela è legato strettamente alla lotta ai cambiamenti climatici e alla necessità di far fronte alle crisi ambientali. Tutela ambientale significa tutela della biodiversità, degli ecosistemi, della possibilità che la vita possa riprodursi sul nostro pianeta. Significa anche tutelare una qualità della vita che dovrebbe essere un diritto costituzionalmente protetto.

Lei ha ricoperto il ruolo di responsabile organizzativa dei referendum sul nucleare del novembre 1987. Cosa risponde a chi oggi sostiene che l’energia nucleare sia necessaria per una transizione energetica efficace prima di passare definitivamente alle rinnovabili?

Questa ormai è una tesi che non sostengono neanche più i Paesi che detengono il nucleare, come la Germania e la Francia. Soltanto qualche nostalgico considera il nucleare come una possibilità di ponte verso la definitiva transizione. Non è un caso che noi in quella battaglia puntavamo non solo a vincere, e quindi a impedire la costruzione di centrali nucleari per un problema di sicurezza, ma sostenevamo che bisognasse investire tutte le risorse nelle energie rinnovabili. L’Italia allora perse un’occasione, perché nonostante il risultato del referendum, e pur essendo un Paese all’avanguardia sulla costruzione dei pannelli fotovoltaici, non ci fu la determinazione dei governi nel puntare su quello che era un terreno importantissimo per la politica industriale del nostro Paese. Ci siamo tornati dopo, quando finalmente abbiamo fatto decollare investimenti più massicci; soprattutto con il “conto energia”, che ha dato uno stimolo potentissimo alle rinnovabili. Oggi la discussione sulla “energia ponte” è incentrata sul gas, ma anche qui è assolutamente sbagliata. Anche il gas si può utilizzare per un periodo molto breve, quindi anche su questo bisognerebbe evitare di continuare a investire, proseguendo solo per lo stretto necessario al fine di garantire la transizione energetica.

Per quale motivo l’ambientalismo politico non ha mai avuto grande fortuna in Italia, a differenza di altre esperienze europee, come ad esempio i Paesi nordici o la Germania?

In tutti i Paesi mediterranei la presenza dei verdi in politica è molto debole. Pensiamo alla Spagna o alla Grecia. Forse è un po’ legato alle tradizioni culturali; c’è meno senso della collettività e del bene comune, di etica e di responsabilità, rispetto ad altri Paesi nordeuropei. In Italia i Verdi vivono una situazione di scarsa capacità nel riuscire a costruire un ragionamento più ampio rispetto ad altre opzioni. Oggi è fondamentale il discorso dell’ecologia integrale, e quindi unire le battaglie ambientali a quelle per il sociale. Transizione ecologica e giustizia sociale dovrebbero essere strettamente connesse. Questo un po’ è mancato nella storia dei Verdi, almeno recentemente. Vi è stato un periodo, massima espressione elettorale dei Verdi, in cui la capacità di guardare in modo più ampio alla complessità delle crisi sociali c’è stato, e infatti i risultati elettorali all’epoca si sono visti, ma poi ci si è rinchiusi in un ambito politico ristretto.

Nella Commissione Affari costituzionali del Senato è stata avviata da tempo una discussione sul Disegno di Legge costituzionale n. 212, dal titolo “Modifiche agli articoli 9 e 117 della Costituzione in materia di tutela degli animali, degli ecosistemi e dell’ambiente”, presentato da lei, Cirinnà e Giammanco. Quali conseguenze pratiche può produrre tale modifica nella vita dei cittadini?

Intanto bisogna dire che per fortuna vi sono anche altri DDL che chiedono di inserire la tutela ambientale e della biodiversità degli animali nella Costituzione. In Italia c’è stata una interpretazione sempre molto estensiva dell’articolo 9 della Costituzione, sulla tutela del paesaggio e dell’ambiente. Ma ci si affida all’interpretazione della Corte [Costituzionale, NdR], quando oggi è assolutamente necessario inserire esplicitamente tra i principi fondanti della Repubblica la tutela dell’ambiente come un diritto della persona e della collettività. Perché questa è una delle priorità, anche per un nuovo patto tra generazioni e per il futuro del Paese.

Che l’ambiente sia pienamente riconosciuto come bene protetto ha delle conseguenze molto importanti dal punto di vista della tutela giuridica. Pensiamo anche alle questioni dell’inquinamento, dei diritti violati sui territori, che spesso le associazioni di cittadini non riescono fino in fondo a poter far conoscere. Così come la tutela degli animali come esseri senzienti in Costituzione: finalmente non sarebbero più considerati “cose”, come è oggi nel Codice Civile, ma esseri senzienti in grado di provare sofferenze e dolore. Pensiamo al fatto che nel nostro Codice Penale c’è il reato di maltrattamento agli animali non in quanto si causa sofferenza a degli esseri viventi, ma solo perché si colpisce il pathos umano; o che se viene ucciso, colpito o ferito un animale a seguito di un incidente stradale, l’assicurazione lo tratta come se fosse un oggetto.

Questo riconoscimento comporterebbe un salto di civiltà. Aumenterebbe anche la possibilità di una tutela efficace della biodiversità. Non pensiamo soltanto ai nostri amici che vivono nelle case di 14 milioni di famiglie italiane, ma a tutte le specie viventi. Vi sono per fortuna norme sempre più importanti, anche in Europa, sul benessere animale; ma la tutela avrebbe bisogno di un salto di qualità, che produrrebbe dei benefici indubbi sia nei confronti degli animali che delle persone stesse. Avrebbe delle conseguenze su come trattiamo gli animali anche a fini produttivi.

Sui DDL costituzionali è stato costituito un comitato ristretto per formulare un testo base. Poi è stata impartita l’indicazione da parte della Presidenza del Senato di sospendere tutti i provvedimenti che non avessero stretta attinenza con l’emergenza COVID, e quindi un po’ tutti i provvedimenti si sono fermati. Dispiace molto, perché il comitato ristretto stava producendo questo testo base, quindi si tratta soltanto di formalizzarlo, votarlo e fissare il termine per gli emendamenti. Anche perché, essendo una modifica costituzionale, ha un iter più complesso.

Quale connessione c’è tra la pandemia di COVID-19 e la crisi ambientale?

È importante mettere in connessione la pandemia con l’emergenza ambientale e con i cambiamenti climatici. Il Recovery Fund prevede che almeno il 37% dei fondi siano impiegati nella transizione verde. Il nesso è molto forte per l’aggressione che il nostro modello di sviluppo ha operato verso gli ecosistemi, obbligando al contatto specie che erano state separate per diecimila anni; ma anche per il modello produttivo – pensiamo agli allevamenti, che sono un problema enorme di per sé. Papa Francesco ha detto: “Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”; se non capiamo cosa abbiamo prodotto con questo modello di sviluppo, avremo altre pandemie. Perché l’aggressione agli ecosistemi ha creato le condizioni per queste contaminazioni e passaggi di virus, che non sono un castigo divino, ma la conseguenza di quello che abbiamo combinato in questi decenni.

Le conseguenze, poi, come sempre, le pagheranno gli ultimi. Perché i ricchi alla fine avranno sempre la possibilità di potersi in qualche modo garantire un benessere. Sono quelli più in difficoltà che subiranno le conseguenze drammatiche dovute alle crisi climatiche. Non solo nei Paesi in via di sviluppo, come pensiamo. Il Mediterraneo è una delle aree di crisi più importanti e l’Italia è uno dei Paesi più esposti alla pressione migratoria dei profughi ambientali. 

Federico Paolini per www.policlic.it


Note e riferimenti bibliografici

[1] Sull’argomento si veda E. Del Ferraro, L’ambientalismo tra movimento e politica. Breve storia del movimento ambientalista e della Federazione dei Verdi in Policlic n.7 (Gennaio 2021)

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Michela Mercuri insegna Geopolitica del Medio Oriente all’Università Niccolò Cusano. Ha insegnato Storia contemporanea dei paesi mediterranei all’Università di Macerata dal 2006 al 2019, e in vari master. È inoltre ricercatrice dell’Osservatorio sul fondamentalismo e...

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