Agenda 2030: lo stato attuale dei progressi verso la parità di genere (Goal 5)

Agenda 2030: lo stato attuale dei progressi verso la parità di genere (Goal 5)

Il 25 settembre 2015, i governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno sottoscritto l’Agenda 2030, costituita da 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile. Questi Obiettivi (o Goals) sono stati inseriti in un programma d’azione che prevede 169 target da raggiungere entro il 2030 in ambito economico, sociale, ambientale e istituzionale.

Nel considerare la situazione attuale dell’Agenda 2030, non si può prescindere dall’emergenza sanitaria che opprime il mondo ormai da un anno. La pandemia ha infatti ridotto la possibilità di raggiungere entro il 2030 molti degli Obiettivi: “Il COVID-19 è stato un portiere implacabile per 12 dei 17 goal dell’Agenda 2030”, scrive “Il Sole 24 Ore”.

Lo stato di salute degli Obiettivi dell’Agenda alla luce della crisi pandemica è stato analizzato dalla M&G Investments, gruppo di risparmio britannico. A settembre 2020 ha pubblicato il dossier The SDG reckoning, nel quale è stato assegnato a ogni Goal un valore da 1 a 10; un voto pari o superiore a 5 indica che l’Obiettivo potrebbe effettivamente essere raggiunto entro la data prefissata del 2030. Preoccupa che il giudizio assegnato al Goal 13 (agire per il clima) e al Goal 15 (vita sulla terra) sia pari a 2. Sembrano più sulla strada giusta gli Obiettivi che riguardano imprese, innovazione, partnership, città e comunità sostenibili.

All’Obiettivo sulla parità di genere (Goal 5) è stato assegnato il valore 4, indicativo di un ritardo sulla tabella di marcia. Anche su questo Obiettivo, infatti, l’impatto della pandemia è stato notevole. Nell’aprile 2020, il Segretario generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che “i limitati progressi in termini di uguaglianza di genere e diritti delle donne, realizzati nel corso di decenni, rischiano di essere annullati a causa della pandemia di COVID-19”.


L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile dedicato alla parità di genere

Il Palazzo di Vetro di New York, sede centrale delle Nazioni Unite. Fonte: oleg_mit/Pixabay

L’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030 è interamente dedicato al raggiungimento dell’uguaglianza di genere e dell’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Per l’ONU, “l’uguaglianza di genere non è solo un diritto umano fondamentale, ma un fondamento necessario per un mondo pacifico, prospero e sostenibile”.

Le disparità di genere rappresentano, ancora oggi, uno dei più grandi ostacoli al raggiungimento dello sviluppo sostenibile. Nel corso di questi cinque anni dalla sottoscrizione degli Obiettivi, vi sono stati dei passi avanti sul piano della scolarizzazione delle ragazze e dell’inserimento delle donne nel mercato del lavoro; in molte aree del mondo, tuttavia, la donna è ancora concepita come figura subordinata all’uomo. La presenza di Paesi che continuano ad approvare e applicare leggi che penalizzano la figura femminile, i fenomeni discriminatori ancora diffusi e la battuta d’arresto causata dalla pandemia pongono gravemente a rischio la possibilità di raggiungere la parità di genere.

Il Goal 5 è articolato in 14 indicatori e 9 traguardi. Questi ultimi sono i seguenti:

  • Porre fine, in ogni luogo, ad ogni forma di discriminazione che si verifica nei confronti di donne e ragazze.
  • Lottare per eliminare tutte le forme di violenza verso donne e bambine, sia nella sfera privata che in quella pubblica. Attenzione particolare viene riservata anche al traffico di donne, allo sfruttamento sessuale e di ogni altro tipo.
  • L’eliminazione di ogni forma di matrimonio combinato, del fenomeno delle spose bambine e delle mutilazioni genitali femminili.
  • La valorizzazione della cura e del lavoro domestico non retribuito. Allo stesso tempo prevedere un servizio pubblico, infrastrutture e politiche di protezione sociale e la promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie, così come indicato dagli standard nazionali.
  • Favorire e garantire la piena partecipazione femminile e eguali opportunità di leadership in ambito politico, economico e di vita pubblica.
  • In accordo con il Programma d’Azione della Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo e la Piattaforma d’Azione di Pechino, garantire accesso universale alla salute sessuale, riproduttiva e ai diritti in questi ambiti.
  • Prevedere riforme che consentano alle donne eguali diritti di accesso alle risorse economiche, a servizi finanziari, eredità e forme di proprietà.
  • Per la promozione dell’emancipazione della donna, rafforzare l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
  • L’adozione di una politica e una legislazione attenta alla promozione della parità di genere e l’emancipazione di tutte le donne e bambine.

L’UN-Women e il rapporto The Gender Snapshot 2020

Prima dell’Agenda 2030, la sensibilità internazionale verso questi temi aveva portato l’ONU, nel 2011, a costituire l’UN-Women, l’Ente per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile. L’UN-Women ha l’obiettivo di favorire un ambiente in cui le donne possano esercitare i propri diritti e sviluppare il proprio potenziale.

Il recente rapporto The Gender Snapshot 2020, pubblicato proprio dall’UN-Women, fa eco alle parole del Segretario generale dell’ONU, rilevando che la pandemia di COVID-19 ha contribuito a cancellare molti dei progressi duramente raggiunti. Le donne e le ragazze hanno visto acutizzarsi problematiche che da sempre le interessano: nell’anno appena concluso, 243 milioni di donne e ragazze tra i 15 e 49 anni sono state costrette a rapporti sessuali o hanno subìto violenza fisica da parte di un partner. I lockdown, inoltre, hanno obbligato molte donne e ragazze a vivere in drammatiche situazioni di violenza.

Le mutilazioni genitali femminili, anch’esse un tema inserito nel Goal 5, rappresentano un fenomeno che fatica a diminuire in alcuni Paesi. Secondo il rapporto, sono circa 200 milioni le ragazze e le donne sottoposte alla mutilazione nei 31 paesi in cui questa pratica è ancora consentita. Prima della pandemia globale, tale fenomeno era in rapida discesa, insieme a quello dei matrimoni precoci; ad oggi, tuttavia, sembra difficile riuscire a raggiugere l’eliminazione di queste pratiche nel 2030, come prevede l’Agenda ONU. In particolare, i dati relativi ai matrimoni precoci segnalano che nel 2019 una donna su cinque di età compresa tra 20 e 24 anni era sposata durante l’infanzia.

Il rapporto sottolinea inoltre che, in base ai dati raccolti nel 2018, solo 13 Paesi dispongono di un sistema di monitoraggio delle politiche di genere, un aspetto significativo da considerare nella lotta per il raggiungimento dell’Obiettivo 5.


I successi e gli insuccessi di un percorso incompiuto

Il Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (UNIRIC) ha registrato alcuni miglioramenti per il Goal 5, in particolare nella scolarizzazione femminile: in circa due terzi dei Paesi in via di sviluppo si è raggiunta la parità di genere nell’istruzione primaria, mentre in Asia Meridionale, nel 2012, i tassi di iscrizione sono stati gli stessi per ragazzi e ragazze. Nell’Africa Subsahariana, in Oceania e in Asia Occidentale, invece, le ragazze hanno ancora notevoli difficoltà ad accedere a un’istruzione primaria e secondaria.

Sul piano politico, l’UNIRIC ha stimato che in 46 Paesi le donne rappresentano il 30% dei seggi nei parlamenti nazionali, evidenziando quindi un leggero progresso nella partecipazione femminile alla vita politica. Le donne stanno lentamente riuscendo a ricoprire posizioni di potere, ma la parità non è ancora raggiunta: soltanto il 13% dei Paesi, infatti, ha quasi raggiunto l’equilibrio di genere in organi legislativi di parlamenti nazionali o di governi locali. A febbraio, la direttrice esecutiva di UN-Women, Phumzile Mlambo-Ngcuka, ha sottolineato che “nel 1995, a Pechino [alla Conferenza mondiale di Pechino sulle donne, NdR], c’erano 12 donne capi di Stato o di governo. Oggi abbiamo 22 donne leader di questo tipo su 193 Paesi. Tutto sommato, è un progresso, ma non è ancora abbastanza ed è troppo lento”.

Un aspetto poco trattato è quello relativo alla salute riproduttiva delle donne. Secondo alcuni dati della divisione statistica delle Nazioni Unite, solo il 55% delle donne prende decisioni autonome sui propri diritti sessuali e riproduttivi. Inoltre, il 91% delle donne ha maggiore autonomia nella scelta della contraccezione, ma “solo tre donne su quattro prendono le proprie decisioni in merito all’assistenza sanitaria”.

Il lavoro femminile rappresenta uno dei settori in cui le disuguagliane sono più evidenti: per ogni dollaro guadagnato da un lavoratore di sesso maschile, una lavoratrice ne guadagna all’incirca 77 centesimi.  Sempre secondo il rapporto delle Nazioni Unite, nel 2019 il 39% dei lavoratori del mondo era rappresentato dalla popolazione femminile, che ricopriva solo il 28% delle posizioni manageriali. Soltanto il 13% delle donne, inoltre, sono proprietarie di terreni agricoli.

Un recente studio globale delle organizzazioni Women Deliver e Focus 2030 ha rilevato che le donne sono spesso escluse nei piani di risposta e ripresa dalla COVID-19, nonostante una ricerca della Banca Mondiale abbia mostrato che quella femminile è stata la categoria maggiormente colpita. Non bisogna dimenticare che le donne rappresentano il 70% dei lavoratori in prima linea, mentre nel comitato di emergenza dell’OMS solo il 20% dei membri sono donne. Nella situazione emergenziale che stiamo vivendo, appare fondamentale che le donne siano rappresentate in modo equo in tutte le sedi decisionali per poter ridurre le disuguaglianze già esistenti.


La parità di genere in Europa

Tra novembre e dicembre 2020, il Parlamento Europeo ha compiuto un’indagine su un campione di 27.213 persone dai 15 anni in su, provenienti da tutti i 27 Paesi membri, al fine di stabilire il valore della media europea della parità di genere, che si è attestata intorno al 42%. Questo dato rappresenta lo stato di salute della lotta alla parità di genere in Europa, ma va considerato anche alla luce delle singole sfide che le donne devono affrontare: la violenza di genere, la salute sessuale, il divario occupazionale e retributivo.

Nel 2019, il divario occupazionale in Europa si è attestato intorno all’11,7%, con un tasso di occupazione femminile del 67,3% a fronte del 79% rappresentato da uomini. Il divario retributivo è invece all’incirca del 14,1% e ha subìto solo minimi miglioramenti negli ultimi anni. Le ragioni di tale divario sono riconducibili – secondo i dati della Commissione Europea – alla segregazione settoriale, all’equilibrio vita-lavoro, al cosiddetto fenomeno del “soffitto di cristallo” e alla discriminazione.

La segregazione settoriale fa riferimento all’elevata presenza femminile in settori a bassa retribuzione, come assistenza e istruzione, di contro alla sovra-rappresentanza degli uomini in aree quali tecnologia, scienza, ingegneria e matematica, considerate fondamentali ai fini dell’emancipazione. Il parametro dell’equilibrio vita-lavoro, invece, si riferisce al fatto che le donne, mediamente, svolgono meno ore di lavoro retribuito rispetto agli uomini. Ancora molto diffuso, inoltre, è il fenomeno del “soffitto di cristallo”, che indica metaforicamente la situazione in cui l’avanzamento di carriera di una donna è impedito a causa di discriminazioni di genere. Tali discriminazioni influiscono anche sugli stipendi: a parità di incarico, spesso le donne guadagnano meno rispetto agli uomini.

Sul fronte della violenza di genere, recentemente vi sono state alcune iniziative importanti da parte delle istituzioni europee. Il 1° gennaio 2021 il Consiglio d’Europa ha avviato il programma ”Combatting violence against women in Ukraine” (COVAW). Scopo del programma è rafforzare i diritti umani delle donne ucraine e promuovere la ratifica della Convenzione di Istanbul, una Convenzione del Consiglio d’Europa del 2011 volta a prevenire e combattere la violenza sulle donne e la violenza domestica.

Lo scorso 11 febbraio, anche il Parlamento Europeo in sessione plenaria ha adottato una risoluzione che mira a sradicare la violenza di genere, chiamando la Commissione a elaborare una direttiva UE per contrastare il fenomeno. Nella risoluzione non mancano riferimenti a misure contro la violenza informatica, il cyber bullismo e l’incitamento all’odio. Gli eurodeputati hanno anche sottolineato che l’accesso ai servizi relativi alla pianificazione familiare, alla salute della madre e all’aborto costituiscono un elemento chiave per garantire i diritti delle donne.


La situazione italiana

In Italia, il Rapporto ASviS 2020 sul Goal 5 ha evidenziato come fino al 2015 vi sia stato un andamento fortemente crescente dell’indicatore composito dell’Obiettivo, riconducendone la causa all’aumento della presenza femminile in consigli di amministrazione di società quotate in borsa e in organi decisionali. Singolare, invece, la controtendenza dell’indicatore relativo al tasso di femminilizzazione dei corsi universitari scientifici e tecnici, che mostra un peggioramento della situazione nazionale. Altra nota negativa è la crescita del tasso di part-time involontario, che ha colpito in particolare le donne.

Da anni l’ASviS, con i suoi gruppi di lavoro tematici, opera un monitoraggio costante degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile in Italia e formula proposte concrete per favorire il loro raggiungimento entro la data prefissata. Una di queste riguarda la creazione di un Piano nazionale per la parità di genere che intervenga, come suggerito dalla Commissione europea, al fine di contrastare la violenza di genere, facilitare l’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva e alla maternità, favorire l’accesso e la piena partecipazione al mondo del lavoro e sostenere la leadership femminile.

Il rapporto tra le donne e il mercato del lavoro rappresenta una nota dolente nel panorama italiano. Nonostante l’Italia risulti essere il Paese che si è più impegnato per ridurre il divario occupazionale tra il 2005 e il 2017, l’Eu Gender Equality Index lo colloca ancora all’ultimo posto nella classifica europea sulle questioni di genere nel mondo lavorativo. Il neopresidente del Consiglio Mario Draghi, nel suo discorso al Senato dello scorso 17 febbraio, ha ricordato che “il divario nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti d’Europa: circa 18 punti su una media europea di 10”. Lo scorso anno il tasso di occupazione femminile era all’incirca del 50,1%, ma è sceso ulteriormente a causa della pandemia.

Il 20 febbraio, “Il Sole 24 Ore” ha pubblicato un articolo in cui denunciava il gender pay gap nelle professioni sanitarie. Sulla base dei dati di Almalaurea relativi al divario retributivo tra laureati e laureate nelle professioni sanitarie, è emerso come questo fenomeno non sia legato solamente all’avanzamento di carriera, ma si verifichi anche tra neolaureati e neolaureate: le ragazze guadagnano infatti in media 1.283 euro netti mensili, mentre i ragazzi ne guadagnano 1.378, con una differenza tra le due retribuzioni di circa 100 euro (l’8,1% in più).

Significativo è il divario territoriale: il tasso di occupazione femminile è del 60% al Nord, ma solo del 33% al Sud. Inoltre, guardando alla fascia di età tra i 25 e i 49 anni, si osserva un gap occupazionale di circa il 74% tra le donne con bambini al di sotto dei 6 anni e quelle senza figli, problema che affonda le sue radici nella difficoltà di conciliare la vita professionale con quella privata.

Nell’audizione in Commissione Bilancio di Senato e Camera, la sottosegretaria Cecilia Guerra ha dichiarato che “le disuguaglianze di genere nei redditi, quando non derivano da vere e proprie discriminazioni sul mercato del lavoro, sono in larga parte riflesso della specializzazione di genere tra lavoro retribuito e non retribuito”. Nella società italiana, infatti, gli stereotipi di genere sono fortemente radicati. Stando a un’indagine dell’Eurobarometro, il 51% degli italiani assegna alla donna il compito primario di occuparsi della casa e della famiglia, un’opinione condivisa dal 53% delle donne interpellate e dal 44% degli uomini.


La parità di genere come Obiettivo trasversale

Nel considerare uno specifico Goal, non bisogna dimenticare quanto sia strettamente connesso al resto degli Obiettivi. Le questioni di genere si intrecciano infatti con altre gravi problematiche a cui l’Agenda 2030 intende porre fine, dalla povertà (Goal 1) all’insicurezza alimentare (Goal 2) e sanitaria (Goal 3). Stando al già citato rapporto di UN Women, circa 435 milioni di donne e ragazze vivranno quest’anno con meno di 1,90 dollari al giorno; a livello globale, le donne corrono un rischio maggiore del 27% rispetto agli uomini di vivere una grave insicurezza alimentare; in ambito sanitario, le donne incontrano più ostacoli nell’accedere alle cure. Anche il divario digitale di genere è significativo e in aumento in alcuni Paesi in via di sviluppo: su 4,1 miliardi di persone, solo il 48% della popolazione femminile ha accesso a Internet (contro il 58% degli uomini).

“Porre fine a tutte le discriminazioni contro le donne e le ragazze non è solo un diritto umano fondamentale, ma è essenziale per un futuro sostenibile; è dimostrato che l’emancipazione delle donne e delle ragazze favorisce la crescita economica e lo sviluppo”, chiarisce l’UNDP, che pone l’uguaglianza di genere al centro del proprio lavoro già da molti anni e denuncia ancora grandi disuguaglianze e violazioni di diritti. “L’uguaglianza di genere può consentire e persino accelerare il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, riporta l’International Institute for Sustainable Development, il quale si occupa di garantire politiche e legislazioni che supportino l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne. L’Istituto sottolinea che oltre 50 dei 231 indicatori totali degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fanno riferimento a donne, ragazze, genere o sesso. A livello internazionale vi è però una carenza di metodologie o standard comuni per gli indicatori relativi al genere.

I passi da compiere per il raggiungimento di una reale e diffusa parità di genere sono chiaramente ancora molti. Il quadro di riferimento è stato realizzato con l’Agenda 2030 e i successivi adattamenti regionali e locali, ma serve uno sforzo non solo politico-sociale, ma anche umano, che vada a rompere tutte le catene di pregiudizio che vincolano il genere femminile.

Occorre entrare nell’ottica che il pregiudizio di genere grava sul tessuto sociale nella sua interezza.  Negare diritti alle donne e alle ragazze significa colpire circa metà della popolazione, impedendole di poter condurre una vita al massimo delle possibilità: non valorizzare il genere femminile equivale a un enorme spreco di potenziale umano.



Federico Brignacca
per www.policlic.it

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