La Chiesa cattolica dal Non Expedit al suo superamento

La Chiesa cattolica dal Non Expedit al suo superamento

Luigi Sturzo e la transizione della Chiesa cattolica verso la convivenza con lo Stato liberale, e la partecipazione alla vita democratica

La Chiesa nella seconda metà dell’Ottocento: uno sguardo di insieme

Dalla caduta del cosiddetto “Antico Regime”, che si basava su capisaldi quali la monarchia assoluta di diritto divino, il privilegio aristocratico e l’istituto della schiavitù di matrice feudale, si venne a creare, seppur in maniera graduale e con tempi e modi diversi nei singoli paesi europei, una nuova società moderna, fondata su princìpi del tutto nuovi, quali l’uguaglianza civile e politica degli individui in quanto tali e la volontà popolare come fonte di legittimazione a governare. Princìpi che, insieme alla laicità dello Stato e alla sua centralità rispetto a qualsiasi altra istituzione, rappresentavano i capisaldi dei cosiddetti Stati liberali.
In tale contesto, la Chiesa si trovò a dover affrontare un momento di difficoltà, poiché non ebbe più quel ruolo centrale da essa ricoperto fino a quel momento, soprattutto per ciò che riguardava l’influenza esercitata nei confronti della società civile. Per questi motivi, il mondo cattolico cercava una riscossa, che mirava a una vera e propria “restaurazione della Societas Christiana” [1] ,e a porre quindi nuovamente l’elemento divino e l’istituzione ecclesiastica al centro delle dinamiche sociali, ristabilendo pienamente i princìpi di autorità e gerarchia come fondamento dell’ordine civile [2].

Queste posizioni si esplicarono compiutamente durante il pontificato di Pio IX (1846-1878), negli anni sessanta dell’Ottocento, tramite documenti e atti di fondamentale importanza, quali l’Enciclica Quanta cura (1864) e il Sillabo (1864) [3], all’interno del quale si viene a negare categoricamente che il Pontefice possa e debba accettare e scendere a patti con quanto propugnato dalla società moderna, a cominciare da concezioni quali il panteismo e il razionalismo.
La presenza poi di una questione fondamentale, quella legata al potere temporale del Papa, contribuiva non poco a esacerbare gli animi, in particolar modo in Italia, per evidenti motivi di natura geografico-culturale. È proprio in Italia, infatti, che avvengono episodi piuttosto gravi e talvolta anche violenti, come ad esempio la carica dei bersaglieri contro la folla di fedeli radunati in piazza San Pietro (1874), o anche l’oltraggio alla salma di Pio IX, avvenuto nel 1881. Ciò accadeva in un clima sfavorevole alla Chiesa anche dal punto di vista politico, come ben testimoniato innanzitutto dall’annessione allo Stato italiano di Roma e di quanto restava dello Stato Pontificio (1870). Sul versante cattolico, invece, assistiamo all’enunciazione del Non expeditda parte di Pio IX, che di fatto vieta per un lungo periodo ai cattolici italiani la partecipazione alla vita politica.

L’astensionismo, da questo momento, diventa un elemento qualificante del cattolicesimo militante, anche se poi diventa difficile stabilire quando e quanto sia stato rispettato dai cattolici stessi. Alla luce di quanto detto fino ad ora, fu in qualche misura inevitabile il fatto che, all’interno dei movimenti cattolici del tempo, prevalessero posizioni e convinzioni basate su un certo intransigentismo, in forza delle quali la Chiesa si poneva come garante di uno sviluppo ordinato e armonico delle dinamiche sociali, attraverso la creazione di un numero rilevante di associazioni, cooperative ed enti intermedi, da contrapporre all’individualismo liberale.
Se il conflitto tra Chiesa e Stato avesse continuato a svolgersi in termini così radicali, i cattolici, trovandosi in quel momento in una posizione di debolezza rispetto alle entità statuali, sarebbero rimasti tagliati fuori dalla realtà istituzionale e sociale dell’epoca. Per questo, pur non essendosi per la maggior parte risolti i motivi di contrasto con il mondo moderno, si assistette gradualmente a un vero e proprio adattamento di parte dei cattolici alle nuove condizioni create dal trionfo della borghesia liberale.

La Chiesa che, grazie al suo prestigio, alla sua fitta rete di relazioni e al credito di cui ancora godeva presso gli strati della popolazione che, per un motivo o per un altro, non si sentivano rappresentati da questo nuovo modello di società (si pensi ad esempio ai ceti nobiliari, ai grandi proprietari terrieri, ma anche alle popolazioni rurali e ai contadini, parte in causa all’interno della cosiddetta questione sociale), riuscì in parte a riacquistare un ruolo significativo all’interno della vita sociale europea e italiana. Importante in tal senso fu l’istituzione nel 1874 della Opera dei congressi, organizzazione cattolica diretta espressione degli orientamenti della Santa Sede e come tale di stampo intransigente, che però decise di combattere lo Stato liberale “dall’interno”, sfruttando gli spazi di libertà da esso lasciati. Nello stesso tempo, però, il movimento cattolico incontrò numerose difficoltà nell’ambito più propriamente politico, all’interno del quale non riuscì a distinguersi per la capacità di elaborare una piattaforma politica e programmatica propria, preferendo appiattirsi su posizioni e convinzioni che erano strettamente dipendenti dalle gerarchie ecclesiastiche e dalle direttive pontificie.


L’avvento al soglio pontificio di Leone XIII e l’enciclica Rerum Novarum (1891)

Fotografia ufficiale di Papa Leone XIII, scattata l’11 aprile 1878 per la Braun et Compagnie (fonte: Braun et Compagnie/Wikimedia Commons, licenza di dominio pubblico)

Questo periodo di “apatia” e di anonimato politico e programmatico fu interrotto dall’avvento al soglio pontificio di Papa Leone XIII (1878-1903), che tramite la propria attività provvide ad avviare all’interno del movimento cattolico un processo di rinnovamento e ricambio.

Una spinta decisiva in tal senso venne dall’Enciclica Rerum Novarum, la cui pubblicazione, avvenuta il 15 maggio 1891 ad opera dello stesso Pontefice, costituì un evento fondamentale per la crescita e la successiva affermazione del cristianesimo sociale quale dottrina, dal momento che questa enciclica ne contiene in nuce tutti i contenuti e orientamenti principali: dalla affermazione del ruolo fondamentale della Chiesa, dello Stato e dei corpi intermedi (associazioni dei lavoratori) nell’assicurare la concordia delle classi e quindi la pacificazione sociale, alla conseguente ferma condanna della lotta di classe auspicata e portata avanti dai fautori del socialismo, sino alla riaffermazione del diritto di proprietà, considerato non solo lecito, ma anche necessario, e al netto ostracismo nei confronti dell’esasperato individualismo proprio del liberalismo capitalista, considerato da Leone XIII come uno dei mali della società del tempo.

All’interno di questa enciclica, possiamo distinguere tre “momenti” fondamentali: in primis, il Pontefice esegue una profonda e lucida disamina riguardante le concause che hanno portato gli operai e più in generale i lavoratori a dover far fronte a una condizione di vero e proprio sfruttamento e miseria. Queste concause sono di varia natura: economica, innanzitutto, sfera alla quale sono ascrivibili le trasformazioni causate dalla rivoluzione industriale, le condizioni produttive irrispettose della dignità umana e la concentrazione della gran parte della ricchezza nelle mani di pochi; ma anche morale, in una società nella quale egoismo e immoralità la fanno da padrone. In ambito politico e sociale, poi, l’abolizione dei corpi intermedi, ha fatto sì che si venisse a creare una situazione molto difficile per gli operai, ormai rimasti soli, senza qualcuno che li aiutasse a far valere i loro diritti e le loro prerogative.
Prima di giungere a enunciare le proprie soluzioni a questo grave problema, Leone XIII procede a una ferma condanna sia del capitalismo, in base al quale il profitto e l‘esasperato interesse individuale sono da considerare come il fine ultimo dell’agire umano, con la conseguente violazione della dignità del prossimo e di ogni suo diritto; sia del socialismo, considerato come un falso rimedio a questo stato di cose, dal momento che non solo è fautore di una vera e propria demonizzazione dei ricchi, fomentando l’odio dei poveri nei loro confronti, ma è anche contrario a ogni forma di proprietà privata, considerata invece dal pontefice lo scopo del lavoro di ogni uomo, l’elemento fondamentale che consente al lavoratore di migliorare il proprio stato, e di provvedere al mantenimento sia individuale che familiare.

Un vero e proprio diritto di natura, dunque, sancito sia dalle leggi umane, sia da quelle divine. Leone XIII nello stesso tempo sottolinea la funzione sociale della proprietà privata: “la terra, per altro, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da essa. Chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro” [5]. Alla luce di queste considerazioni, partendo dal presupposto che per natura, in base ad attitudini e ingegno, gli uomini non sono tutti uguali, e che “da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali” [6],che quindi non sono eliminabili, il Pontefice provvede alla enunciazione e alla spiegazione delle misure da adottare, in modo tale da poter venire a capo di questa situazione e condizione assai gravosa per i lavoratori.

La visione di Papa Leone XIII si basa su una serie di pilastri fondamentali: innanzitutto, la necessità di concordia e armonia tra le classi sociali, condizione che risponde alla natura cristiana delle cose. Ai fini del raggiungimento di questo obiettivo, è fondamentale l’azione della Chiesa, prescindendo dalla quale qualsiasi sforzo in tal senso risulterà vano. Questa azione di concertazione dovrà naturalmente essere affiancata da quella degli attori della questione, che dovranno adempiere a una serie di reciproci doveri, di obblighi di giustizia: i proletari dovranno lavorare onestamente per guadagnarsi quanto pattuito in base a parametri e criteri di equità con i capitalisti e i padroni, astenendosi da qualsiasi tipo di condotta violenta; per contro, i capitalisti non devono cercare a ogni costo il proprio arricchimento personale, schiavizzando i lavoratori, utilizzandoli come merce o imponendogli lavori sproporzionati alle loro forze, calpestando qualsiasi regola e diritto. Al contrario, hanno l’obbligo di assicurare il rispetto della dignità umana, che viene prima di ogni cosa.
All’interno della costruzione del Pontefice, anche lo Stato ricopre un ruolo assai rilevante ai fini della risoluzione della questione operaia: il suo intervento deve essere finalizzato al perseguimento del bene comune, che passa per il raggiungimento di determinati obiettivi, quali l’osservanza della religione e della legge, l’imposizione moderata, il rispetto della giustizia, anche e soprattutto sociale, mediante una “distribuzione dei pubblici oneri” [7].

Nello stesso tempo però, per ciò che riguarda il suo ambito di intervento, lo Stato non deve andare al di là di determinati limiti, in quanto, fatti salvi il bene comune e gli altrui diritti, ha il dovere di assicurare un certo grado di indipendenza all’iniziativa di individui e famiglie, entità considerate dal Pontefice come anteriori rispetto allo Stato, e come tali destinatarie di diritti loro propri, primo fra tutti la libertà, che lo Stato deve difendere e non ostacolare. Le associazioni di capitalisti e lavoratori, infine, sono il terzo soggetto sociale che può concorrere, con la Chiesa e lo Stato, a risolvere la questione operaia: tra queste, sono molto importanti le corporazioni di arti e mestieri, le società di mutuo soccorso, le assicurazioni private e i patronati. Questi corpi intermedi dovevano essere ispirati da sentimenti di natura cristiana: infatti, la principale aspirazione del Papa era quella di realizzare un movimento sociale che avesse consentito alla Chiesa di diventare un punto di riferimento per le classi lavoratrici. Solo in questa maniera si sarebbe potuto assistere a quella che Gabriele de Rosa definisce come una compiuta “cristianizzazione della società postrivoluzionaria [8].

Non dunque tramite la realizzazione di un partito cattolico-conservatore, come avrebbero voluto i cosiddetti “transigenti”, che avrebbe invece portato alla mera conquista di qualche seggio in parlamento, senza che le posizioni della Chiesa si fossero potute distinguere per originalità. Del resto, l’insistenza con cui Leone XIII conferma il Non expedit va proprio in questa direzione.
In conclusione, possiamo asserire che l’enciclica Rerum Novarum, pur non potendo essere considerata la prima “traccia” dell’insegnamento sociale della Chiesa, dal momento che esso è già di per sé proprio della vita della Chiesa stessa [9] ne costituisce senza alcun dubbio la trattazione più completa e organica fino ad allora conosciuta, e che oltretutto ha dato un impulso fondamentale alla sua diffusione, con conseguenti risvolti di natura pratica, su tutti il rifiorire dell’associazionismo cattolico, che nel periodo di pubblicazione dell’enciclica conobbe una crescita e un’espansione notevoli.


Murri e Sturzo: due concezioni diverse del partito di ispirazione cristiana

Don Luigi Sturzo (fonte: Wikimedia Commons, licenza di pubblico dominio)

Luigi Sturzo era della stessa opinione di Romolo Murri e dei giovani democratici cristiani [10], riguardo la necessità della formazione di un partito di ispirazione cristiana, che portasse avanti un ideale cristiano di giustizia sociale. Erano però i presupposti a essere molto diversi. Lo erano, innanzitutto, per ciò che riguardava le caratteristiche di fondo del partito: Sturzo, infatti, tendeva a laicizzare il movimento cattolico. Il suo riferirsi a un futuro nuovo partito che fosse ispirato nella sua azione da ideali di natura cristiana non andava inteso in maniera integralista e quindi strettamente confessionale, bensì come una vera e propria scelta etica, che poneva alla base dell’azione sociale, economica e amministrativa un valore imprescindibile e in nessun modo negoziabile: quello della moralità e della trasparenza. Dunque, come in seguito lo stesso Sturzo ebbe modo di precisare, si doveva

parlare, più che di partito cristiano, di partito in senso cristiano, cioè portatore e sostenitore di principi cristiani, ma disposto a recepire e a fare propri i valori provenienti da altre culture e tradizioni, e aperto a credenti e non credenti, purché questi ultimi siano fiduciosi e interessati a quelle idee e a quel programma [11].

Del resto, fu proprio per evitare di cadere in un equivoco di questo genere, che Sturzo avrebbe in seguito dato al partito da lui fondato, la denominazione di Partito Popolare Italiano (PPI). A tal proposito, la posizione di Murri era invece diversa: egli, infatti, tendeva a clericalizzare il movimento cattolico, nell’ottica di una vera e propria lotta della Chiesa per la riconquista cristiana della società e per la liquidazione dello Stato borghese. Ma i presupposti erano diversi anche riguardo modi e tempi di realizzazione del partito stesso.
Murri, infatti, già nei primissimi anni del novecento, riteneva che ci fossero le condizioni per procedere alla creazione di una forza politica che fosse in grado di competere in ambito elettorale, finendo con l’ essere ridimensionato e poi “sacrificato” dalla Santa Sede in nome della difesa dell’integrità del cattolicesimo.
Sturzo, al contrario, grazie al suo innato e straordinario realismo, avendo il sentore di un clima non ancora favorevole al verificarsi di un simile evento, e intuendo di conseguenza che i tempi non fossero ancora maturi, decise di non opporre una manifesta ed eclatante reazione al divieto vaticano di istituire un partito di cattolici.


Il fondamentale contributo di Luigi Sturzo al superamento del Non expedit: l’attività a sostegno delle classi più disagiate

Queste due posizioni ebbero spesso modo di confrontarsi. Ciò avvenne sia nei frequenti incontri tra Sturzo e Murri, sia attraverso diversi scambi di opinioni avvenuti tramite la pubblicazione di articoli su diverse riviste, a cominciare dalla “Cultura sociale” diretta dallo stesso Murri. Proprio su questa rivista si trova una traccia significativa dell’importante dibattito: Il 16 marzo 1898, infatti, apparve sulla rivista di Murri una breve corrispondenza, firmata Un siciliano (pseudonimo dietro il quale si cela Luigi Sturzo, NdA), all’interno della quale veniva fatto un resoconto dell’attività svolta dai cattolici in Sicilia, con un focus particolare sull’attività di creazione e istituzione di circoli, casse rurali e cooperative. In questa circostanza, il sacerdote siciliano sottolineò come le casse rurali rappresentassero, in quel momento, uno dei mezzi più efficaci “per scuotere dall’indifferenza, inerzia e servilismo in cui è caduta la gran massa agricola; destarle il sentimento religioso, che non è che semplicemente assopito; e organizzarla, perché possa difendere i diritti religiosi ed economici della grande maggioranza” [12].

Da queste parole si evince chiaramente come, per arrivare a elaborare un programma politico serio e ben definito, Sturzo ritenesse imprescindibile un lavoro preliminare sul territorio, a contatto con le classi più povere e disagiate. Un lavoro paziente, dunque, che partisse dal “basso”, dal popolo, dalle fondamenta della democrazia, per far sì che le cosiddette masse ne facessero proprie le regole e le modalità di funzionamento.

Nella concezione dell’ancor giovane Sturzo, caratterizzata da quello spiccato realismo che contraddistinguerà in ogni frangente la sua attività e il suo pensiero, la “democrazia cristiana” diventa, dunque, il mezzo tramite il quale procedere alla soluzione pratica di questioni sempre più urgenti e di problemi sempre più pesanti, il cui aggravarsi è causato dalla durissima crisi economica e agricola. In questo contesto, si sarebbe rivelata fondamentale l’attività di organizzazioni sociali di varia natura, che avrebbero dovuto rappresentare le istanze degli strati più deboli e disagiati della popolazione. Una concezione che in qualche modo ricorda da vicino quella dei moderni sindacati.

In base a quanto detto fino ad ora, emerge in maniera chiara come la visione di Sturzo, relativa all’evoluzione del movimento cattolico a cavallo tra Ottocento e Novecento avesse una connotazione prevalentemente pratica. Dunque, il giovane sacerdote siciliano decise di dedicarsi anima e corpo a un’intensa e fruttuosa attività in ambito associazionistico e cooperativistico, rispondendo con passione e convinzione all’appello che Leone XIII, tramite l’Enciclica Rerum Novarum, fece ai cattolici affinché si impegnassero attivamente nel sociale. Il sacerdote di Caltagirone aveva mostrato un particolare interesse per le sorti dei più poveri e disagiati sin dal periodo in cui era seminarista a Noto [13], ma fu solo dopo la promulgazione dell’Enciclica leoniana, avvenuta il 15 maggio 1891, che la sua particolare sensibilità nei confronti delle sorti dei più deboli ebbe modo di manifestarsi in tutta la sua grandezza.

Sturzo, infatti, ne recepì sin da subito i precetti e i valori fondamentali, facendoli propri, e ne fece un punto di riferimento che avrebbe costantemente orientato le sue attività, sia teoretiche che pratiche, negli ambiti più disparati. Per questo, egli si dedicò alla costituzione di una fitta rete di comitati, di società operaie e di casse rurali. In virtù degli importanti risultati che stavano conseguendo i cattolici, in particolar modo in Lombardia e in Veneto, Sturzo maturò la convinzione che si sarebbe potuto fare un lavoro importante anche a Caltagirone, città che gli aveva dato i natali, e più in generale nella sua Sicilia, che, essendo appunto la sua terra di origine, costituì per forza di cose il teatro principale della sua attività di carattere sociale a sostegno di contadini e opera. Il fatto storico che scosse Sturzo, e che lo spinse in maniera definitiva all’azione, fu senza alcun dubbio il moto dei Fasci siciliani, il quale costituì per il sacerdote di Caltagirone l’ennesima presa di coscienza della realtà di una protesta proletaria, che non aveva più quei caratteri di impulsività ed estemporaneità che l’avevano contraddistinta in precedenza, ma, al contrario, era sempre più organizzata e orientata verso ideali di stampo socialista.

La regione in cui Sturzo si trovò ad organizzare e a portare avanti la sua attività costituiva una realtà molto complessa e contraddittoria, che presentava numerose criticità che rendevano particolarmente ardua la realizzazione dei propositi che il sacerdote siciliano aveva in mente. L’ostacolo più importante incontrato da Sturzo, nel momento in cui iniziò a cimentarsi nell’attività associazionistica, fu senz’altro quello costituito dal diffuso stato di inerzia e indifferenza in cui versavano le gerarchie ecclesiastiche locali, le quali erano compromesse e asservite alle vecchie logiche clientelari, che le portavano a non voler in alcun modo dare fastidi alla classe dirigente liberale, e nello stesso tempo a non volerne avere.

Per questo, inizialmente, l’obiettivo di Sturzo fu quello di ridestare le sopite coscienze dei cattolici siciliani. È proprio in quest’ottica che Sturzo fondò nel 1895, nella parrocchia di S. Giorgio a Caltagirone, il primo comitato parrocchiale, che ben presto divenne un vero e proprio centro di coordinamento di tutte le attività messe in piedi dal movimento cattolico a Caltagirone, presso il quale vennero ben presto create una sezione operai e una sezione giovani, che potessero dare ascolto alle esigenze di queste due categorie, e dunque prospettare loro delle soluzioni pratiche.
Nell’ottica sturziana, infatti, il comitato parrocchiale doveva convogliare le energie sprigionate dalle opere economiche, quali erano le cooperative e le casse rurali, in direzione di una ferma e serrata opposizione nei confronti della classe dirigente liberale e di tutto ciò che essa rappresentava. Nel portare avanti instancabilmente questo tipo di attività, con passione e dedizione, ben presto Sturzo ampliò la sua prospettiva, estendendo il proprio raggio di azione, inizialmente nell’ambito della provincia di Catania, in seguito all’intera Sicilia. Si assisteva, dunque, a un sostanziale riconoscimento della bontà e dell’efficacia delle iniziative del sacerdote calatino in ambito sociale. Un graduale riconoscimento che proveniva, oltre che da alcuni esponenti “illuminati” del movimento cattolico siciliano, anche da alcuni parroci, i quali, positivamente impressionati da questo tipo di attività e di impegno, chiamavano Sturzo a fondare comitati, o a tenere conferenze a sostegno dell’impegno sociale cattolico.

Tutto ciò nonostante una serie di ostacoli, di rischi e di negatività molto pesanti, che condizionavano l’attività di Sturzo, a cominciare dalle resistenze dei latifondisti e dei gabellotti, allarmati dal diffondersi del movimento cooperativistico che dava ai contadini maggior rappresentanza, forza e potere negoziale.

Il sacerdote calatino riuscì dunque a realizzare i suoi propositi, creando una società che venne ben presto presa ad esempio da altri cattolici operanti nell’isola per ciò che concerne l’ambito sociale, dunque come modello da seguire, in vista della creazione di altre cooperative. Seppure tra molte difficoltà, quindi, il lavoro di Sturzo e, più in generale, del movimento cattolico siciliano, andava avanti, progrediva in maniera graduale ma inesorabile, e per questo iniziarono a vedersene i frutti.
La forza e l’efficacia delle iniziative sturziane in Sicilia, negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, condusse dunque a un sostanziale miglioramento dell’organizzazione dei cattolici nell’isola, in tutti i campi. Tale cambiamento favorì la diffusione della piccola proprietà contadina, nell’ottica di una concezione in base alla quale l’agricoltura, essendo l’attività preponderante nel meridione, avrebbe dovuto rappresentare il settore trainante di un Mezzogiorno che, sostiene Francesco Malgeri:

attraverso l’autonomia amministrativa, doveva fare da solo, ove l’iniziativa privata avrebbe dovuto fornire capitali, ove l’industria doveva essere strettamente legata all’attività agricola. Un Mezzogiorno che doveva essere il centro del commercio mediterraneo, proiettato verso i paesi africani e del medio-oriente, un Mezzogiorno, infine, che poggiava solidamente sulle migliori tradizioni cattoliche, robusto moralmente, sano spiritualmente [14].

Questa concezione non poteva prescindere da un rapporto di armonia tra le classi, in special modo tra padroni e contadini, rapporto del quale Sturzo, in continuità con il pensiero leoniano, era uno dei più convinti fautori e sostenitori.
È innegabile, dunque, che l’attività, per così dire sindacale, che Sturzo svolse tra i contadini di Caltagirone negli anni della sua gioventù, vada interpretata nell’ambito di una prospettiva più ampia, che si collega per forza di cose sia alla visione sturziana del Mezzogiorno, del suo sviluppo, delle sue prospettive e del suo ruolo nell’ambito dello Stato italiano, sia all’idea di partito politico di ispirazione cattolica che il sacerdote siciliano stava maturando. Un’idea, quest’ultima, che di lì a poco avrebbe tradotto in pratica, al termine di un’elaborazione molto accurata e perfettamente integrata nella realtà storica dell’epoca, elaborazione che giunse a compimento con il celebre discorso pronunciato da Sturzo a Caltagirone il 24 dicembre 1905, il quale conteneva le principali caratteristiche che avrebbe dovuto avere un futuro partito di cattolici.

Dunque, per concludere, è fondamentale sottolineare, come afferma Francesco Malgeri, che l’azione sociale di Sturzo nella Sicilia di fine Ottocento e inizio Novecento,

era viva e presente in lui, nasceva da insopprimibili esigenze di giustizia, ma, per meglio comprenderla, va inquadrata in un contesto meno angusto. Patti agrari e organizzazione cooperativistica dei contadini siciliani, difesa e partecipazione alla vita delle autonomie provinciali e comunali, rispetto del “non expedit” in chiave anti clerico-moderata, rientrano per Luigi Sturzo nell’ambito di una più vasta prospettiva. Al fondo c’è la visione del partito politico aconfessionale, autonomo e «democratico-sociale», come lui stesso lo definirà nel discorso di Caltagirone del 1905; un partito che nasce fuori dalla parrocchia, fuori da implicazioni ecclesiologiche e teocratiche; un partito che avrebbe dovuto maturare lentamente nella coscienza delle masse cattoliche, soprattutto del mondo contadino e della media borghesia meridionale che la politica industrialistica e protezionistica seguita dalla classe dirigente liberale aveva tenuto fuori da ogni beneficio e da ogni vantaggio [15].

Questo progetto giunse definitivamente a compimento nel 1919, grazie al realismo e al profondo senso della storia propri di Luigi Sturzo, con il superamento delle riserve e del Non expedit da parte della Santa Sede, e con la nascita del Partito Popolare Italiano, che sancì il ritorno alla vita politica attiva da parte dei cattolici italiani.


Fonti e ulteriori riferimenti

[1] Cfr. M.G. Rossi, Il movimento cattolico tra Chiesa e Stato, in G. Sabbatucci e V. Vidotto (a cura di), Storia d’Italia, vol.3 liberalismo e democrazia, Laterza, Bari 1999, p. 199.

[2] Cfr. G. Miccoli, Fra mito della cristianità e secolarizzazione. Studi sul rapporto Chiesa-società nell’età contemporanea, Marietti, Casale Monferrato 1985, p. 78.

[3] In riferimento all’Encicliche Quanta Cura e Sillabo, si rimanda alle opere di Pio IX consultabili presso il sito istituzionale vaticano (ultima consultazione 11/12/2022).

[4] Per approfondire il tema, si rimanda a G. De Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia, vol. I. Dalla restaurazione all’età giolittiana, Laterza, Bari 1966.

[5] Leone XIII, Enciclica Rerum Novarum, 15 maggio 1891, punto 7. Per consultare l’opera, si rimanda al sito istituzionale vaticano della Santa Sede (ultima consultazione 11/12/2022).

[6] Ivi, punto 20.

[7] Ivi, punto 26.

[8] G. De Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia, cit., p. 266.

[9] Cfr. Giovanni Paolo II, Enciclica Laborem exersens, del 14 settembre 1981, punto 3, in La Traccia. L’insegnamento di Giovanni Paolo II, 1981, pp. 516-517: «L’attenzione al problema risale ben al di là degli ultimi novant’anni. La dottrina sociale della Chiesa, infatti, trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici. Essa appartenne fin dall’inizio alla dottrina della Chiesa stessa, alla sua concezione dell’uomo e della vita sociale e, specialmente, alla morale sociale elaborata secondo le necessità delle varie epoche. Questo patrimonio tradizionale è poi stato ereditato e sviluppato dalla dottrina dei pontefici sulla moderna “questione sociale”, a partire dall’enciclica Rerum Novarum».

[10] Per una trattazione approfondita ed esauriente del tema del movimento democratico cristiano, e delle idee del suo principale esponente, il sacerdote marchigiano Romolo Murri, si rimanda a G. De Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia, vol. I.

[11] Cit. in E. Guccione, Luigi Sturzo, Flaccovio, Palermo 2010, p. 37.

[12] Un siciliano, Il movimento cattolico in Sicilia, in “La Cultura Sociale”, I (1898), 16 marzo, p. 94, cit. in F. Malgeri, Momenti e caratteri dell’azione sociale di Luigi Sturzo in Sicilia alla fine dell’Ottocento, in “Bollettino dell’archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia”, a. 6, 1971, fasc. 2, p. 7.

[13] Cfr. G. De Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia, vol. I, cit., pp. 392-393.

[14] F. Malgeri, Momenti e caratteri dell’azione sociale di Luigi Sturzo in Sicilia alla fine dell’Ottocento, cit., p. 19.

[15] Ivi, p. 18.

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