“Unica soluzione: Rivoluzione”

“Unica soluzione: Rivoluzione”

Dalla protesta contro l’obbligo del velo alla lotta per la caduta del regime degli ayatollah
(L’articolo è stato pubblicato nella rivista Policlic n.20 [dicembre 2022])

La goccia che ha fatto traboccare il vaso

Sei nata in Italia, non sei mai cresciuta in Iran e non hai neanche più tutti i tuoi parenti lì, perché sono sparsi nel mondo. Ma lo sai che non vuol dire niente. Sai cosa significa passare tutte le estati della tua vita fino alla fine dell’adolescenza in quel posto “fuori dal mondo”. Sai che significa parlare un’altra lingua, vedere strade e negozi riportanti un’altra scrittura, vivere e vedere costumi, usanze, felicità e frustrazioni che nei restanti mesi dell’anno difficilmente vivi, e dei quali gli altri non hanno la minima idea.
Questa è la tua più grande ricchezza, nonché la tua più grande condanna. Ti senti incompresa. Senti che tutto quello che sei, che ti porti dentro, e che semplicemente hai vissuto e immagazzinato fa parte di una realtà che gli altri non potranno mai capire. Questo è ciò che provi, anche se magari sbagli, e ti senti solo.

Ma ora non è questo il punto. Il punto è che sono mesi in cui la tua testa – e soprattutto il tuo cuore – sono colmi. Sta succedendo qualcosa di troppo grande, più grande di te, e non sai bene come gestirlo e come accoglierlo. Questo è ciò che stanno provando molte persone di origine iraniana come me, ancora più intense le emozioni di chi è nato e cresciuto lì.
Ma perché proprio ora? Cosa sta succedendo di così grande e perché è importante saperne di più anche per chi vive fuori?

In Iran, sono circa tre mesi che il popolo è in rivolta, e tutto questo ha una data di inizio: il 16 settembre 2022. Quel giorno muore Mahsa Amini, ragazza di 22 anni proveniente dal Kurdistan iraniano, che si trovava in visita a Tehran. Viene arrestata per aver indossato male il velo, viene poi spostata dal commissariato all’ospedale “per un attacco cardiaco”, per poi non uscirne mai viva. Dalle immagini e testimonianze dei presenti si deduce che la causa del decesso siano state le percosse subite. Ovviamente il tutto è stato più volte negato dalle fonti ufficiali del Regime, ma è difficile ormai credere a un Regime che usa questi metodi da quasi 43 anni.
Il caso di Mahsa Amini non è un caso raro, ma in un momento di malcontento così estremo è stata la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Questo vaso conteneva e contiene tuttora gocce diverse tra loro, anche se alla base c’è un filo comune, la richiesta di più diritti e soprattutto la fine della Repubblica Islamica dell’Iran.


Dalla protesta alla rivoluzione

Nel corso degli anni si sono susseguite diverse proteste [1]. Questa volta, però, hanno preso un’altra piega, e gli iraniani coinvolti non vogliono più parlare di protesta ma di “rivoluzione”.
Si potrebbe pensare a una narrazione mirata, ma effettivamente qualcosa del genere non si era mai visto. Sono ormai tre mesi che, nonostante l’estremo uso della violenza da parte del Regime, la portata delle manifestazioni non diminuisce. Subito dopo la notizia della morte di Mahsa, e dopo la circolazione delle immagini che mostravano un evidente pestaggio, sono iniziate ufficialmente le proteste delle donne al grido di Zan, Zendegì, Azadì, cioè “Donna, Vita, Libertà”, motto in realtà derivante dalla tradizione curda.
In numerose città, a partire dalla capitale Tehran, le donne hanno iniziato a rivendicare i loro diritti anche tramite gesti simbolici, come togliersi il velo dandogli fuoco e tagliarsi ciocche di capelli [2]. In questo non erano e non sono sole. Gli uomini le hanno accompagnate dal principio.
Va sottolineato come in Iran il velo sia stato reso obbligatorio dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Fino alla rivoluzione non vi era mai stato l’obbligo di indossare il velo né il divieto del consumo di alcolici né tante altre cose teoricamente proibite dalla religione musulmana. Anzi, negli anni ’30, lo shah Reza Pahlavi addirittura proibì l’uso del velo [3]. Fu il figlio Mohammad Reza shah a ripristinare la libertà di scelta a riguardo.

Cartellone riportante gli slogan principali delle proteste (fonte: Artin Bakhan/Unsplash)

Tornando alla domanda sul perché questa volta sia diverso, la risposta sta nel fatto che mai prima d’ora le proteste siano durate così a lungo, mai prima d’ora siano state così diffuse su tutto il territorio e – cosa più incredibile – numerose manifestazioni stanno avendo luogo non solo in piccoli paesi, ma anche in città che sono roccaforti del clero sciita, cioè le due città sante Mashhad e Qom.
A differenza di quanto riportato da molti media occidentali, la protesta non è incentrata esclusivamente sul tema dei diritti delle donne, ma è diffusa soprattutto perché le voci sono molteplici e le richieste variegate. Minimo comune denominatore ormai è la richiesta della fine della Repubblica Islamica, che ha sconvolto drasticamente la vita di molti cittadini iraniani.
Stiamo parlando di un paese che è al quarto posto al mondo per riserve di petrolio e al secondo per gas naturali, con la più grande riserva di zinco del pianeta e la seconda più grande riserva di rame. Eppure è in preda a una grossa crisi economica, accentuata anche dalle sanzioni made in USA e non solo.
Inoltre, c’è tutto un ventaglio di richieste relative ai diritti: più diritti per i lavoratori, tutela e diritti per i minori, libertà di pensiero, fine dell’estrema corruzione che dilaga, più apertura verso alcune minoranze etniche e religiose, e così via. La protesta è partita dalle piazze ed è finita dentro alle scuole, università, fabbriche e bazar.

C’è chi mi ha chiesto come mai proprio ora, dopo tutto questo tempo. Innanzitutto non è la prima volta. Come già detto, ci sono state altre proteste e manifestazioni che hanno avuto una forza minore e sono state velocemente represse tramite arresti, pestaggi e uccisioni.
Alcuni aspetti da tenere in considerazione, però, per capire la differenza con ciò che sta avvenendo ora, stanno nel fatto che la popolazione iraniana è mediamente molto giovane.
L’Iran è infatti tra i paesi più giovani del Medio Oriente, con una percentuale di alfabetizzazione molto alta e con un numero di donne laureate che supera quello degli uomini.
La nuova generazione non è quella della rivoluzione del ‘79 e della guerra Iran-Iraq [4], stremata e rassegnata. Inoltre, siamo nell’era dei social network e se questo valeva anche per le ultime proteste, abbiamo tutti notato quanto velocemente queste piattaforme si evolvono e con quale immediatezza entrano nella nostra quotidianità. Nel bene e nel male, questi spazi virtuali stanno dando il loro contributo alla causa.

Per capire meglio come si è arrivati a questo punto ritengo fondamentale fare un excursus storico e vedere nel dettaglio non solo come si è arrivati alla Repubblica Islamica, ma come quest’ultima sia organizzata e chi ci sia dietro a queste repressioni.


Cenni storici

L’Iran, che fino agli anni ‘30 si chiamava ancora Persia, non solo è un paese fondamentale per le ricchezze che detiene, ma ha anche una cultura millenaria.
Le invasioni islamiche (633 d.C.) hanno portato sul territorio la religione musulmana, per cui pian piano molti abbandonarono lo zoroastrismo [5] che però sopravvive ancora.
Per quanto le invasioni islamiche abbiano segnato un nuovo corso della lunghissima storia dell’Iran, le tradizioni e la cultura persiana [6] sono estremamente radicate. Infatti non c’è nulla di più sbagliato del definire l’Iran un paese arabo.
Per quanto riguarda invece il potere del clero sciita, la sua origine risale al 1501, quando la dinastia Safavide [7] dichiarò la fede musulmana sciita religione di stato e lo shah come rappresentante del dodicesimo Imam [8] nell’esercizio del potere temporale. Di qui, l’influenza del clero sciita nella vita politica e sociale del paese, che nel corso del tempo ha visto un rimodellamento del suo potere.

L’Iran è stato storicamente caratterizzato dalla presenza dei monarchi, i famosi “Shah”. La rivoluzione del 1979 ha segnato la fine di questa tradizione, lanciando l’inizio di una forma di governo del tutto nuova, teocratica. Si potrebbe allora pensare che la democrazia non abbia mai fatto parte della storia del paese, invece non è così.
Tra il 1951 e il 1953 l’Iran aveva vissuto la democrazia come mai prima, con il primo ministro Mohammad Mossadeq. Il suo governo però era caduto per via di un colpo di stato organizzato da Regno Unito e Stati Uniti, tramite i servizi segreti MI6 e CIA, nell’ambito dell’Operazione Ajax [9].

Tralasciando questa importante fase della storia e andando più avanti, il periodo che precedette la rivoluzione del ‘79 fu un periodo di malcontento nei confronti delle politiche dello shah Mohammad Reza Pahlavi, e stava sempre più prendendo piede Khomeini [10], figura appartenente al clero sciita che inizialmente aveva successo soltanto nei confini della città santa di Qom. Solamente dopo le accuse pubbliche alle repressioni da parte dell’esercito dello Shah, Khomeini iniziò a ottenere popolarità. Anzi, ciò che contribuì alla sua notorietà fu l’esilio che ebbe come tappa definitiva il trasferimento in Francia a Neauphle-le-Chateau.
Da quel momento la stampa internazionale iniziò a dedicare numerose pagine a questo personaggio, e addirittura giornali di stampo comunista vedevano l’Islam e i suoi esponenti come eroi politici. I paradossi. Purtroppo, i disordini erano evidenti, il malcontento nei confronti della monarchia era giustificato, ma anche lì si chiedevano più diritti, visto che vigevano la censura, la tortura e la pena di morte. Ai nostalgici della monarchia andrebbe anche ricordato questo. Certo, imparagonabile a ciò che è accaduto dopo e che sta accadendo oggi, ma comunque il suo operato andava contro le richieste e volontà di un’ampia fetta di popolo.
Tornando a Khomeini, il mondo intero fraintese le reali intenzioni e i reali obiettivi di una classe religiosa che prese sempre più potere, grazie al malcontento della popolazione, soprattutto quella parte di popolazione che lo shah non considerava. Riuscirono così a ottenere notevoli consensi, non solo nei confini dello stato iraniano, ma anche a livello internazionale, poiché marciavano sui principi democratici che lo Shah soffocava. Nessuno avrebbe mai immaginato come sarebbero andate le cose, successivamente alla rivoluzione, specialmente durante e dopo la devastante guerra Iran-Iraq.

Questa guerra fu determinante per la Repubblica Islamica, perché permise di consolidare ulteriormente il potere interno, facendo leva sul nemico comune e con la scusa di maggiori controlli. Le attenzioni erano concentrate sugli avvenimenti della guerra, che vedeva coinvolto tutto il popolo, soprattutto quelle famiglie che mandavano i figli al fronte su esortazione di Khomeini stesso. Quest’ultimo esaltava la figura del martire promettendo un aldilà ricco di delizie. Tutto questo permise di eliminare più facilmente intellettuali e politici dissidenti.


Struttura della Repubblica Islamica dell’Iran

Il primo anno di vita della Repubblica Islamica (1979) fu un anno in cui finalmente le diverse realtà politiche iniziavano a riprendere spazio e questo generò molta speranza, perché fu un periodo di apparente democrazia e libertà. Dall’inizio della guerra, però, come già detto, con la scusa delle tutele e dei controlli maggiori, iniziò il periodo della repressione contro le opposizioni e della rigidità nell’attuazione dei precetti islamici.
Subito dopo la rivoluzione, le milizie vennero tramutate in una forza del tutto nuova, chiamata Sepah-e pasdaran-e enqhelab, Corpo della Guardie della Rivoluzione.
Questi Guardiani, i Pasdaran, avevano un loro ministero e controllavano un grande numero di volontari, prevalentemente giovanissimi, organizzati in un reparto di supporto noto come Basij-e mustazafin, cioè l’Organizzazione per la Mobilitazione degli Oppressi. I Basij svolgono tuttora funzioni ausiliarie e di supporto alla polizia e alle Guardie della Rivoluzione nella gestione della pubblica sicurezza, nell’organizzazione di manifestazioni religiose, nella moralizzazione della società e nella repressione del dissenso.
Infatti, sono proprio loro i più impegnati nella repressione di queste proteste e insurrezioni di cui stiamo sentendo parlare. Quando il popolo in protesta chiede la fine del Regime, chiede anche e soprattutto la fine di queste realtà estremamente corrotte, che nel corso degli anni hanno acquisito sempre più potere politico e soprattutto economico.
Le suddette realtà, Pasdaran e Sepah, si inseriscono in una struttura politica abbastanza complessa. A riguardo vi è un articolo della BBC [11] che, delineando e approfondendo il potere politico iraniano, risulta d’aiuto nella comprensione dei rapporti di potere del Regime.
Alla morte di Khomeini nel 1989, gli succedette Alì Khamenei. Egli, come Khomeini, è la Guida Suprema, capo di Stato e comandante in capo. Ha autorità sulla polizia nazionale e sulla polizia morale, appunto gli stessi che hanno arrestato Mahsa Amini.
L’Ayatollah Khamenei controlla anche il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), e la sua ala volontaria, la forza Basij, nominandone anche i capi.

Schema della struttura della Repubblica Islamica (infografica a cura dell’autrice)

Il Presidente Ebrahim Raisì, Presidente della Repubblica Islamica dal 2021, è invece il più alto funzionario eletto ed è secondo alla Guida Suprema. È responsabile della gestione quotidiana del governo e ha un’influenza significativa sulla politica interna e sugli affari esteri. Tuttavia, i suoi poteri incontrano dei limiti, soprattutto in materia di sicurezza.
Il Ministero degli Interni del Presidente gestisce le forze di polizia nazionali, ma il suo comandante viene nominato dalla Guida Suprema, Khamenei, e risponde direttamente a lui.
I suoi poteri possono essere controllati anche dal Parlamento, che introduce nuove leggi. A sua volta, il Consiglio dei Guardiani, che ha stretti legami con la Guida Suprema, ha il compito di approvare le nuove leggi e può porre il veto.
Per quanto riguarda invece “La polizia morale”, questa fa parte della polizia nazionale. È stata istituita nel 2005 per sostenere la morale islamica e le leggi sul corretto abbigliamento introdotte dopo la Rivoluzione del 1979. I suoi circa 7000 agenti, uomini e donne, hanno il potere di emettere avvertimenti, imporre multe e arrestare. Il presidente Raisì, del ramo integralista, ha introdotto quest’estate diverse nuove misure per far rispettare le regole dell’hijab.
Sono state introdotte telecamere di sorveglianza per individuare le donne senza velo e una pena detentiva obbligatoria per chi si oppone alle regole dell’hijab sui social media.
Infatti, l’ultima volta che sono stata in Iran nel 2016, era durante il governo Rohanì [12] e ricordo una certa leggerezza nell’abbigliamento e nel velo che mi diede speranza sul futuro delle donne iraniane. Mi sbagliavo.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRCG), invece, è la principale organizzazione iraniana per il mantenimento della sicurezza interna, oggi una delle principali forze militari, politiche ed economiche dell’Iran. Ha le proprie forze di terra, la marina e l’aeronautica e supervisiona le armi strategiche dell’Iran. Ha un braccio all’estero chiamato Forza Quds, che fornisce segretamente denaro, armi, tecnologia e addestramento agli alleati in tutto il Medio oriente. Attività che buona parte del popolo non condivide. Controlla anche la Forza di resistenza Basij.
E questi Basij infine chi sono? La Forza di Resistenza Basij, formalmente nota come Organizzazione per la Mobilitazione degli Oppressi, ha sedi in ogni provincia e città dell’Iran e in molte istituzioni ufficiali del paese. I suoi membri, maschili e femminili, sono agli ordini dell’IRGC. Sono stati pesantemente coinvolti nella repressione delle proteste antigovernative successive alle contestate elezioni presidenziali del 2009, e sono pienamente coinvolti in quelle attuali.


“Be our voice”

La maggior parte degli iraniani all’estero, da quando sono iniziate le proteste, sta dando la priorità a organizzare incontri, manifestazioni, e a diffondere informazioni sulle piattaforme social, poiché il Regime ha anche provveduto a oscurare la rete, per non permettere la pubblicazione di notizie e per isolare ulteriormente i cittadini.
Per quanto si riesca ad aggirare questo blocco tramite VPN [13] non è facile rimanere in contatto con il paese, per cui è fondamentale poter pubblicare i materiali appena ciò è possibile.

Quando negli slogan si legge “Be our voice”, è proprio per questo. Non solo chiedono e chiediamo supporto alla causa di una grande fetta di popolo che si sente in ostaggio di una politica che non la rappresenta, ma chiediamo letteralmente di essere la voce di chi vede privarsi della possibilità di esprimere questa voce, sia per la negazione della libertà di dissentire, sia per la concreta difficoltà di poter diffondere i fatti che stanno accadendo, per via proprio del blocco alla rete. Mahsa Amini è diventata un simbolo e di conseguenza un hashtag, ma dietro a questo hashtag ci stanno tantissimi altri nomi e altre numerose questioni. C’è chi vede con scetticismo queste insurrezioni, fiutando la mano degli Stati Uniti e in generale la narrativa/tendenza occidentale che sente il dovere di allineare differenti culture ai propri schemi.

“Scusa, ma l’Iran non è sempre stato così?” mi chiedono. La risposta è no, perché l’Iran non era la Repubblica Islamica. Classi miste di ragazze e ragazzi, giornate al mare tutti insieme in costume, locali e discoteche in cui era consentito bere e ballare. Concerti ed eventi di stampo internazionale, libertà di viaggiare per il mondo e di portare a spasso il proprio cane [14]. Potere economico (anche se forte dislivello sociale). Questi sono alcuni aspetti apparentemente superficiali della vita in Iran fino a 43 anni fa.
I giovani di oggi non solo non riescono più a vedere un futuro da un punto di vista economico e sociale, ma molti di loro sono anche figli e nipoti di chi ha vissuto tutt’altro, e ha vissuto nel modo in cui vorrebbero vivere oggi loro. Liberi di manifestare la propria personalità; liberi di interagire tra loro senza rischiare frustate e arresti, ma anche libere, in quanto donne, dall’obbligo di dover uscire tutto l’anno con un velo in testa e un manteau per coprire il corpo (e vi posso assicurare che è psicologicamente avvilente, poco pratico e soprattutto fastidioso).
Senza dimenticare la libertà di esprimere la propria opinione, la libertà per una donna di suonare e cantare da solista [15], la libertà di vedere film provenienti da tutto il mondo e sentire musica di ogni genere, o meglio, poterlo fare legalmente, la volontà di prendere parte a realtà politiche differenti e esprimere pareri sull’operato del proprio governo, la libertà di convertirsi a un’altra fede e di non vedere gli omosessuali condannati a morte e le donne bloccate all’ingresso dello stadio (perché non è il caso che sentano i cori scurrili) o private dell’uso del narghilè o del poter fumare in luoghi pubblici perché “le menti malate del Regime” – e mi prendo la libertà di definirle tali – vedono tutto in chiave sessuale.

L’obbligo di coprire il capo con un velo entra appunto in questa chiave. L’interpretazione della religione è strumentale all’uso che se ne vuole fare in politica. Questo è da sottolineare. Nessuno fa la guerra alla religione musulmana, ma nessuno vuole più che sia direttamente collegata alla politica, soprattutto se questa se ne serve a suo piacimento per opprimere il popolo e uniformare i pensieri. Il Regime degli ayatollah sta perdendo sempre più credibilità anche per il fatto che c’è molta corruzione nell’entourage.

Ed è ormai noto agli iraniani, per quanto non sia facile trovare fonti ufficiali a conferma, per via della censura, che ci siano investimenti e società di proprietà dei membri del Regime all’estero, anche in paesi considerati nemici. Il potere economico è interamente nelle loro mani. Prima della rivoluzione c’erano forti differenze economiche e sociali, questo sì, ma oggi ci sono i poveri, gli impoveriti, e tutto il resto è nelle mani delle figure che ruotano attorno alla Repubblica Islamica [16].
Per un iraniano uscire dal paese, poi, è molto complicato, ma per i figli dell’entourage politico no. Sui social, in particolare nelle “storie” di Instagram, circolavano foto e video anche delle figlie degli ayatollah, più svestite che vestite, che si godevano la vita partecipando a festini in discoteche e in case di lusso. Dove? Negli Stati Uniti d’America, “il Grande Satana”, incarnazione per eccellenza dei malsani valori occidentali. Molti dei loro figli si trovano anche in Canada e in Europa [17].
Ogni mattina uno studente iraniano sa che deve andare a scuola e iniziare la giornata con i cori “Marg bar Amrica, marg bar Esrail”, cioè “morte all’America, morte a Israele”, e poi i vertici dello Stato mandano i propri figli lì.
Il marcio è tanto, ed è amplificato dal fatto che deriva da chi appartiene al mondo “sacro”. Per mantenere il proprio potere economico, perché ormai di questo si parla e non vogliamo più sentir parlare di “valori”, massacrano studenti, cittadini in generale, e uccidono anche bambini, perché sono tanti i bambini morti in queste proteste. Sono riusciti a lanciare lacrimogeni in una scuola dove protestavano ragazze giovanissime [18].
Sono entrati anche con l’esercito nella provincia curda che rivendica maggiori diritti, satura dalla crisi economica nonostante poggi su una delle aree più ricche di petrolio del paese [19]. Uguale per la provincia del Sistan/Baluchistan, dove hanno massacrato uomini e bambini [20].
Hanno arrestato attrici a favore delle proteste, minacciato sportivi, arrestato il calciatore Vouria Ghafouri che ha manifestato il suo dissenso. Rischia la pena di morte il rapper Toomaj Salehi che ha fatto lo stesso. Stessa sorte per Hossein Ronaghi, attivista a cui hanno fatto vivere l’inferno, tra arresti e torture. Per non parlare di chi fa parte del mondo del cinema. Cito il caso più noto, il regista Jafar Panahi a cui è vietato esercitare la professione.

Nulla di strano, sono le leggi della Repubblica Islamica, ma il popolo è saturo e non lo accetta più. Il popolo è giovane, ha il supporto degli adulti, di chi non sta vivendo più in Iran, per scelta o necessità, e di chi ha preso a cuore la causa nonostante non sia di nazionalità iraniana.
Lo scorso 24 novembre l’ISPI [21] ha riportato alcuni dati tramite la sua pagina su Instagram: 440 le vittime tra i manifestanti, 56 le vittime tra le forze del regime, 1075 le proteste, 156 le città coinvolte, 18000 gli arresti e 63 i giornalisti arrestati. I numeri sono aumentati, hanno anche iniziato le esecuzioni. Sono tanti i bambini e gli adolescenti morti o spariti, eppure si va avanti, le proteste non si fermano. Quando non vedi più un futuro, senti che non hai più nulla da perdere.
Allora forse è proprio lì che ti senti davvero libero, così libero che sei disposto a morire pur di raggiungere la vita che vorresti. Una cosa per loro è certa, c’è una sola soluzione: Rivoluzione.

Cartellone riportante uno dei messaggi delle proteste (fonte: Artin Bakhan/Unsplash)


Note e ulteriori riferimenti

[1] Nel 1999 la chiusura del giornale Salaam dà il via a una serie di manifestazioni che si concluderanno con l’attacco dei Guardiani della Rivoluzione al campus universitario, nel quale verranno feriti e uccisi molti studenti. Di alcuni di loro non si ha ancora traccia. Nel 2009 iniziano le proteste del “movimento Verde”, per la denuncia di brogli elettorali.
Si concluderanno poco dopo per via della dura repressione. Tra il 2019 e il 2020 scoppia una protesta a causa dell’aumento del prezzo del carburante dal 50% al 200%. Anche questa durerà poco per lo stesso motivo delle precedenti.

[2] Antico gesto di rabbia nella cultura persiana.

[3] Lo shah Reza Pahlavi (1878-1944) puntava alla laicizzazione del paese, sulla scia delle politiche che stava attuando Atatürk in Turchia.

[4] Il 22 settembre 1980, l’Iraq attaccò l’Iran nel Khuzestan, regione ricca di petrolio e con una componente etnica araba. Oltre all’interesse economico, c’era anche la volontà di indebolire la nuova minaccia politica sciita. Il popolo iracheno è a maggioranza sciita, anche se governato da una minoranza sunnita. Si temeva quindi una rivoluzione simile a quella iraniana.
La guerra finì nell’agosto del 1988. È considerata una delle guerre più lunghe, inutili e spietate della storia mediorientale.

[5] Religione dell’Iran antico, prende il nome dal suo fondatore Zaratustra. È vista come la prima religione di stampo monoteista e il Dio principale è Ahura Mazda. Il principio alla base è la dualità tra il bene e il male e il motto alla base dello Zoroastrismo è “Buoni Pensieri, Buone Parole, Buone Azioni”.

[6] Per cultura persiana, si intende la cultura ereditata dall’Impero Persiano, composta a sua volta da numerose culture differenti.

[7] Dinastia musulmana sciita originaria dell’Azerbaijan persiano che regnò in Persia tra il 1501 e il 1736.

[8] Imam, “colui che primeggia nella fede”, è il termine utilizzato per indicare i discendenti di Maometto. Con il tempo, l’Imam avrà un ruolo di leadership indiscussa nell’interpretazione della parola di Maometto e nell’esercizio dell’autorità politica. Il dodicesimo Imam è quello atteso per il giorno del trionfo definitivo dello sciismo sugli altri credi.

[9] M. Mossadeq (1882-1967) fu un politico iraniano, primo ministro dal 1951. Nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Company, compagnia petrolifera britannica che aveva in concessione lo sfruttamento dei giacimenti. Provò anche a limitare l’influenza dello shah sulla vita politica. Queste decisioni suscitarono l’ira delle potenze occidentali: i servizi segreti britannici e americani, con l’aiuto dello Shah, organizzarono un colpo di Stato e rovesciarono il suo governo, allontanandolo da ogni incarico politico.
Dopo la prigione, passò il resto della sua vita agli arresti domiciliari.

[10] Rouhollah Khomeini, leader della rivoluzione del 1979 e Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran fino alla sua morte nel 1989.

[11] Who is in charge in Iran?, in “BBC”, 8/10/2022, ultima consultazione 28/11/2022.

[12] Politico iraniano del ramo riformista appartenente al clero sciita, settimo presidente della Repubblica islamica dell’Iran dal 2013 al 2021.

[13] Rete Privata Virtuale, protegge i dati personali prima che essi vengano instradati attraverso Internet e oscura l’indirizzo IP, nascondendo così l’identità e la posizione.

[14] La Repubblica Islamica vieta il possesso di cani, considerati sporchi dalla religione musulmana.

[15] Dalla rivoluzione del 1979, alla donna è consentito solo suonare in gruppo e cantare solamente in realtà corali.

[16] Si rimanda a S. Stecklow, B. Dehghanpisheh e Y. Torbati, Khamenei controls massive financial empire built on property seizures, in “Reuters”, 11/11/2013, ultima consultazione 9/12/2022.

[17] È importante poter prendere a sostegno anche una serie di articoli e pubblicazioni in lingua farsi che raccontano ove possibile la situazione in Iran – in un contesto in cui la censura è molto pervasiva e quindi risulta un’impresa poter far circolare notizie sulla situazione del Paese, a rischio della stessa incolumità dei giornalisti autori di questi articoli.
Si rimanda a Amare agibe farzandane maghamate irani ke dar Amrika, Orupa va Canada zendegi mikonand!, in “Ekhtesad News”, 11/9/2022,ultima consultazione 10/12/2022.

[18] Si rimanda a Partabe gaze ashk avar dar dabirestan hazrate masumeh shahrestane nur 30 danesh amuz ra rahye bimarestan kard, in “Akhbar rooz”, 7/11/2022, ultima consultazione 10/12/2022.

[19] C. Sala, Nel Kurdistan iraniano la protesta si è trasformata in una guerra, in “Il Foglio”, 22/11/2022, ultima consultazione 10/12/2022

[20] Iran: 82 le vittime nel Baluchistan. Sabato nuove manifestazioni di solidarietà, in “Radio Onda d’Urto”, 6/10/2022, ultima consultazione 10/12/2022.

[21] L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale è un centro studi italiano, specializzato in analisi geopolitiche e delle tendenze politico-economiche globali.
Si rimanda a Le proteste in Iran non si fermano, ISPI/Instagram, dati aggiornati al 23 novembre, 24/11/2022, ultima consultazione 08/12/2022.

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