La Sapienza e i Finanziamenti dal Bahrain

Università di Roma La Sapienza. Fonte immagine: Wikimedia Commons

Una cattedra sulla (in)tolleranza religiosa

Lo scorso cinque novembre, alla presenza del Magnifico Rettore Eugenio Gaudio e del Ministro dell’Istruzione del Bahrain, è stata inaugurata presso l’Aula Magna dell’Università di Roma La Sapienza la cattedra intitolata al sovrano del Bahrain, denominata: “King Hamad Chair for inter-religious dialogue and peaceful co-existence”. La cattedra, il cui corso sarà tenuto presso la facoltà di lettere dal professore Alessandro Saggioro, ha come obiettivo dichiarato quello di promuovere il dialogo interreligioso e la pacifica coesistenza tra più gruppi religiosi presenti in uno stesso territorio. Durante l’inaugurazione il ministro dell’educazione del Bahrain ha dichiarato: “Nel Regno del Bahrain, tutte le culture e le fedi hanno vissuto fianco a fianco per secoli e oggi siamo felici di vivere in una società multiculturale e multireligiosa. Riconosciamo questa diversità come un fatto naturale della vita quotidiana nel nostro paese”. Ma è davvero così?  

Le Violazioni dei Diritti Umani in Bahrain

Fonte immagine: pasarelapr.com

Il Bahrain è uno stato insulare a largo delle coste orientali dell’Arabia Saudita, indipendente dal Regno Unito dal 1971 e sin da allora governato dalla famiglia reale degli Al-Khalifa. I diritti e i doveri dei cittadini sono espressi dall’attuale costituzione, concessa nel 2002 ed evoluzione della precedente, concessa nel 1973. Sebbene la maggior parte dei cittadini del Bahrain (circa il 70%) sia di religione sciita il potere è concentrato nelle mani della minoranza sunnita; la famiglia reale, le alte istituzioni statali e le forze di difesa sono di fatto esclusivamente appannaggio dei sunniti. Questa profonda frattura sociale, che costituisce una delle questioni principali del paese, ha un notevole impatto sulla politica interna ed estera del paese.

Come documentato da diversi organi delle Nazioni Unite, a partire dal 2011, a seguito dei movimenti ispirati dalla cosiddetta “Primavera Araba”, il Governo del Bahrain si è in numerose occasioni reso colpevole di violazioni di diritti umani verso l’opposizione politica e gli attivisti per i diritti umani, che chiedevano un’adeguata rappresentanza, pari diritti a quelli riservati alla minoranza sunnita e una costituzione democratica. Attualmente in Bahrain vi sono 4.000 prigionieri politici e la quasi totalità delle famiglie sciite può affermare di avere almeno un parente in carcere. Nonostante tali violazioni siano state accertate e condannate a più riprese dalla comunità internazionale, il Governo del Bahrain non ha in alcuna occasione mostrato volontà di collaborazione né di instaurare un dialogo pacifico con l’opposizione. Il governo del Bahrain ha sistematicamente applicato misure sproporzionatamente oppressive e autoritarie verso i manifestanti, gli attivisti, le opposizioni politiche e i gruppi religiosi sciiti.

A tale proposito, sono numerosi i report e i dati statistici firmati da organi delle Nazioni Unite che dimostrano come nell’arcipelago sia stata messa in atto una vera e propria campagna di discriminazione ai danni della maggioranza sciita, con l’implementazione di misure atte a permettere la distruzione di siti religiosi sciiti, a sollecitare la discriminazione sociale e a ridefinire la demografia del paese. La deprivazione della cittadinanza a danno degli sciiti e la facilitazione del suo rilascio a favore dei sunniti rappresenta infatti il principale mezzo con il quale il governo cerca di modificare l’equilibrio della bilancia religiosa del paese. La discriminazione e le violazioni perpetrate nei confronti della maggioranza sciita riguardano diversi ambiti: ostacoli all’accesso agli impieghi lavorativi e all’assistenza sociale, limitazione della libertà di fede, distruzione di moschee e luoghi di culto, discriminazione sociale in ambito scolastico e, infine, una de-naturalizzazione volta a ridisegnare la struttura demografica del paese.

Inoltre, grazie all’introduzione di leggi straordinarie anti-terrorismo, le forze dell’ordine bahrenite hanno di fatto acquisito poteri illimitati per quanto riguarda la formulazione di accuse, la presa in custodia dei sospetti e la raccolta di prove, permettendo alle autorità di servirsi sistematicamente della tortura per l’estorsione di false confessioni. Nabeel Rajab, Abdulhadi al-Khawaja e Hasan Mushaima sono solo alcuni dei circa 4.000 attivisti imprigionati e condannati dall’iniquo e corrotto sistema giudiziario del Bahrain a partire dal 2011.

Manama’s Pearl Square. Fonte immagine: Wikimedia Commons

L’Intreccio Geopolitico

Una delle ragioni principali di questa ossessiva campagna discriminatoria ai danni dei fedeli sciiti è rappresentata dal fatto che a questi ultimi viene attribuita una presunta fedeltà all’Iran, cosa che di fatto li fa apparire come dei traditori della patria e nemici da estirpare. Di conseguenza, la politica estera del Bahrain appare inequivocabilmente contrapposta a quella dell’Iran e affine a quella dell’Arabia Saudita, ma non solo. Infatti, nonostante il Bahrain trovi spazio nei giornali nostrani prevalentemente a ridosso dell’annuale Gran Premio di F1, ultimamente alcuni organi di stampa italiana si sono soffermati sul caso delle bombe prodotte in Sardegna, vendute ai membri della coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita e sganciate su insediamenti civili in Yemen, in spregio della legge italiana 185/1990 che vieta l’esportazione di armi verso paesi coinvolti in conflitti armati, e soprattutto del Arms Trade Treaty, il trattato internazionale che dal 2014 vieta la vendita di armi utilizzate per fini terroristici o nell’ambito di violazioni di diritti umani. Tra gli acquirenti di tali bombe figura anche la monarchia bahrenita, parte della suddetta coalizione a guida saudita e fedele alleato dei Sa’ud. In maniera simile, il porto di Manama ospita permanentemente la Quinta flotta della marina statunitense, la quale si è recentemente garantita anche l’utilizzo dei porti omaniti come appoggio per le proprie navi, in modo da avere la possibilità di monitorare il traffico di navi nel golfo persico ed esercitare una maggiore pressione sull’Iran.

Le reiterate violazioni perpetrate dal regime sono state a più riprese verificate e condannate dalle Nazioni Unite e, nonostante il governo del Bahrain non abbia mostrato alcuna volontà di collaborazione con gli organi internazionali, rifiutando ogni visita ufficiale da parte dei rappresentanti di Human Rights Watch, il governo italiano negli anni ha instaurato ottimi rapporti con lo stato arabo. Come primo partner commerciale europeo del Bahrain, l’Italia ha compiuto sforzi notevoli, come testimoniato sul sito web dell’ambasciata italiana a Manama, nell’avvicinare i due paesi, tramite visite ufficiali, partecipazione a summit ed eventi, chiusura di accordi commerciali e culturali e commesse miliardarie per aziende italiane come ENI e Leonardo S.p.A. nel campo della trivellazione e della difesa.

Gli altri stati europei presenti nel regno con le proprie ambasciate (Francia, Germania e Regno Unito) hanno apertamente denunciato le violazioni compiute dal governo e monitorano attivamente le vicende legate all’oppressione degli attivisti locali assistendo ai processi di questi ultimi e riportando gli avvenimenti più rilevanti. L’ambasciata italiana sembra invece essere più interessata alla partecipazione a cerimonie ed eventi, rifiutando di assistere ai processi a carico di attivisti ed evitando di fare ogni riferimento all’esistenza di violazioni dei diritti della popolazione bahrenita, contribuendo così a trasmettere un’immagine del paese molto lontana da quella reale. 

Il finanziamento di un corso alla Sapienza

Gli ottimi rapporti tra i due paesi hanno evidentemente avuto il loro impatto anche sul sistema universitario pubblico italiano, con l’avviata collaborazione tra la Royal Charity Organization, organizzazione caritatevole governativa del Bahrain, e Fondazione Sapienza. Già nel 2016, con una generosa donazione da 50.000€, la Royal Charity Organization aveva messo a disposizione degli studenti dell’ateneo romano 50 borse di studio del valore di 1.000€ ciascuna, destinate agli studenti la cui abitazione era stata colpita dal terremoto del centro Italia. Ad aprile 2018 altre sette borse di studio del valore di 1.000€ ciascuna sono state messe a disposizione degli studenti della Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici della Sapienza. Infine, a novembre 2018, ha avuto luogo l’inaugurazione della cattedra sulla convivenza e sul dialogo interreligioso interamente finanziata con il denaro della Royal Charity Organization, circa 1.750.000€ da distribuire in 15 anni. 

Tenendo a mente quanto menzionato riguardo le violazioni dei diritti umani compiute, appare quantomeno paradossale che il governo del Bahrain, un paese dove un tweet può garantirti la prigione, possa investire cifre sostanziose nell’istruzione universitaria pubblica italiana, tanto più per finanziare un corso avente come oggetto una libertà che non è garantita sul proprio territorio, come la libertà di fede. Sebbene l’insegnamento del corso sia una materia di grande interesse e attualità, e sebbene le donazioni a scopo educativo siano sempre ben accette, risulta davvero difficile credere che il generoso governo del Bahrain abbia donato quasi due milioni di euro a Fondazione Sapienza come mera espressione dei buoni rapporti esistenti fra i due paesi. Così come risulta difficile credere che chi paga una simile cifra per l’attivazione di tale insegnamento lo faccia per puro amore della convivenza interreligiosa, senza imporre un controllo sul contenuto del corso né esercitare alcuna influenza su di esso. Il fatto che il sistema universitario pubblico italiano possa accettare tali ingerenze può rappresentare un pericoloso precedente per quanto riguarda l’indipendenza degli insegnamenti nelle nostre università. 

In considerazione di questo, sarebbe dunque doveroso porre alcuni filtri riguardo l’accettazione da parte delle università pubbliche di finanziamenti provenienti da terzi, dei quali dovrebbe essere verificata la legittimità e la probità, soprattutto nel caso in cui questi terzi abbiano chiari interessi nel mostrare al mondo una nuova immagine di sé, opposta a quella reale.

Yannick Cocard – Advocacy Volunteers (Americans for Democracy & Human Rights in Bahrain) 

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