La segregazione di genere nel mondo del lavoro italiano

Un’analisi dei livelli occupazionali femminili alla luce della pandemia

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L’evoluzione del ruolo delle donne nel mercato del lavoro italiano

Negli ultimi decenni, il tema dell’occupazione femminile è stato spesso presentato come uno dei pilastri dell’agenda di governo della politica italiana. I vari esecutivi che si sono succeduti nel corso degli anni hanno cercato di porre grande enfasi sulla necessità di aumentare i livelli occupazionali delle donne. Complici l’accelerazione del progetto di integrazione europea e l’apertura nei confronti di politiche del lavoro molto più inclusive (come quelle scandinave, per esempio), la società italiana si è trovata nella condizione di dover far fronte a un problema fin troppo radicalizzato. Per lo Stato, il contenimento del divario occupazionale tra uomini e donne ha finito per diventare una sfida cruciale, mentre l’attenzione all’uguaglianza di genere ha acquisito un’importanza sempre più consistente all’interno del dibattito politico.

A ben vedere, l’Italia è il Paese europeo in cui la disparità di genere sembra incidere in maniera più capillare. La ridotta possibilità di accesso al mondo del lavoro per le donne appare come una ferita difficile da rimarginare, mentre l’incapacità di porre un freno alle diseguaglianze tra il genere femminile e quello maschile si profila come una contraddizione in termini per una nazione tra le più evolute del pianeta – almeno dal punto di vista economico. Nonostante i numerosi passi in avanti compiuti a livello globale, le donne italiane hanno molte più difficoltà, rispetto agli uomini, di accedere al mondo del lavoro, di percepire salari coerenti con le proprie competenze e di raggiungere posizioni apicali in ambito professionale.

Benché siano state introdotte numerose forme di tutela per le lavoratrici, l’Italia è ancora molto lontana da un allineamento con gli standard europei. Per avere un’idea del fenomeno, basterebbe fare riferimento ai dati raccolti dall’Ufficio Statistico dell’Unione Europea (Eurostat). Nel 2019, a livello comunitario, l’occupazione femminile si è attestata al 67,3%. A livello nazionale, hanno brillato i risultati della Svezia: il 79,7% della popolazione femminile tra i 20 e i 64 anni risultava attivo nel mondo del lavoro. L’ultima posizione è stata occupata dalla Grecia, con una percentuale di lavoratrici in attività pari al 51,3%. Poco più sopra l’Italia, con un tasso di occupazione femminile del 53,8%. Un dato che riflette in maniera cristallina l’arretratezza del sistema socioeconomico italiano rispetto ai più evoluti partner dell’Unione Europea.

Una delle motivazioni che a più riprese viene utilizzata per spiegare i bassi livelli occupazionali delle donne italiane ha a che fare con il concetto di famiglia. Infatti, la difficoltà di conciliare i ritmi lavorativi con quelli familiari sembrerebbe incidere molto sulle opportunità professionali delle lavoratrici. Secondo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, le donne che nel 2018 hanno consegnato le dimissioni per provvedere ai figli sono state 24.618. Un numero esorbitante di lavoratrici costrette alle dimissioni a causa degli alti costi degli asili-nido, della pressoché totale assenza di servizi di welfare e dell’allungamento della vita professionale, che ha reso difficoltoso persino il coinvolgimento dei nonni nella cura dei bambini. A rendere ancora più impietosa questa fotografia è il confronto con il numero di uomini costretti alle dimissioni nello stesso periodo di tempo: 7.859 padri dimissionati, di cui solo 2.250 mossi da motivazioni di carattere familiare e non strettamente professionale[1].

Storicamente, la famiglia ha sempre giocato un ruolo di primo piano nel processo evolutivo della società italiana. Il nucleo familiare rappresenta, più che altrove, il capitale valoriale di riferimento nella strutturazione dei legami sociali degli italiani. La centralità giocata dalla famiglia trova origine sia nella tradizione patriarcale che ha contraddistinto le varie civiltà contadine del Paese, sia nell’enorme influenza esercitata dalla religione cattolica. Rispetto a molte altre nazioni occidentali, in Italia il concetto di famiglia appare così pervasivo da aver determinato l’emersione di un binomio indissolubile tra italianità e nido familiare.

In una società che assegna alle unioni parentali una funzione aggregativa così cruciale, il ruolo della donna non poteva che subire una caratterizzazione di natura conservatrice. Il fatto che alle donne sia stato riservato per così tanto tempo il mero ruolo di organizzatrici del focolaio domestico è la normale conseguenza di un patriarcato istituzionalizzato e pervasivo. Le difficoltà affrontate dalle madri lavoratrici sono l’esempio più lampante dell’incapacità delle istituzioni di censurare l’idea secondo cui la segregazione femminile sarebbe un fenomeno sociale fisiologico. Basterebbe fare riferimento ai ripetuti appelli al rispetto delle quote rosa all’interno di istituzioni e aziende per capire quanto l’Italia sia in ritardo nel raggiungimento dell’eguaglianza di genere[2].

Di certo, negli ultimi settant’anni, la condizione femminile è stata protagonista di sensibili miglioramenti. Il processo di emancipazione che ha visto protagoniste le donne italiane è andato di pari passo con il rafforzamento delle istanze democratiche del Paese. Nel Secondo dopoguerra, moltissime donne e ragazze hanno abbandonato le mura domestiche per varcare la soglia di fabbriche e uffici. Aziende come Olivetti e Pirelli hanno aperto le porte dei propri stabilimenti a centinaia di donne, e il boom economico che ha permesso all’Italia di scalare la classifica delle più importanti economie mondiali è divenuto un motore di sviluppo anche dal punto di vista sociale. In definitiva, il progresso ha finito per investire anche la parità di genere, con conseguenze determinanti per il processo di emancipazione femminile. Un percorso che ha permesso a molte donne italiane di accedere a ruoli un tempo riservati solamente agli uomini e di arrivare al vertice di importanti organizzazioni – basti pensare al fatto che, solo tra il 2008 e il 2018, la quota di donne dirigenti è aumentata del 38%[3].

In questo contesto, è utile fare riferimento ai livelli occupazionali femminili pre-crisi. A eccezione del 2004, tra il 1973 e il 2008 il numero di donne occupate e in cerca di lavoro è aumentato ininterrottamente. Dal punto di vista professionale, il 2008 ha rappresentato l’anno d’oro per le donne italiane. Nel momento in cui negli Stati Uniti esplodeva la crisi dei mutui subprime, in Italia il tasso di disoccupazione femminile si attestava all’8%, mentre quello di occupazione raggiungeva la percentuale record del 47% circa – pur restando, dopo Malta, il più basso a livello comunitario. Alla base di questo aumento occupazionale vi sono diversi fattori[4]. In primis, l’influenza delle politiche di genere promosse dalle organizzazioni internazionali, dalle istituzioni italiane e dai corpi intermedi. L’elaborazione di strategie per la parità di genere a livello internazionale ha portato lo Stato e le grandi imprese italiane a elaborare politiche di genere sempre più inclusive e a raggiungere risultati di tutto rispetto per quanto riguarda il coinvolgimento nel mercato del lavoro di molte donne appartenenti a fasce sociali a rischio di emarginazione.

Nel 2000 è stata fondamentale l’elaborazione, da parte delle Nazioni Unite, degli Obiettivi di sviluppo del Millennio. In particolare, il terzo degli otto punti contenuti nella Dichiarazione del Millennio ha posto l’accento sulla necessità di promuovere la parità di genere e l’autonomia delle donne, aumentando il rapporto tra ragazze e ragazzi nelle scuole, l’occupazione delle donne nel settore agricolo e il numero delle parlamentari nelle Camere di governo. Obiettivi, questi, ribaditi durante l’elaborazione dell’Agenda 2030 del 2015, all’interno della quale la parità di genere ha assunto una valenza pressoché fondamentale.

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Un altro elemento da tenere in considerazione riguarda l’evoluzione del mercato del lavoro. A partire dagli anni Novanta, la deregolamentazione dell’economia ha favorito la moltiplicazione dei contratti flessibili. La terziarizzazione del lavoro ha reso sempre meno centrali i settori agricolo e industriale, dando, invece, un impulso decisivo a quello dei servizi. Il passaggio dall’industria pesante (da sempre appannaggio degli uomini) a quella liquida ha facilitato l’aumento delle quote di lavoratrici all’interno del mondo professionale.

La flessibilità del lavoro ha permesso alle donne di bilanciare in maniera più agevole gli impegni lavorativi e quelli familiari. Non a caso, l’incidenza del lavoro autonomo e quella dei contratti part-time sono cresciute notevolmente nel corso degli ultimi decenni. Di fatto, l’aumento dell’occupazione femminile sembra essere legato a doppio filo proprio alla liberalizzazione del mercato, al punto che dal 2004 al 2012 tutti i 700mila nuovi posti di lavoro per le donne sono nati con contratti part-time[5].

Tuttavia, è possibile affermare che tale aumento sia stato determinato non tanto dalla maggiore propensione dei datori di lavoro alla conciliazione tra lavoro e famiglia, quanto da un ricorso sempre più insistente, da parte delle aziende, a contratti caratterizzati da costi assai ridotti[6]. Appare quindi chiaro come l’incremento della presenza femminile nel mercato del lavoro non sia stato il frutto di specifiche politiche di genere, ma sia stato, anzi, il risultato dello sfruttamento delle preesistenti debolezze socioeconomiche di una parte del Paese.

La Grande recessione non ha fatto altro che acuire questa tendenza alla precarizzazione. Se è vero che a pagare gli effetti della crisi sono stati per lo più gli uomini appartenenti ai settori industriale e edile, è altrettanto vero che all’aumento occupazionale femminile ha fatto da contraltare un innalzamento del tasso di precarizzazione tra le lavoratrici. Dal 2008 al 2012, infatti, la percentuale di donne italiane con un contratto di lavoro part-time è passata dal 38% al 54%, similmente a quanto accaduto nei Paesi più colpiti dalla crisi, come Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda. Dunque, all’aumento occupazionale ha fatto seguito un peggioramento delle condizioni retributive[7].

Dopo aver colpito la grande industria, la Grande recessione si è riversata nel settore dei servizi, generando un brusco rallentamento del tasso di occupazione femminile. Le lavoratrici autonome e part-time sono andate incontro a ondate di licenziamenti e a un’ulteriore pressione al ribasso sui salari. Senza considerare, poi, quel gran numero di donne costrette ad accettare impieghi incongruenti con il proprio percorso professionale per far fronte alla disoccupazione di compagni e mariti. Un problema di non poco conto, considerando che, in Italia, “il 71,9% del tempo dedicato al lavoro familiare è a carico delle donne”[8].


L’occupazione femminile ai tempi della pandemia

Al di là degli effetti della Grande recessione, per anni in Italia si è parlato di quanto, in realtà, il tessuto produttivo italiano stesse diventando sempre più inclusivo per le donne. Effettivamente, un gran numero di aziende e multinazionali ha fatto della parità di genere un motivo di vanto. Il Gender Equality Index stilato da Bloomberg nel 2019 – un indice che misura la parità di genere all’interno delle grandi aziende mondiali – ha inserito nella speciale classifica dieci imprese italiane. “I parametri usati misurano la leadership al femminile e la pipeline di talenti, la parità salariale, una cultura dell’inclusione, le politiche contro le molestie e come i brand siano pro donne”[9]. I dieci campioni italiani sono Acea, Enel, Hera, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Poste Italiane, Terna, Snam Rete Gas, Ubi Banca e Unicredit; rappresentano una vera e propria avanguardia per quanto riguarda la parità di genere in Italia.

Il primato di queste aziende si è affiancato agli sforzi dello Stato per aumentare la percentuale di quote rosa all’interno dei consigli di amministrazione delle grandi imprese. Al fine di garantire una rappresentazione paritaria per uomini e donne, nel 2011 la legge Golfo-Mosca ha previsto che “il genere meno rappresentato nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate in borsa e delle società a controllo pubblico [ottenesse] almeno il 30% dei membri eletti”[10]. Inizialmente la quota era stata fissata al 20%, subendo poi un innalzamento di 10 punti percentuali nel 2015. Dopodiché, nel dicembre 2019, un emendamento dalla legge di bilancio del 2020 ha portato la percentuale al 40%.

Gli effetti positivi della legge Golfo-Mosca sono stati immediatamente osservabili. Se prima del 2011 la presenza di donne all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa si attestava al 7,40%, nel 2017 la quota è salita al 27,60%, per poi raggiungere, nel 2019, il 36,30%. Un traguardo di assoluta importanza che dimostra quanto le problematiche di genere possano essere risolte, per lo più, mediante interventi istituzionali mirati. Ciononostante, l’aumento della presenza femminile all’interno dei consigli di amministrazione delle grandi aziende è un dato che riguarda unicamente i vertici del sistema produttivo italiano.

La pandemia di COVID-19 ha avuto l’infausto merito di far luce sugli aspetti meno manifesti della società italiana. Gli effetti dell’emergenza sanitaria sui livelli occupazionali, in tutta la loro drammaticità, sono oramai ben noti. Ciò che però è emerso, in tempi più recenti, è quanto la crisi economica determinata dalla diffusione del nuovo coronavirus abbia interessato specifiche fasce della popolazione italiana. Fatalmente, a subire le conseguenze più dannose sono state proprio le donne. Da questo punto di vista, i dati Istat non lasciano spazio a controversie.

A dicembre 2020, di 101mila licenziamenti, 99mila hanno interessato le donne. Significa che il 98% delle persone che ha perso la propria occupazione a causa delle chiusure autunnali per la COVID-19 sono di sesso femminile[11]. Questi dati, già di per sé drammatici, assumono una valenza ancora più emblematica tenendo in considerazione quelli relativi a tutto il 2020. “Dei 444mila occupati in meno registrati in Italia in tutto il 2020, il 70% è costituito da donne”[12]. È la fotografia di un Paese che continua a fare i conti con la piaga endemica della segregazione di genere.

Al di là dei tanti risultati positivi ottenuti in termini di parità di genere dalle grandi imprese italiane, i dati Istat relativi alla disoccupazione generata dalla COVID-19 raccontano di un’Italia spaccata a metà: da un lato, il mondo progressista delle eccellenze nazionali; dall’altro, un Paese in cui i lavori più umili sono ancora in larga parte svolti dalle donne. Non si tratta di un fenomeno passeggero, ma di una sciagura che da sempre affligge l’Italia repubblicana. Circoscrivere la problematica all’interno dei confini temporali della pandemia rischia, infatti, di alimentare solamente la gravità del fenomeno. La verità è che l’emergenza sanitaria non ha colpito le donne; la verità è che l’emergenza sanitaria, con le sue serrate, ha messo in crisi il settore dei servizi essenziali, vale a dire quello in cui, da sempre, si concentra il grosso dell’occupazione femminile. La problematica, dunque, era già presente. La COVID-19 l’ha resa solo più manifesta.

È possibile affermare, quindi, che la crisi che ha prostrato la popolazione lavorativa femminile trovi origine nelle caratteristiche intrinseche del mercato del lavoro italiano. Palese, infatti, è la correlazione tra chiusura dei servizi essenziali e aumento della disoccupazione femminile. Se i lavoratori più qualificati hanno trovato salvezza nello smart working, ad alimentare i dati sulla disoccupazione sono stati quasi esclusivamente i lavoratori meno qualificati. Stando così le cose, diventa assai complicato sostenere che le donne, in Italia, non rappresentino un ampio bacino di utenza per i lavori umili, nonché le risorse professionali più facilmente sacrificabili.

La pandemia, allora, ha permesso di far luce, come raramente accaduto in precedenza, sulla reale impalcatura sociale del lavoro italiano. Le donne hanno subìto le conseguenze delle chiusure perché impiegate, in gran numero, in settori come quello dei servizi o quello domestico; due ambiti professionali in cui vigono norme contrattuali con tutele a ribasso e forte instabilità economica. Con il blocco dei licenziamenti introdotto dal Governo, inoltre, ad aver pagato le amare conseguenze della recessione sono stati solamente i lavoratori autonomi e quelli con contratti a tempo determinato in scadenza. Dato l’alto numero di lavoratrici che nel 2020 ha perso il lavoro, è inevitabile supporre che ad avvalersi di tali forme contrattuali a tutele ridotte siano, in genere, proprio le donne.

Fonte: Fauxels/Pexels

I licenziamenti di massa del 2020 hanno restituito l’immagine di un Paese in cui le donne rappresentano la parte più debole della società. Benché la segregazione di genere fosse un problema già noto prima della pandemia, la COVID-19 ha ulteriormente sottolineato quanto le donne fatichino a raggiungere un diritto basilare come la stabilità professionale. Una condizione socioeconomica che deve portare a domandarsi quanto sia difficile da scalfire la cultura patriarcale in un Paese come l’Italia.

A rimarcare tale situazione contribuiscono i dati relativi alla preparazione scolastica delle donne italiane. Un rapporto dell’Istat sui livelli di istruzione e i ritorni occupazionali del 2019 ha permesso di far luce sulle caratteristiche della popolazione scolastica italiana. Oltre a confermare che il livello di istruzione degli italiani è inferiore di circa 16 punti percentuali rispetto alla media europea (in Italia possiede un diploma il 62,2% della popolazione tra i 25 e i 64 anni, a fronte del 78,7% registrato in media negli altri Paesi dell’Unione)[13], i dati hanno evidenziato una contraddizione che indica come la segregazione femminile sia una criticità determinata da profonde cause endogene.

A ben vedere, in Italia, le donne sono più istruite degli uomini. Infatti, la percentuale di donne in possesso di un diploma di scuola superiore si attesta al 64,5%, contro il 59,8% degli uomini; a possedere una laurea, invece, è il 22,4% della popolazione femminile in età lavorativa, contro il 16,8% di quella maschile. Tuttavia, spostando la lente di ingrandimento sui ritorni occupazionali, si evince una netta inversione di tendenza. A lavorare è il 56,1% delle donne contro il 76,8% degli uomini, sebbene lo svantaggio occupazionale si riduca all’aumentare del livello di istruzione[14]. Dunque, a patire gli effetti più avversi della segregazione di genere sarebbero le donne con titoli di studio inferiori, ma, in ogni caso, la presenza femminile diminuisce all’aumentare del livello gerarchico[15].

Le analisi dell’Istat permettono di comprendere come la segregazione femminile in ambito professionale si declini in maniera sia orizzontale sia verticale. Nonostante detengano livelli di istruzione superiori rispetto agli uomini, le donne italiane sembrano incontrare enormi difficoltà nell’accedere a determinate professioni e a specifici livelli di inquadramento. La diminuzione delle quote femminili all’aumentare del livello gerarchico dimostra quanto sia difficile, per una donna, raggiungere posizioni apicali nel contesto lavorativo italiano. Difatti, nonostante precisi interventi legislativi, in Italia le donne manager rappresentano solo una minima percentuale della popolazione aziendale con incarichi dirigenziali. Nel 2018, la quota di donne con ruoli apicali è sì cresciuta oltre il 30%, ma si è pur sempre attestata al 17,1%[16].

La discriminazione orizzontale, tuttavia, è ancora più evidente: la popolazione femminile italiana non è distribuita in maniera uniforme nei vari settori professionali. I dati riguardanti il tasso di disoccupazione causato dalla pandemia di COVID-19 e quelli sui ritorni occupazionali dimostrano quanto il lavoro femminile tenda a concentrarsi in determinati settori, come quello dei servizi essenziali e quello dei lavori domestici. Vittime di antichi stereotipi di genere e di una concezione della società ancora fortemente sessista, le donne italiane sembrano essere relegate a mansioni caratterizzate da bassi livelli salariali e risibili tutele contrattuali, a prescindere dai livelli di istruzione.

È evidente, allora, che l’alto tasso di disoccupazione femminile generato dalla pandemia sia figlio di problemi che vanno ben oltre l’emergenza sanitaria. Le cause strutturali della segregazione femminile hanno a che vedere con problematiche di natura culturale difficili da eradicare in un Paese fortemente maschilista come l’Italia. L’incongruenza che caratterizza i livelli di istruzione e il ritorno occupazionale delle donne getta un cono d’ombra sulla reale capacità della società italiana di superare gli schemi di pensiero sessisti che continuano a contraddistinguere il mondo del lavoro.

Stando così le cose, nei prossimi anni sarà fondamentale che la politica traduca in azioni concrete l’opera di persuasione morale che, da tempo, ha intrapreso in relazione alla riduzione della disparità di genere. L’introduzione di misure di welfare, al fine di salvaguardare le lavoratrici meno tutelate dal punto di vista retributivo, contrattuale e previdenziale, appare un passaggio obbligato per garantire alle donne una maggiore sicurezza socioeconomica. L’ipotesi più concreta è che le lavoratrici italiane possano arrivare a usufruire di un’esternalizzazione del lavoro domestico. Per permettere alle donne di gestire liberamente i propri impegni lavorativi, sarà necessario migliorare il servizio scolastico posticipando l’orario di chiusura di asili e scuole elementari.  In tal modo, le lavoratrici non sarebbero costrette a stipulare contratti part-time, mentre la cura dei minori sarebbe affidata a professionisti del settore educativo, sportivo o artistico.

Altrettanto essenziale si rivelerà l’introduzione di politiche di genere volte a bilanciare in maniera paritetica le quote femminili e maschili all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende, dei senati accademici e dei ministeri. Infine, sarà cruciale avviare nelle scuole primarie e secondarie specifici programmi volti ad aumentare la consapevolezza circa le tematiche di genere. La sensibilità delle nuove generazioni riguardo a temi quali la diversità e l’inclusione appare come un elemento essenziale per la sostenibilità delle politiche di genere nel lungo periodo. D’altronde, cultura, istruzione, welfare e lavoro sono gli strumenti più utili per evitare che, in futuro, a pagare il prezzo di una recessione economica siano i lavoratori o le lavoratrici appartenenti a uno specifico genere.

Alessandro Lugli per www.policlic.it




Note e riferimenti bibliografici

[1] C. Luise e D. Lessi, Boom di dimissioni per le neomamme. In 25 mila costrette a lasciare il lavoro, in “La Stampa”, 18 giugno 2019.

[2] F. Passarella, In una società patriarcale come la nostra, le quote di genere sono una necessità, in “The Vision”, 11 marzo 2020.

[3] Donne dirigenti: +38% dal 2008, in “Manageritalia”, 7 marzo 2020.

[4] S. Favasuli, Storia breve delle donne nella crisi economica, in “Linkiesta”, 7 gennaio 2014.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] M. D’Ascenzo, Gender-equality Index, 10 aziende italiane su 325, 21 gennaio 2020.

[10] Come funzionano le quote rosa nelle società quotate e a controllo pubblico, in “Openpolis”, 29 giugno 2020.

[11] R. Amato, Istat: a dicembre 101 mila lavoratori in meno, 99 mila sono donne, in “La Repubblica”, 1° febbraio 2021.

[12] L. Mastronardo, Il 98% di chi ha perso il lavoro è donna, il Covid è anche una questione di genere, in “Wired” 2 febbraio 2021.

[13] Istat, Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – anno 2019, 22 luglio 2020, p. 2.

[14] Ivi, p. 3.

[15] A. Mariani, Il report. Istat: donne più istruite degli uomini, ma meno occupate, in “Avvenire”, 22 luglio 2020.

[16] A. Marini, Donne manager in crescita nel settore privato, ma sono ancora solo il 17% del totale, in “Il Sole 24 Ore”, 5 marzo 2019.

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