La situazione economica italiana e le proposte di riforma del fisco e del lavoro

Fonte: Geralt/Pixabay

Indice:

Strumenti di lettura e situazione economica nazionale

La natura giuridica del sistema tributario

Qual è l’attuale livello di pressione fiscale e quali sono i suoi effetti?

Mercato del lavoro

Le proposte elettorali

Conclusioni

La campagna elettorale è agli sgoccioli. I programmi sono pubblicati e le intenzioni dei partiti dichiarate.

In ambito economico le proposte sono varie. Ogni partito rivendica la bontà delle proprie ricette sia per il corretto andamento del bilancio pubblico che per il benessere dei cittadini. Ma quali sono le proposte dei vari partiti e quali le concrete possibilità di realizzazione? Per rispondere a tali domande sono necessari:

  1. una generale e breve introduzione sugli aspetti che riguardano la dimensione economica dell’organizzazione statale;
  2. una rilevazione dello stato di salute dell’economia italiana cui i partiti dovranno riferirsi per la concreta realizzazione dei piani annunciati in campagna elettorale.

Come sappiamo lo Stato, nell’esercizio delle proprie funzioni, pone in essere ­attraverso i suoi organi ­una serie di atti normativi per organizzare e regolamentare la vita sociale della comunità di cui lo stato stesso è espressione. Tali atti fanno riferimento ad un programma politico che è orientato alla realizzazione di determinati obiettivi generali. Ma la realizzazione pratica di qualsiasi progetto politico necessita di risorse che, nel nostro caso, sono soprattutto di natura economica. Queste, in particolare, sono rendicontate all’interno di quello che viene definito bilancio statale, ossia un documento di contabilità in cui vengono registrate le entrate e le uscite economiche nel periodo d’esercizio considerato. La dimensione del bilancio, e le dinamiche economiche che da esso vengono registrate, è dunque allo stesso tempo capacitante e limitante l’attività di gestione, regolamentazione e organizzazione pubblica del paese.

Quanto detto è giustificato dal fatto che l’analisi di oggi riguarda le proposte politiche relative agli aspetti che in misura maggiore intervengono sulle dinamiche dell’economia, influendo dunque sul bilancio statale: fisco e lavoro.

Il sistema tributario rappresenta l’insieme di norme e istituzioni dirette a regolamentare la gestione dei tributi. Ma cosa sono e a cosa servono i c.d. tributi, o prelievi fiscali? Si tratta di una prestazione obbligatoria imposta dallo stato e direttamente collegata a un fatto di carattere economico, finalizzata a garantire il concorso di tutti al finanziamento della spesa pubblica. La loro rilevanza è dovuta al fatto che sono la principale fonte di entrata economica della quale lo stato necessita per l’esercizio delle proprie funzioni e per la realizzazione delle opere e servizi essenziali per la vita sociale.

Di conseguenza, l’intervento statale relativamente alle questioni di natura fiscale altera la componente delle entrate che contribuisce alla definizione del cosiddetto saldo primario di bilancio, ossia la differenza tra le entrate (tributarie ed extra­tributarie) e le spese (escluse quelle dovute al pagamento degli interessi maturati sul debito) e che indica approssimativamente il grado di capacità di un governo di gestire le proprie finanze. Il saldo primario può dunque registrare sia un “avanzo” che un “deficit” a seconda che, rispettivamente, la differenza tra i due fattori (entrata e spesa) sia positiva o negativa.

Nel concreto, l’Italia registra un atteggiamento virtuoso nella gestione delle proprie finanze, in relazione al valore del saldo primario: dal 1996 a oggi l’Italia ha accumulato nel complesso un surplus primario medio del 2% l’anno (fonte FMI), e le ultime statistiche rilasciate dall’Istat confermano l’andamento generale del saldo che nel terzo trimestre 2017 è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,2% (1,4% nel terzo trimestre del 2016).

Ma registrare un saldo primario positivo è sufficiente per di ripianare i vecchi debiti o per impedire l’accumulazione di altro debito pubblico? La risposta è, ovviamente, negativa e il perché sarà subito chiarito. Il debito pubblico è la somma dei diversi deficit accumulati nel tempo, deficit che viene misurato non solo dalla differenza tra uscite ed entrate, ma anche dal peso degli interessi che lo stato deve pagare sull’ammontare del debito accumulato. Dunque, maggiore è il debito che grava sullo stato, maggiore sarà l’interesse che dovrà essere pagato, e se tali interessi sono elevati e superiori al valore del saldo primario (entrate meno uscite) lo stato registrerà un deficit che andrà a sommarsi all’entità del debito pubblico il quale continuerà, in progressione, a gravare sulle casse statali, e di conseguenza sulle tasche dei contribuenti (v. grafico 1). 

Grafico 1 (fonte: Istat)

Per avere un quadro più completo e per cercare di orientarsi meglio tra le numerose e complesse interazioni dei dati economici è utile, oltre che necessaria, la menzione di un’altra variabile: l’indice che rileva l’evoluzione dell’economia nazionale. Si tratta del parametro più importante per la sua capacità di sintesi delle varie componenti economiche, che interferendo con i valori appena descritti li relativizza. Sto parlando del Prodotto Interno Lordo, più comunemente conosciuto come Pil, l’indice di misurazione aggregata di tutti i beni e servizi prodotti all’interno di un determinato paese in un dato arco temporale.

Questo rappresenta la misura di riferimento per le valutazioni sull’andamento delle dinamiche economiche. Infatti, ciò che conta ai fini della stabilità economica di uno stato non è il valore assoluto del debito o il valore delle uscite in eccesso alle entrate, ma il loro rapporto con il Pil. Crescita economica e occupazionale determinano un tendenziale aumento del Pil che, di conseguenza, riduce il peso sia del deficit che del debito. Viceversa, una recessione provoca l’appesantimento del sistema economico e richiede risposte politiche che possono percorrere strade differenti ma che, ad ogni modo, impongono ristrettezze ai cittadini.

Che si tratti della qualità dei servizi pubblici erogati, della privatizzazione degli stessi, del livello di prelievo fiscale, o di altre misure che direttamente o indirettamente sono poste in essere per il risanamento della finanza pubblica e per la crescita economica, in ogni caso, sono imposti “tagli” che, per come è impostata la struttura economico­-finanziaria, gravano e continueranno a gravare maggiormente su coloro che sono economicamente più deboli. In condizione di sofferenza economica la discussione su quale sia la scelta migliore è tutt’altro che chiusa. Basterà accennare in grandissime linee che essa si “spacca” tra: i sostenitori dell’austerità di bilancio (o politica di bilancio restrittiva), secondo i quali la ripresa economica è conseguenza del ristabilimento dei conti pubblici (mentre il Pil nel breve e medio periodo decresce); i sostenitori dello stimolo economico, secondo cui il risanamento del bilancio statale è conseguenza della crescita economica che viene stimolata, appunto, da politiche di espansione e sostegno alla crescita (mentre il debito nel breve e medio periodo cresce).

Non sappiamo quali delle due sia la soluzione più rapida, più efficace ed effettivamente meno dolorosa per i membri della comunità e per il sistema economico nel suo complesso. Sicuramente sappiamo quali siano gli effetti di politiche di austerity (ma non la loro reale incidenza sulle dinamiche economiche già in sofferenza) in virtù di quanto affrontato, nel nostro caso, dal sistema italiano e dai suoi cittadini come conseguenza della grave crisi economica e finanziaria globale degli ultimi anni i cui effetti sono oggi tutt’altro che superati. Questa ha infatti inciso pesantemente sui risultati globali delle economie degli Stati membri dell’UE di cui quella italiana, tra le più colpite, ha registrato nel periodo compreso tra il 2006 e il 2016 un andamento negativo del Pil reale (Fonte: Eurostat). Di seguito saranno riportati grafici esplicatori dell’evoluzione economica italiana con riferimento al Pil (grafico 2, grafico 3) e al debito (grafico 4).

Grafico 2: Elaborazione su dati Istat, Banca d’Italia e sui dati programmatici del DEF di aprile 2017 (fonte: DIPE)
Grafico 3: Elaborazione su dati Istat, Banca d’Italia e sui dati programmatici del DEF di aprile 2017 (fonte: DIPE)
Grafico 4: Elaborazione su dati Istat, Banca d’Italia e sui dati programmatici del DEF di aprile 2017 (fonte: DIPE)

Ovviamente, che si tratti di politiche di austerità o di sostegno all’economia, le modalità di attuazione possono essere diverse e la loro efficacia dipende da molte variabili, tra cui le condizioni strutturali. Ciò che possiamo valutare è l’andamento economico che emerge dai dati riportati sui grafici di sopra: nonostante le politiche di austerità, che come accennato sono finalizzate al risanamento dei conti pubblici, nel medio periodo sia il Pil che il debito hanno registrato un andamento negativo e a stento riescono a recuperare i livelli pre­crisi, tant’è che si parla di stagnazione secolare.

In questo quadro generale bisogna chiedersi quale sia la situazione relativa al sistema tributario, all’interno del quale rientrano le misure relativa alla contribuzione previdenziale, e al mercato del lavoro. Questi, infatti, sono i fattori che maggiormente, come già accennato, influenzano le dinamiche economiche e sociali: il sistema tributario determina l’entità del gettito fiscale e quindi delle entrate economiche su cui lo stato può contare; la regolamentazione del mercato del lavoro, invece, riflette la sua efficacia sui conti pubblici poiché determina l’andamento del Pil (più occupazione=più lavoro=più produzione=più ricchezza, e così via) e di conseguenza anche sulla portata del gettito fiscale che può gonfiarsi delle nuove entrate provenienti dalla maggiore ricchezza generale.

Se da un lato il prelievo fiscale garantisce entrate dirette allo stato per sostenere la spesa pubblica, dall’altro riduce il livello di reddito disponibile deprimendo consumi e investimenti e provocando una riduzione del Prodotto interno lordo, ossia del grado di crescita dell’economia. Risulta evidente il motivo per cui è presente un ampio dibattito politico sul tema dei tributi, sulla loro composizione e sulla corretta impostazione del loro grado di pressione sui redditi.

Per introdurre le proposte che insistono sulla tematica occorre precisare la natura giuridica del sistema tributario, rintracciabile nella Costituzione stessa. Gli articoli 23 e 53 della costituzione, infatti, stabiliscono, rispettivamente, il principio della riserva di legge, secondo cui “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”, e il principio di progressività delle imposte secondo cui alcuni strumenti (non tutti, e in particolare le imposte) del nostro sistema fiscale devono avere aliquote con carattere progressivo, dove per aliquota progressiva si intende un’aliquota fiscale variabile che aumenta al raggiungimento di determinate soglie di reddito (si parla infatti di “aliquota a scaglioni”).

Tale principio, alla cui base c’è l’idea che ogni contribuente debba subire un’eguale privazione di utilità marginale del proprio reddito, stabilisce che il livello di prelievo fiscale debba aumentare in modo più che proporzionale rispetto all’aumento del reddito. Si intuisce che l’imposta risponde, dunque, alla duplice esigenza di finanziare la spesa pubblica e redistribuire la ricchezza con il fine ultimo di evitare un eccessivo squilibrio della stessa all’interno della popolazione.

Si definisce pressione fiscale il rapporto tra le entrate tributarie e contributive delle Amministrazioni pubbliche e il Prodotto interno lordo di uno stato. La sua misura dipende dunque dalla base imponibile e dalle varie aliquote previste per ogni singola classe di tributi. Il livello della pressione fiscale in Italia è considerato elevato, da alcuni insostenibile. È più alto della media europea e a causa del peso dell’evasione la differenza tra l’Italia e il resto d’Europa è ancora maggiore se si guarda al prelievo sui contribuenti fiscalmente onesti. Quindi paghiamo più tasse perché evadiamo di più.

Il tema dell’evasione fiscale assume dunque un ruolo centrale che di fatto impedisce la corretta applicazione del principio di progressività sancito dalla costituzione e impone un maggior carico contributivo a coloro che non possono far altro che dichiarare per intero il proprio reddito. Paradossale è che chi non vuole o non può evadere paga troppe tasse (spesso si tratta di contribuenti che nonostante figurino come ricchi per il fisco, in realtà non lo sono) mentre i ricchi veri spesso trovano tutti i mezzi per evadere ed eludere.

Molto interessante è l’analisi effettuata da Milena Gabanelli ed Enrico Marro sull’evoluzione del sistema fiscale, anche in relazione alle promesse elettorali delle precedenti tornate, sulle pagine de Il Corriere dove si trovano utili grafici interattivi che evidenziano nel dettaglio l’andamento della pressione fiscale e l’indice di ricaduta sui contribuenti al netto dell’evasione, che sottrae circa 108 miliardi ogni anno alle casse dello Stato (Fonte: Mef). Nell’articolo citato viene rilevato che “nessun governo ha fatto una profonda riforma dell’Irpef, che continua a tartassare i redditi medio alti, specialmente dipendenti e pensionati con la ritenuta alla fonte. Basti pensare che solo il 12% dei contribuenti Irpef dichiara più di 35 mila euro lordi all’anno (cioè almeno 2.100 euro netti al mese) ma versa il 54% dell’imposta, mentre il 45% dei contribuenti dichiara meno di 15 mila euro lordi (cioè meno di 1.100 euro netti) e paga solo il 5% dell’imposta. Ma c’è soprattutto la fascia di contribuenti con un reddito superiore a 100 mila euro lordi, circa 52 mila netti, che rappresenta appena l’1% del totale (440 mila persone), ma versa all’erario il 17,22% del totale dell’Irpef.”

La questione dell’evasione fiscale ha bisogno di risposte rapide ed intelligenti che impediscano, o comunque riducano, la presenza del fenomeno agendo alla fonte del problema (assenza di coesione sociale) e prevedendo misure alternative al tanto caro condono, costantemente proposto e riproposto come unica soluzione realizzabile.

A un decennio dell’inizio della crisi (2007), dopo fallimenti, ristrutturazioni, interventi normativi, licenziamenti, i dati sull’occupazione (grafico 5) e la disoccupazione (grafico 6) stanno migliorando.

Grafico 5: Elaborazione su dati Eurostat (fonte: Dipe)
Grafico 6: Elaborazione su dati Eurostat (fonte: DIPE)

Si tratta però, come rilevato dal rapporto sul mercato del lavoro, di un miglioramento quantitativo e non qualitativo. Riduzione complessiva delle ore lavorate, crescita del lavoro intermittente e, soprattutto, persistente difficoltà dei giovani nel conseguimento di posti di lavoro che consentano loro di raggiungere l’autonomia economica dalla famiglia e di progettare il proprio futuro, sono gli elementi di debolezza della struttura lavorativa che richiedono un intervento immediato. Viene rilevato inoltre come uno dei tratti tipici della crisi, solo parzialmente modificato dalla fase di ripresa, sia la divergenza nell’andamento dei tassi di occupazione per classe di età, con una forte penalizzazione dei giovani (grafico 7).

Grafico 7: Elaborazione su dati ISTAT
Nota: Essendo il tasso di disoccupazione giovanile pari a circa tre volte quello complessivo, le due scale utilizzate per confrontare i due tassi sono rappresentate graficamente su basi diverse, con un rapporto di tre a uno (fonte: DIPE)

Un ultimo aspetto da valutare è la divergenza interna al paese, quella tra nord e sud. Il divario aumenta, insieme alle preoccupazioni sul futuro di un paese che non riesce a viaggiare alla stessa velocità a causa di condizioni strutturali, culturali e politiche che i diversi governi non sono riusciti a modificare. L’Italia è ancora un paese spaccato a metà: il nord, con il 66,7 per cento di occupati di oggi contro il 66,5 del 2007, ha recuperato e superato i livelli di dieci anni fa, mentre il sud fatica a tornare alla situazione precedente alla crisi.

Alla luce di quanto delineato, è arrivato il momento di affrontare l’analisi delle soluzioni che i maggiori partiti e coalizioni propongono nel loro programma elettorale.

Prevedibilmente la discesa in campo di Silvo Berlusconi è stata accompagnata dai proclami che più identificano il personaggio: “meno tasse”.

Il centro destra (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia) si presenta alle elezioni nel segno di un unico programma che individua come “chiave di volta per il paese” l’introduzione della tanto discussa e disutibile Flat tax. La rivoluzionaria ricetta rivendicata dal centrodestra “unito” viene promossa al grido di “pagare meno per pagare tutti”, in evidente opposizione al principio “pagare tutti per pagare meno”.

È una imposta piatta, con aliquota unica (al 23% per Forza Italia e al 15% per Lega) “per famiglie e imprese con previsione di no tax area e deduzioni a esenzione totale dei redditi bassi e a garanzia della progressività dell’imposta con piena copertura da realizzarsi attraverso il taglio degli sconti fiscali”, che nelle intenzioni ha l’obiettivo di innescare un meccanismo virtuoso in grado di ridurre il fenomeno dell’evasione, anche se la sua realizzabilità è fortemente criticata.  

I vantaggi sono ascrivibili, da una parte, alla liberazione di risorse private che favorirebbero la crescita dei consumi e degli investimenti producendo un impatto positivo sul Pil, dall’altra a una semplificazione del sistema di tassazione che consentirebbe ai più di procedere autonomamente e con poche difficoltà alla dichiarazione del reddito (riducendo inoltre le ore dedicate agli adempimenti di natura fiscale che in Italia hanno un peso non indifferente).

I detrattori della proposta, invece, oltre a contestare la sua costituzionalità per l’assenza di progressività (come indicato dall’articolo 53 Cost.), dichiarano il pericolo per la stabilità del sistema sociale che verrebbe incrinato dalla riduzione della spesa in beni e servizi pubblici, per l’impossibilità del mantenimento del sistema di detrazioni attualmente previsto per i contribuenti più deboli, e per il fatto che avvantaggerebbe solo i più ricchi (a condizione che questi decidano di dichiarare i propri redditi).

Degne di nota sono la proposta di divieto di tassazione in assenza di reddito (Imu, Irap, bollo auto, donazioni e successioni) e la chiusura di contenzioso e pendenze tributarie.

Quanto alla riforma pensionistica si promette l’aumento delle pensioni minime e delle pensioni alle mamme. È inoltre presentata la proposta di “azzeramento della legge Fornero”, il cui punto debole è l’età pensionabile (67 anni) e l’adeguamento periodico dei requisiti di pensionamento in funzione dell’allungamento della speranza di vita, con l’introduzione di una (non meglio specificata) nuova riforma previdenziale economicamente e socialmente sostenibile. Il leader del Carroccio, Matteo Salvini, propone l’attivazione della Quota 100 per tutti i lavoratori, data dalla sommatoria tra età anagrafica e anzianità contributiva, e la Quota 41 per i lavoratori che hanno cominciato a lavorare in giovane età, dunque in pensione con quarantuno anni di contributi previdenziali a prescindere dall’età anagrafica.

Sul versante del lavoro si punta al rilancio della “piena occupazione per i giovani” con la valorizzazione di stage, apprendistato, lavoro stabile, formazione. Per favorire l’assunzione dei giovani, il leader di Forza Italia ha annunciato anche la volontà di azzerare tasse e contributi per sei anni.

Centrosinistra

La coalizione di centro sinistra, anch’essa composta da quattro formazioni (Partito democratico, +Europa, Civica popolare Lorenzin, Insieme), si presenta invece con programmi separati che evidenziamo nei loro punti più caldi.

PD

Relativamente al sistema fiscale il Partito Democratico intende proseguire con “il percorso virtuoso di riduzione delle tasse” attraverso il sostegno alle imprese produttive con una riduzione delle aliquote Ires e Iri al 22% e l’aumento della deducibilità dell’Imu pagata sugli immobili delle imprese e dei professionisti. Nelle intenzioni programmate va rilevata la volontà di estendere la misura degli 80 euro, introdotta per i lavoratori dipendenti, alle partite Iva nella stessa fascia di reddito e alle famiglie con figli.

La semplificazione del fisco rimane un elemento centrale così come la lotta all’evasione che viene promossa attraverso l’incrocio di banche dati e quindi attraverso lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia per il controllo dei redditi. Sul versante lavorativo la volontà è di “ridurre il costo del lavoro di circa un punto all’anno portando il costo dei contributi dal 33% al 29 %”.  

Insomma, il Partito Democratico intende proseguire con le riforme in linea alle politiche realizzate nella legislatura terminata, con l’intenzione di migliorare la qualità del lavoro e introdurre il salario minimo per tutti.

Sul fronte pensionistico si vuole superare le eccessive rigidità nella fase di pensionamento introdotte dalle ultime riforme (Maroni, Sacconi, Fornero), senza compromettere il quadro di stabilità finanziaria ottenuto, ma aumentando l’equità del sistema pensionistico ed “introducendo una pensione contributiva di garanzia per i giovani con carriere discontinue e redditi bassi”.

+Europa

Il partito di Emma Bonino si presenta con un programma che in materia fiscale ha l’obiettivo della riduzione e semplificazione dell’Irpef (20% fino a 40mila euro; 30% fino a 60mila euro e 40% oltre i 60mila euro), della riduzione dell’Ires al 20% e dell’accorpamento dell’aliquota intermedia dell’Iva con quella più alta.

I problemi del lavoro vengono affrontati proponendo “la costruzione di un vero mercato del lavoro europeo, interdipendente e integrato, sperimentando forme di apprendistato e mobilità formativa a livello continentale. In particolare, bisogna introdurre una forma di sussidio di disoccupazione europeo come strumento di stabilizzazione degli shock asimmetrici.”

Quella dei centri per l’impiego è un’altra riforma individuata come necessaria per un miglior collegamento tra offerta e domanda di lavoro.

Insieme

Sul fisco, Insieme (formazione che vede uniti PSI, Verdi e Area Civica) prevede il mantenimento della progressività delle aliquote e l’innalzamento del reddito esente da imposte. La razionalizzazione del sistema di detrazione libererebbe 10 miliardi di proventi da utilizzare per triplicare gli assegni familiari. L’animo “verde” si materializza con la proposta di introdurre la Carbon Tax e di ridurre l’Iva al 4% sui prodotti green.

Il mondo del lavoro viene sostenuto attraverso la stabilizzazione dei ricercatori precari e l’individuazione del servizio civile (remunerato) come via d’accesso al mercato lavorativo. Si propone l’introduzione di sgravi fiscali per l’assunzione di lavoratori e incentivi ad imprese per creare lavoro finalizzato alla cura del territorio e del paesaggio. Si prevede, inoltre, l’aumento della tassazione del gioco d’azzardo per la creazione di 700mila posti di lavoro.

Civica popolare Lorenzin

La nuova formazione dell’uscente ministro della salute Lorenzin promuove la flat tax per partite Iva e professionisti con reddito fino a 70mila euro e la tassazione a 0 per i primi 3 anni di attività, al fine di stimolare la crescita economica, e l’ampliamento dell’Impresa 4.0 (in linea con l’alleato PD) di modo da moltiplicare la sua incidenza sul Pil.

Incentivi sulle esportazioni per piccole e medie imprese che incrementano occupazione stabile e sugli utili dei primi tre anni di vita delle start-up innovative sono le proposte per incentivare la creazione di posti di lavoro e la produttività

Infine, punta sulla rivalutazione della formazione scuola-lavoro e università-imprese che dia rilievo allo specifico percorso degli studenti ed introduca i giovani nel mondo del lavoro già nella fase formativa

Movimento 5 stelle

Il partito guidato dalla rinnovata veste (istituzionale e non più di piazza) del candidato premier Luigi di Maio viaggia in solitudine verso la campagna elettorale e promette “niente inciuci”.

Rispetto alle misure di natura tributaria, anche qui le intenzioni sono quelle di tagliare la pressione fiscale: riduzione delle aliquote Irpef, con una revisione degli scaglioni al fine di redistribuire meglio la ricchezza; rimozione delle tasse per i redditi fino a 10 mila euro e “manovra shock” con un taglio del cuneo fiscale per le piccole e medie imprese. Elemento di novità riguarda l’inversione dell’onere della prova per cui si presume l’onestà del cittadino fino a prova contraria.

Il reddito di cittadinanza, o meglio, la misura di garanzia economica a tutti i cittadini, trattandosi più di trasferimento economico selettivo, è uno dei temi al tempo stesso più interessanti e sensibili tra le proposte dei 5 stelle. Il lavoro è una componente importante del programma in questione che punta a “lavorare meno per lavorare tutti” attraverso una riduzione dell’orario di lavoro e la previsione della Quota 41 e Quota 100 per le pensioni, superando la legge Fornero ritenuta insostenibile. “È la qualità del lavoro (da migliorare attraverso investimenti in ricerca, sviluppo e formazione) a far crescere la competitività e il valore aggiunto, ingredienti fondamentali per un’economia come quella italiana”.

Liberi e Uguali

Il partito guidato dal presidente uscente del Senato Pietro Grasso, “cartello elettorale” cui fa parte Sinistra italiana, Articolo 1 – MDP e Possibile, si presenta come formazione a “sinistra” della coalizione di centrosinistra capeggiata dal Pd e punta tutto sulla rimozione delle disuguaglianze per alleviare la crisi democratica del paese.

Relativamente al fisco, la lotta all’evasione si fa puntando sulle nuove tecnologie e la redistribuzione la si ottiene con allegerendo la base imponibile dell’Irpef partendo dalla riduzione dell’aliquota del primo scaglione in modo da concentrare gli sgravi soprattutto sui redditi bassi e medi. Si propone la revisione degli scaglioni che abbiano un’ampiezza minore e le aliquote più progressive. L’Unione europea è centrale per la tassazione dei profitti delle multinazionali (fuggevoli al controllo dei singoli paesi) e per l’introduzione di una vera Tobin tax, ossia un’imposta sulle transazioni finanziarie.

Quanto al lavoro, vicino alle proposte di Insieme, LeU promuove una riconversione ecologica dell’economia con la messa in sicurezza delle strutture sociali e in generale gli investimenti su energie alternative che vengono considerati da LeU ad alto moltiplicatore, cioè capaci di generare alti livelli di crescita economica e quindi di occupazione, molto più degli sgravi fiscali o dei trasferimenti monetari.

In questo approfondimento ho cercato di delineare l’andamento – e le debolezze – delle dinamiche economiche che riguardano il nostro paese e che devono essere affrontate dai rappresentanti che verranno eletti nella consultazione elettorale del 4 marzo. Nel fare ciò, ho voluto far emergere, per quanto possibile, la complessità della struttura economica e sociale e delle variabili che ne influenzano l’evoluzione con l’obiettivo di far comprendere che, soprattutto nella sfera politica, individuare il problema e reclamare il possesso della presunta soluzione (coincidente spesso con la più banale) è facile. Il difficile sta nell’identificare le cause e nello stabilire quale soluzione possa ritenersi realizzabile e realmente efficace.

Vincenzo Martucci per Policlic.it

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