Merkel Quater: interpretazioni “europee” del voto tedesco

immagine da euobserver.com
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Il termine “politica” può assumere diversi significati, più o meno generici, a seconda del contesto in cui lo si vuole inserire e dell’accezione che si desidera dare alla parola.

Se non si vogliono scomodare i grandi pensatori del passato che hanno dedicato al tema molte energie ed una buona parte delle loro riflessioni più acute (da Aristotele a Niccolò Machiavelli, da Karl Marx a Max Weber, fino a Luigi Sturzo, per citarne alcuni), ci si può sempre affidare al dizionario, che  descrive la politica come la “attività di chi partecipa attivamente alla vita pubblica” o, restringendo il campo, come “l’insieme di decisioni e provvedimenti con cui i governanti amministrano lo Stato nei vari settori e SECONDO DIVERSE PROSPETTIVE IDEOLOGICHE“.

Tralasciando la questione relativa all’amministrazione dello Stato, ciò che mi preme sottolineare in questa sede è la seconda parte di quest’ultima definizione: ad orientare le diverse reazioni degli attori politici ed istituzionali europei in merito all’esito delle elezioni federali tedesche, infatti, sono proprio le loro diverse prospettive ideologiche, oltre ovviamente alle diverse sensibilità istituzionali.

Come abbiamo avuto modo di constatare ed approfondire nei precedenti articoli ad esse dedicati, le elezioni politiche tenutesi in Germania il 24 Settembre 2017 hanno emesso diversi verdetti. Innanzitutto, la conferma della CDU (Unione Cristiano – democratica) di Angela Merkel quale primo partito di Germania. La Cancelliera tedesca, dunque, si appresta a guidare il governo per la quarta volta. Nonostante questo, però, la sua forza elettorale ha subìto una diminuzione piuttosto consistente, perdendo l’ 8,6% rispetto alle elezioni del 2013. È per questo che, dopo aver fatto pervenire alla Merkel le congratulazioni di rito, il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker ha sottolineato che “In vista delle importanti sfide globali, l’Unione Europea ha bisogno di un governo tedesco forte e capace di dare forma, in modo attivo, al futuro del continente”. Una dichiarazione che suona quasi come un monito affinché si creino nel minor tempo possibile le condizioni per un’ intesa politico – programmatica che porti alla formazione di un governo.

Un governo la cui composizione sarà necessariamente differente rispetto alla legislatura appena conclusasi, dal momento che l’esperienza della cosiddetta “Große Koalition” sarà almeno per il momento messa in soffitta. Ciò a causa della presa di posizione della SPD, il partito socialdemocratico guidato dall’ex Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, che alla luce dell’insoddisfacente 20,51% (- 5,2% rispetto al 2013) ottenuto nell’ultima tornata elettorale, ha preferito passare all’opposizione. Proprio sul risultato deludente ottenuto dai socialisti, si è espresso il capogruppo dei socialisti al Parlamento europeo, Gianni Pittella, il quale ha sottolineato la necessità dello “inizio di una fase di rinnovo per il partito socialdemocratico tedesco” e ha sostenuto che la decisione di schierarsi all’opposizione è una scelta “non solo corretta, ma anche lungimirante”.

Piuttosto critico riguardo la performance dei socialisti è il commento dell’ex Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, che riconduce il più basso risultato ottenuto nella sua storia dalla SPD nell’ambito di una più generale crisi che sta vivendo la sinistra europea.

Per uscirne, secondo Letta, è necessario un cambio di passo, un ripensamento delle linee guida dei partiti socialisti: “Serve un progetto di giustizia sociale ed equità. Non basta più avere un nuovo slogan per vincere sui populismi”.

Alla luce di tutto ciò, dunque, le larghe intese tra Cristiano – democratici e socialisti saranno sostituite da una nuova compagine di governo, la cui formazione però è tutt’altro che in discesa. L’unica configurazione attualmente possibile e plausibile, infatti, sembra quella di un governo a tre, composto dalla CDU di Angela Merkel, dall’FDP, il partito liberale di Christian Lindner che ha ottenuto un più che lusinghiero 10,75% (+ 5,98% rispetto al 2013), e dai Verdi, forti del loro 8,94% che li porta ad ottenere 67 seggi nel prossimo Bundestag.

Una configurazione possibile, ma non scontata, in quanto liberali e verdi presentano piattaforme programmatiche che differiscono notevolmente su diversi temi: dalle posizioni da portare avanti nell’ambito dell’ Unione Europea, alla politica economica ed anche ambientale. Ad Angela Merkel è affidata l’ardua, ma non impossibile missione di trovare una sintesi tra le varie posizioni. Fiducioso in tal senso si professa il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, secondo cui “Merkel è un fattore di stabilità in Germania ed è probabile che nel paese si metta mano ad una grande coalizione con i liberali e i verdi. Una coalizione differente dalla precedente, ma comunque molto europeista“.

Tajani si sofferma anche sull’ottimo risultato ottenuto dall’ AFD (Alternative für Deutschland), movimento “populista” euroscettico di estrema destra che ha raggiunto il 12,64%, classificandosi al terzo posto ed ottenendo ben 94 seggi. Il Presidente del Parlamento europeo ed esponente di Forza Italia si dimostra preoccupato ma fiducioso: “Le percentuali ottenute dai populisti devono spingere tutti a risolvere i problemi comuni che abbiamo e che sono principalmente tre: immigrazione, terrorismo e crescita.” Sulla stessa lunghezza d’onda il Sottosegretario italiano alle politiche europee Sandro Gozi, il quale sostiene che “il voto tedesco è un voto non positivo: quando c’è un partito di estrema destra che prende il 13%, non può essere una buona notizia per l’Europa. C’è però un 87% di forze parlamentari nel Bundestag europeiste, sia pur con le diverse idee”.

Gli fa eco il Commissario UE per gli Affari economici Pierre Moscovici, che definisce “uno shock” l’ingresso di AFD nel Bundestag, pur riconoscendo che la democrazia tedesca sia sufficientemente forte e salda da poterlo sopportare: “Oggi la democrazia tedesca è forte. Nessun paragone è possibile con il 1933″, dice riferendosi alla presa del potere dei Nazionalsocialisti guidati da Adolf Hitler, che si rivelò in seguito drammatica per la Germania e per il mondo intero.

A queste reazioni riguardo l’AFD, fanno ovviamente da contraltare le parole di entusiasmo di leaders di altri movimenti di estrema destra, quali ad esempio Marine Le Pen, la leader del Front National francese che fa i “complimenti ai nostri alleati dell’AFD per questo risultato storico”, e l’olandese Geert Wilders, il quale ci tiene a sottolineare la comunità di intenti che contraddistingue questi movimenti: “Noi combatteremo per i nostri paesi ed i nostri popoli. Sempre.”

Riccardo Perrone per Policlic.it

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