Roma, città universale e periferica

Intervista a Paolo Ciani

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A circa un anno dalle elezioni per il Campidoglio, Roma si presenta come una città smarrita, non in grado di far fronte alle sfide che il nuovo millennio ha portato con sé.  Tra i numerosi problemi che attanagliano la Capitale, vi sono quelli di natura urbanistica e abitativa, quelli afferenti alla costante frammentazione del tessuto sociale, nonché quelli relativi ai processi di integrazione tra centro e periferia. Ne abbiamo parlato con Paolo Ciani, consigliere regionale del Lazio per Democrazia Solidale (DEMOS), vicepresidente della Commissione Sanità e Affari Sociali e membro della Commissione Casa, Urbanistica, Rifiuti.


In un numero monotematico dedicato allo sviluppo urbano e sociale delle città, non poteva mancare un approfondimento relativo alla metropoli che da sempre fa parlare di sé: Roma. Consigliere Ciani, da romano d’origine impegnato politicamente sul territorio, secondo lei quali sono, oggi, i punti di forza e di debolezza della Città eterna?

Direi che i punti di forza sono quelli di sempre: la storia, la centralità di Roma nel Mediterraneo, il suo ruolo simbolo per l’Europa, l’essere il centro del cristianesimo per via della presenza del Papa. La sua millenaria cultura, la presenza di grandi istituzioni in molti ambiti: economici, associativi, culturali. Gli elementi di debolezza sono indubbiamente la disgregazione di un tessuto sociale solidale, il depauperamento dell’offerta culturale e sociale soprattutto nelle periferie, un grande tema di disuguaglianza tra le diverse parti della città. Poi la grande difficoltà di dare risposte quotidiane ai bisogni primari dei cittadini, in tema di mobilità, pulizia della città, verde pubblico, sicurezza stradale.


Secondo quanto dichiarato dal professore Carlo Cellamare nel suo lavoro intitolato Fuori raccordo. Abitare l’altra Roma, Roma oggi è la sua stessa periferia. Il docente di urbanistica de La Sapienza, infatti, mette in luce un cambiamento di paradigma nel classico rapporto tra il centro della Capitale e le sue periferie, sottolineando come intorno al Grande Raccordo Anulare gravitino un milione e mezzo di abitanti, mentre nel centro storico risiedano meno di centomila persone. Prendendo atto di questa metamorfosi urbana, l’Autore sostiene che il centro è il luogo del “consumo culturale”, la periferia, invece, quello della “produzione culturale”. Qual è la sua opinione in merito? 

Apprezzo molto gli studi del professor Cellamare, soprattutto sulle periferie, ma forse la sintesi qui proposta sulla cultura è un po’ troppo riduttiva. Credo che il centro sia sicuramente luogo di “consumo culturale”, ma esso stesso ha degli angoli di produzione: penso alle scuole di musica o di teatro, che coinvolgono molti giovani, o alle biblioteche e ai tanti luoghi in cui giovani e meno giovani si ritrovano in spazi d’arte e di creatività. Discorso diverso per le periferie, dove indubbiamente avviene una “produzione culturale”, spesso poco conosciuta, ma che soffrono talvolta di mancanza di spazi aggregativi e di sufficiente offerta culturale. Il tema della fruizione della cultura e della libertà di accesso ai vari ambiti culturali è un aspetto molto importante su cui investire.


Una delle piaghe di Roma, visibile principalmente nelle periferie, è la scarsità di nuclei abitativi. Stando ai dati da lei riportati in un articolo per “Huffington Post, oggi ci sarebbero nella Capitale dodicimila famiglie in lista d’attesa per gli alloggi popolari, seimila nei campi rom, tremila senza tetto e tremila in emergenza abitativa. A questi già tristi numeri si aggiungerebbero, secondo i dati raccolti dal Viminale, ottantadue edifici occupati illegalmente da oltre undicimila persone. Cosa intende quando sostiene che per affrontare il “problema della casa” andrebbe compiuta una “fatica sociale”? 

Il tema della casa e dell’abitare è uno di quelli che mi stanno più a cuore e su cui credo sia necessario intervenire per ricreare giustizia sociale. La casa è il luogo primario in cui formare una famiglia e a cui ognuno dovrebbe aver diritto. La grave sofferenza in cui si trovano troppe persone nella nostra città rispetto all’accessibilità all’abitare è uno dei drammi che vive la capitale d’Italia. Per provare ad affrontare questo punto credo sia necessario un grande sforzo: quello di creare una sorta di “agenzia dell’abitare”, che riesca a unire allo stesso tavolo i diversi soggetti implicati in questo ambito, dai costruttori, ai sindacati, ai movimenti per la casa, passando per tutte le istituzioni implicate. Il tema è quello di una città che ha troppi spazi pubblici e privati vuoti e troppe persone senza una casa. Quando parlo di “fatica sociale” mi rivolgo sicuramente a questo tema, ma anche a tutti i grandi temi relativi all’intervento sociale: per cambiare e migliorare la vita di una persona, soprattutto se si trova in difficoltà, non si può pensare a un intervento spot. È necessaria una “fatica”, un accompagnamento, un lavoro che parte da un’idea e che per realizzarla mette insieme diverse risorse, “spreca” tempo e accompagna il percorso lungo il tempo. In questo senso le soluzioni spot proposte dalla politica in questi anni su alcune tematiche sociali si sono dimostrate totalmente inefficaci.


Al fenomeno dell’occupazione abusiva di edifici pubblici le istituzioni rispondono con le attività di sgombero. Lo stesso Ministero dell’Interno ha disposto, per il 2020 e per la sola città di Roma, la “liberazione” di 23 edifici illegalmente occupati. Qual è la sua posizione su queste decisioni? Pensa possano o debbano esserci metodi alternativi?

Sul tema degli sgomberi io andrei molto cauto. Sono consapevole che la legge italiana tutela la proprietà privata, ma è assurdo che tantissimi spazi pubblici e privati continuino a rimanere vuoti e spesso a degradarsi all’interno delle nostre città senza che possano essere impiegati per una utilità comune. Su questo tema ho letto recentemente resoconti molto interessanti di discussioni tra don Sturzo e Giuseppe Di Vittorio, propedeutici alla riflessione su proprietà privata e bene comune nella Costituzione. Io ritengo giusto l’approccio di evitare gli sgomberi lì dove non si trovino situazioni alloggiative alternative. È un tema di giustizia sociale, ma anche di organizzazione della città: avere persone senza casa che vagano per i quartieri oltre che un problema per gli interessati è un problema per le città. Questo è ancora più grave quando si parla di edifici pubblici, come la scuola di via cardinal Capranica sgomberata a Primavalle, che dopo esser stata in disuso, è stata per oltre quindici anni la casa di molte famiglie: perché sgomberarle senza un’alternativa? Prima di sgombrarle bisognava pensare a dove poterle collocare. In quel caso non si ledeva il diritto di nessun privato: era un bene pubblico utilizzato da cittadini senza casa. Bisogna pensare per ogni situazione soluzioni praticabili, nel rispetto delle leggi, ma anche con l’intelligenza e la flessibilità della giustizia sociale.


Più volte negli ultimi anni, l’ente preposto alla costruzione, assegnazione e gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica di Roma – l’ATER – è stato coinvolto in scandali di corruzione. Qual è la sua personale idea sull’operato di questo ente pubblico? La sua proposta di istituire una ”agenzia dell’abitare” nasce anche per far fronte al problema della mala gestione dell’edilizia pubblica? Se sì, in che modo?

Il tema della gestione dell’edilizia residenziale pubblica a Roma è un tema di grande importanza, come accennato poco fa. Non credo che il problema sia solo all’interno di un ente: ci sono stati problemi con l’ATER, come ci sono stati anche con le case che appartengono direttamente al Comune di Roma, come con quelle appartenenti a enti o alle ex IPAB. È evidente che in una città con i problemi abitativi di Roma, gestire il patrimonio immobiliare è una possibile fonte di clientela e anche di possibile corruzione. Ma deve essere innanzitutto un grande luogo di giustizia sociale. In questo senso l’agenzia dell’abitare dovrebbe avere al centro i luoghi di gestione dell’edilizia residenziale pubblica, ma dovrebbe coinvolgere tutti gli altri soggetti interessati. È chiaro che vedere ancora oggi la pratica della compravendita di alloggi ERP è uno schiaffo alla giustizia e a chi onestamente cerca di risolvere il proprio disagio abitativo.


Se è vero che esiste un difficile rapporto tra centro e periferia, è altrettanto vero che esiste una guerra intestina alle periferie stesse. Lo si è visto di recente con i fatti di Torre Maura, dove la popolazione autoctona ha platealmente contestato il trasferimento dei 77 rom in condizione di fragilità sociale nel centro di accoglienza del medesimo quartiere. Lei, che si è sempre schierato a favore dei diritti della popolazione rom, come ha interpretato l’episodio? Cosa risponde, infine, a coloro che ritengono molte loro usanze incompatibili con le leggi italiane e che sostengono che nei campi rom si viva al di sopra della legge?

Gli episodi di Torre Maura a cui lei si riferisce sono stati a mio avviso di una grande gravità, e sono molto felice siano stati platealmente e mediaticamente smentiti da un giovane del quartiere, quel Simone che è finito su tutti i social e che con la sua frase “nun me sta bene che no” ha rappresentato una ribellione di fronte ad altri concittadini che hanno strumentalmente utilizzato la scena. La gravità dell’accaduto la sintetizzerei nel gesto di sfregio di calpestare il pane portato per poter sfamare un piccolo gruppo di persone e tra loro molti bambini: un gesto di disprezzo che fa male al cuore. In realtà il problema non è la famosa guerra tra poveri: il problema è dare risposte concrete alle mancanze della periferia. Mi ha molto colpito la mediatizzazione di quell’evento e il silenzio nei mesi successivi sul fatto che moltissime case di quella zona fossero prive di riscaldamento durante l’inverno. È da questo concreto disagio che nasce il malessere di chi vive in periferia, non certo dall’arrivo di 77 persone in un quadrante tanto grande. In questo la risposta di Simone – “loro a me non mi cambiano la vita” – è molto concreta e sagace.

Quanto ai campi rom, io ritengo che vadano superati con una accoglienza abitativa delle famiglie. Sono risposte abitative sbagliate e ghettizzanti. Ci sono persone che vivono ormai da decenni in questi luoghi e che considero parte di quella cittadinanza in sofferenza abitativa. È evidente che non ritengo che nessuno sia geneticamente incompatibile con le leggi italiane, che anzi devono essere conosciute e rispettate da tutti.


Sia il centro sia la periferia ospitano i luoghi di rieducazione necessari allo sviluppo delle città e al progresso della società. Tra questi figurano anche i penitenziari. Lei vanta una ventennale attività di volontariato in diversi istituti di reclusione, regionali e capitolini. In che stato vertono queste realtà sociali al margine, questi segmenti di città spesso dimenticati?

Il carcere è una parte della nostra città e a Roma ce ne sono diversi, per i ragazzi, per gli adulti sia uomini che donne. È una parte di città perché abitata da cittadini che hanno compiuto dei reati, ma che rimangono persone e cittadini. Con loro tutte le persone che si occupano per lavoro di questi luoghi, dalla polizia penitenziaria, a chi lavora nell’amministrazione penitenziaria, ai servizi sociali, gli infermieri, i medici, i volontari. È sciocco pensare al carcere come a qualcosa di estraneo alla città e alla vita comune. Purtroppo, negli ultimi anni è cresciuta una subcultura molto violenta: quando ho sentito persone delle istituzioni dire “buttiamo le chiavi” riferendosi a detenuti, mi ha molto colpito. Non solo perché per la legge italiana la pena e la detenzione servono per il corretto reinserimento sociale di chi ha commesso il reato, ma perché sottointendono un senso di vendetta e di disumanizzazione del detenuto. Non è la mia cultura, non è la cultura giuridica del nostro Paese…


Di recente, ha dichiarato di essere pronto a candidarsi sindaco di Roma. Stando alla geografia del “voto capitolino” degli ultimi anni, si può notare come le periferie abbiano ammainato le bandiere della sinistra, issando con convinzione quelle dei partiti di destra o dei partiti definiti “populisti”. Come spiega questo cambiamento? E quale dovrebbe essere, secondo lei, l’azione politica dei partiti che gravitano intorno al centro-sinistra per ritrovare quella sintonia con le aree marginali dei grossi conglomerati urbani?

È ormai da tempo che larghe parti della periferia hanno ammainato le bandiere della sinistra. Ma direi che la lettura è più complessa: negli ultimi anni si sono acuite le disuguaglianze tra centro e periferie e sono venuti meno i grandi partiti di massa che in periferia avevano una presenza importante. Questo ha fatto sì che tanti periferici si siano sentiti ulteriormente abbandonati e che alle elezioni premino chi sta all’opposizione e grida di più. Credo che per ricostruire una sintonia con ampie fasce della periferia bisogna tornare a portare avanti i diritti collettivi e smetterla di cedere a un discorso pubblico che mette gli uni contro gli altri. Questa politica divisiva, di contrapposizione, di ricerca del capro espiatorio, sembra dare soddisfazione immediata, ma disgrega la città e non risolve i problemi.


In conclusione, consigliere Ciani, lei ha più volte sostenuto, non a torto, che “Roma non è una città come le altre”. Oltre a essere la capitale italiana e a ospitare il Pontefice, Roma può considerarsi la culla dell’Europa, nonché il cuore del Mediterraneo. Insomma, una città dal “profilo universale”. Quali responsabilità, secondo lei, incombono sulla classe dirigente della Città eterna? Quali, invece, gravano sui suoi cittadini?

Con questa domanda torniamo a quella iniziale: credo che la classe dirigente che dovrà prendere in mano Roma il prossimo anno debba sicuramente rispondere a quello che potremmo definire il minimo sindacale, cioè le opere quotidiane che permettono la vivibilità di una qualsiasi città. Devono però ricordare e valorizzare l’unicità della città di Roma, amandola e avendo per lei una visione. Per il presente e il futuro, altrettanto i suoi cittadini devono ritrovare un senso di coesione e di valore del bene comune e vivere e uscire dalla rassegnazione e prostrazione quotidiana, ritrovando anche l’orgoglio di essere cittadini di Roma.


William De Carlo per www.policlic.it

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William De Carlo
Sono William De Carlo (classe 1989), dottorando in "Studi Politici" presso l'Università di Roma "La Sapienza" e direttore generale di Policlic. Dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche presso l'"Università del Salento", mi sono trasferito a Roma dove ho conseguito la laurea Specialistica in "Relazioni Internazionali". Essendo consapevole di quanto sia importante l'Informazione per smuovere le coscienze e animare gli individui, ho dato vita, nel "lontano" 2015, al progetto Policlic.it. Una volta giunto nella città eterna, nel 2017, sono rimasto folgorato dall'ambiente "cosmopolita" in cui mi sono ritrovato a vivere e a operare. Ho compreso sin da subito, infatti, la necessità di incanalare tutte le risorse che la capitale mi offriva per dar vita a un progetto di più ampio respiro in ambito sociale e giornalistico. Integrato nel sistema universitario/sociale, poi, non è stato difficile trovare dei colleghi che nutrissero la mia stessa passione per la Conoscenza e per l'In-Formazione. Ad oggi, quei colleghi rappresentano i pilastri di un progetto che vede coinvolti, giorno dopo giorno, un numero sempre crescente di studiosi appartenenti alle più disparate aree scientifico-culturali. Oltre alla politica e alla storia, coltivo da sempre un altro hobby: la musica. Ho studiato "batteria" per quattro anni e mi ritengo un buon conoscitore del panorama musicale internazionale. L'ultima caratteristica degna di nota è il mio essere un fervente animalista, motivo per il quale supporto diverse associazioni animaliste e ambientaliste.

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