Sovranisti d’Italia alla prova del virus

Come la COVID-19 potrebbe influenzare la politica italiana

Matteo Salvini al comizio tenuto a Roma nel dicembre 2018. Fonte: Matteo Salvini/Facebook

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Negli ultimi due mesi il dibattito riguardante le questioni di politica interna è andato affievolendosi a causa dell’emergenza coronavirus, e molte delle discussioni che avevano animato le Camere all’indomani dell’insediamento del governo Pd-Movimento 5 Stelle sono state momentaneamente accantonate. Le misure emergenziali introdotte dalla maggioranza per far fronte alla pandemia di COVID-19 hanno determinato una sostanziale sospensione del dibattito politico e la concentrazione di tutti gli sforzi del Parlamento nell’adozione di strategie per porre un freno ai contagi e ai decessi. Per tutto il mese di marzo si è assistito a una convergenza, sul piano comunicativo, da parte dei leader delle più importanti forze politiche del Paese per sensibilizzare la popolazione a rispettare le direttive contenute nei decreti introdotti dal Governo. Alcuni, come Matteo Salvini, si sono spinti addirittura oltre. All’indomani dell’intervento di Mario Draghi sulle colonne del Financial Times, volto a spronare la comunità internazionale ad adottare misure di politica economica a sostegno dei lavoratori e a tollerare il ricorso a strategie debitorie, Matteo Salvini si è esibito in un’apertura nei confronti dell’ex Presidente della BCE a guida di un governo di unità nazionale. Fatto, questo, piuttosto bizzarro rispetto alla visione anti-europeista del leader della Lega, ma indicativo di una generale tendenza alla responsabilizzazione da parte di tutte le forze politiche e, al contempo, sintomo dello stato confusionale in cui versano le forze di opposizione. I sondaggi hanno infine registrato un consistente aumento degli indici di gradimento nei confronti della maggioranza di governo e, in particolare, del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. A influenzare questa crescita della popolarità del Premier è stata, senza alcun dubbio, la fisiologica inclinazione del popolo a stringersi attorno agli attori impegnati attivamente nella risoluzione dell’emergenza.

Perciò, a una prima occhiata, l’attuale situazione politica potrebbe far pensare a un ridimensionamento delle forze politiche sovraniste nel lungo periodo. In effetti, anche a livello internazionale, i più importanti rappresentanti del sovranismo hanno evidenziato notevoli limiti nella gestione della pandemia, come dimostrato dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump – alle prese con percentuali di contagio straordinarie e impegnato a dimostrare come la COVID-19 potrebbe essere il risultato di esperimenti tenutisi in un laboratorio di Wuhan – o dal Premier britannico Boris Johnson, vittima in prima persona della ferocia del virus e capo della nazione europea con il più alto numero di decessi. Per non parlare del Brasile, dove la retorica negazionista del Presidente Jair Bolsonaro ha portato allo scontro aperto con i governatori degli Stati Federali e all’emersione di voci – successivamente smentite – riguardanti un tentativo di golpe ai suoi danni. Sembrerebbe, dunque, che la diffusione del coronavirus abbia determinato un forte indebolimento della retorica sovranista. La causa di questo fenomeno è da ricondurre alla natura stessa delle epidemie, capaci di unire indiscriminatamente tutti i popoli dinanzi all’avanzata di un nemico comune, di monopolizzare l’attenzione collettiva sulle risposte emergenziali adottate dalle forze di governo e di riportare al centro della scena le competenze degli esponenti della comunità scientifica. Rimanendo all’interno dei confini italiani, una situazione di questo genere non può che determinare un’attenuazione della carica eversiva di partiti come la Lega o Fratelli d’Italia.

Tuttavia, molti studiosi sono concordi nel considerare le pandemie come eventi destinati a cambiare le società al pari di una guerra. In un momento in cui la fine del lockdown e la ripresa delle attività produttive sono divenute finalmente realtà, programmare la ricostruzione dell’Italia diventa una necessità storica della quale le forze di governo devono farsi carico in maniera più che autorevole. Questa progettualità, naturalmente, non può evitare di prendere in considerazione i risvolti socio-politici meno manifesti che si celano dietro ai danni prodotti in maniera più superficiale dalla COVID-19 e che potrebbero rinvigorire le sorti elettorali del sovranismo. La pandemia di coronavirus, in effetti, nasconde delle insidie che la classe politica italiana dovrà necessariamente tenere in considerazione al momento della ricostruzione del Paese per arginare il fenomeno sovranista e per scongiurarne evoluzioni in senso autocratico. Naturalmente, trattandosi di scenari incerti, le ipotesi che seguono devono necessariamente tenere conto dell’evoluzione imprevedibile delle vicende politiche che caratterizzeranno l’Italia una volta superata l’emergenza.

La prima insidia che il governo Conte dovrà affrontare riguarda il ritorno allo Stato forte determinato dalla pandemia. Infatti, l’aumento esponenziale dei contagi verificatosi nel Nord Italia nelle ultime settimane di febbraio ha reso necessarie misure di contenimento che, inevitabilmente, sono dovute passare attraverso l’intervento diretto del Governo e, soprattutto, attraverso la concentrazione del potere decisionale nelle mani del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Benché nelle fasi più acute dell’emergenza abbia visto aumentare i propri indici di gradimento, una volta normalizzatasi la situazione, il Premier dovrà fare i conti con un’enorme porzione di società psicologicamente ed economicamente logorata da misure restrittive assolutamente impopolari e destinate a essere ricordate alla stregua di una vera e propria privazione delle libertà individuali. Quanto accaduto in alcune regioni del Sud Italia, dove si sono verificati assalti a supermercati ed esercizi commerciali, è stato un primo assaggio della rabbia che cova nell’animo di milioni di italiani costretti a dover fare i conti con la disoccupazione e con una situazione economica a dir poco disastrosa. Come lo è l’aumento della violenza domestica, del consumo di alcol e del tasso di suicidi. Qualora la maggioranza non dovesse riuscire a formalizzare una politica economica a sostegno dei lavoratori più indeboliti dalla pandemia e delle categorie sociali più a rischio, i sovranisti avrebbero vita facile nel criticare le scelte della maggioranza e catalizzare l’insoddisfazione dell’elettorato nei confronti dell’élite politico-istituzionale, potendo, oltretutto, lamentare una sostanziale esclusione dai processi decisionali che hanno condotto all’introduzione delle misure di contenimento.

La seconda insidia riguarda il rafforzamento della retorica sovranista che sostiene il ritorno al sistema Stato-Nazione e, di conseguenza, l’inasprimento della problematica riguardante la riapertura dei confini. Nonostante molti esperti abbiano giudicato la chiusura dei confini a pandemia in corso inefficace o, per certi versi, controproducente (limitare l’attraversamento delle frontiere ha reso molto più complicati gli spostamenti del personale sanitario e il trasferimento di macchinari), è inopinabile che l’emergenza coronavirus sia figlia della globalizzazione. La mancata sospensione del Trattato di Schengen e la tardiva decisione di sospendere i voli da e per la Cina da parte del grosso dei Paesi dell’Unione Europea ha indubbiamente favorito l’approdo della COVID-19 nel Vecchio Continente, dimostrando i limiti dell’assenza di frontiere in una situazione altamente critica. Inevitabilmente, una pandemia di queste dimensioni fornirà a Lega e Fratelli d’Italia valide argomentazioni per dimostrare la pericolosità dell’assenza di confini fisici all’interno dell’Unione Europea (dove, secondo alcuni esperti, il virus si sarebbe propagato a causa di un cittadino europeo con passaporto tedesco di ritorno da Shangai), determinando la richiesta, da parte di un’ampia porzione della società italiana, di un rafforzamento del ruolo dello Stato-Nazione dalla quale le forze sovraniste potranno trarre notevoli slanci elettorali.

La terza insidia che il governo Conte si troverà costretto ad affrontare riguarda i danni psicologici che l’emergenza coronavirus determinerà all’interno della società italiana. Come molti osservatori hanno sottolineato, quello che la popolazione italiana sta affrontando è un vero e proprio trauma psicologico collettivo destinato a lasciare ferite difficilmente rimarginabili. L’isolamento, il distanziamento sociale e la paura del contagio sono fenomeni che non tarderanno a dimostrare i propri effetti negativi sulla psicologia dei cittadini e che determineranno l’emersione di un perenne senso di paura e una profonda diffidenza nei confronti del prossimo. La paura di essere contagiati o di entrare in contatto con persone che hanno contratto il virus determinerà episodi di intolleranza o di vero e proprio razzismo territoriale nei confronti delle persone che si muoveranno dalle aree più colpite dalla pandemia, anche all’interno della stessa nazione[1]. Non sarà facile, per esempio, riuscire a reintegrare nella società italiana i cittadini lombardi dopo l’ecatombe verificatasi in Val Seriana. Come dimostrato dai numerosi episodi di intolleranza nei confronti di stranieri o migranti prima della diffusione della COVID-19, la paura e le incertezze sociali generate dalle crisi determinano una radicalizzazione dell’elettorato di cui possono facilmente approfittare le forze sovraniste. La maggioranza di governo dovrà mettere in campo politiche sociali che possano attenuare il trauma psicologico generato dal coronavirus o, come verificatosi in occasione delle tornate elettorali del biennio 2018-2019, Lega e Fratelli d’Italia potranno facilmente beneficiare del clima di incertezza e paura che si diffonderà in Italia con la fine dell’emergenza.

Il discorso relativo alle politiche sociali a sostegno della popolazione gioca un ruolo fondamentale anche in relazione alla quarta e più pericolosa insidia che la maggioranza dovrà gestire quando la pandemia sarà risolta, vale a dire la crisi del sistema economico italiano. Ormai appare chiaro a tutti che l’epidemia di coronavirus determinerà per l’Italia una recessione ben più grave di quella del 2008 e, con buone probabilità, una stagnazione del tessuto produttivo con ingenti ripercussioni sull’occupazione. Con altrettanta certezza è ipotizzabile che le misure di aggiustamento necessarie per far fronte a questa crisi possano determinare un aumento del debito italiano. Qualora il PIL non dovesse tornare a crescere, l’Italia si ritroverebbe in una situazione di estrema fragilità finanziaria e la tentazione di non rispettare le regole fiscali stabilite dai trattati europei diventerebbe una necessità. Il Paese si ritroverebbe in balia dei mercati, con conseguenze potenzialmente disastrose per l’economia italiana, soffocata, come noto, da un debito insostenibile.

Ecco perché, come auspicato dall’ex Presidente della BCE Mario Draghi nel suo intervento sul Financial Times, si rende necessaria l’adozione di politiche economiche espansive concertate a livello europeo che possano, almeno per il momento, superare le regole fiscali stabilite dal Trattato di Maastricht. Secondo Mario Draghi, infatti,

è chiaro che la risposta che dovremo dare a questa crisi dovrà comportare un significativo aumento del debito pubblico. La perdita di reddito nel settore privato, e tutti i debiti che saranno contratti per compensarla, devono essere assorbiti, totalmente o in parte, dai bilanci pubblici. […] Il ruolo dello Stato è proprio quello di usare il bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. […] La questione fondamentale non è se, ma in che modo lo Stato possa fare buon uso del suo bilancio. La priorità, infatti, non deve essere solo fornire un reddito di base a chi perde il lavoro, ma si devono innanzitutto proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro. Se non lo faremo, usciremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità produttiva danneggiate in modo permanente, ma le famiglie e le aziende faticheranno a riassestare i bilanci e a ricostruire il patrimonio netto. […] Di fronte all’imprevedibilità delle circostanze è necessario un cambiamento di mentalità, al pari di quello operato in tempo di guerra. La crisi che stiamo affrontando non è ciclica, la perdita di guadagni non è colpa di nessuno di coloro che ne stanno soffrendo. Esitare adesso può avere conseguenze irreversibili: ci serva da monito la memoria delle sofferenze degli europei durante gli anni Venti.

Che una personalità con l’autorevolezza istituzionale di Mario Draghi sia arrivata al punto di spendere parole tanto inequivocabili su una delle testate giornalistiche più influenti del globo rende chiara l’urgenza di adottare politiche economiche espansive come quelle descritte dall’ex Governatore della BCE. Qualora l’Unione Europea non trovasse il coraggio di adottare misure di questo tipo, il rischio che il processo di integrazione europea possa interrompersi sarebbe piuttosto concreto.

Proprio questa quarta insidia è la più delicata che il governo Conte – così come tutti gli altri governi dei 27 Stati membri dell’UE – si ritroverà a dover affrontare con l’esaurimento dell’emergenza coronavirus. Come la crisi del 2008 ha dimostrato, infatti, il fenomeno sovranista prolifera all’interno di società depresse, disorientate, impoverite e minacciate dalla diminuzione degli stipendi, dal precariato e, nella peggiore delle ipotesi, dalla disoccupazione. Partiti come Lega, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle – ma anche UKIP, Front National o AFD – si sono dimostrati estremamente abili nel catalizzare il malcontento della società a fini politici. Perciò, in un momento in cui l’economia occidentale rischia di collassare a causa di un’incontrollabile pandemia, i governi europei sono chiamati ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere i cittadini dagli shock che l’epidemia di COVID-19 ha iniziato a generare nei tessuti economico e sociale d’Occidente. Questo è ancora più vero per l’Italia, un Paese che, più di altri, ha dimostrato di avere notevoli difficoltà a formalizzare strategie per arginare l’azione dei partiti sovranisti.

Ad ogni modo, fare un bilancio sulle sorti dei sovranisti italiani è ancora prematuro. Tuttavia è possibile affermare che, se il Governo non dovesse riuscire a mettere in campo tutte le misure necessarie per tutelare i cittadini e i lavoratori italiani, la possibilità che in futuro Lega e Fratelli d’Italia possano arrivare a ottenere la maggioranza in Parlamento sarebbe più che realistica. Di certo, le sorti della politica italiana sono vincolate alle decisioni che verranno prese in seno all’Unione Europea. Fatalmente, la strategia illustrata da Mario Draghi per tutelare le economie occidentali sta assumendo sempre più le forme di un One Last Shot. Qualora i 27 membri dell’Unione Europea decidessero di optare per il ricorso a politiche economiche espansive, le democrazie occidentali troverebbero nel keynesismo un utile strumento per affievolire l’attrattiva dei partiti sovranisti; al contrario, se il rigorismo e l’egoismo nazionale dovessero prevalere, l’Italexit diventerebbe un’ipotesi più che tangibile, con conseguenze disastrose per tutta l’impalcatura comunitaria.

Alessandro Lugli per Policlic.it


Fonti

[1] I. Krastev, Il ritorno di uno stato forte, “Internazionale”, 1351 (2020), pp. 22-24.

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Alessandro Lugli
Nato a Roma nel 1993, a marzo 2019 ho concluso il mio percorso accademico con una laurea magistrale in Relazioni internazionali presso la LUMSA, discutendo una tesi sulla crisi dei principali partiti di centro-sinistra in Europa. Appassionato di politica, letteratura e filosofia, sono quotidianamente alla ricerca di spunti di riflessione da analizzare con sguardo critico. I miei interessi vertono sul contesto politico internazionale (specie quello occidentale) e sulle vicissitudini della politica italiana. Nel mio tempo libero amo viaggiare, leggere, suonare musica unplugged, guardare film in bianco e nero e scrivere di qualsiasi cosa mi passi per la testa.

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