Critica al Wilsonismo – Come un uomo cambiò (radicalmente) la società statunitense

Indice : L’ “appunto” – La “Dottrina Monroe” ed il “Corollario Roosevelt”– Disraeli e Gladstone

“Gentlemen of the Congress: [..]
The country, I am thankful to say, is at peace with all the world, and many happy manifestations multiply about us of a growing cordiality and sense of community of interest among the nations, foreshadowing an age of settled peace and good will. More and more readily each decade do the nations manifest their willingness to bind themselves by solemn treaty to the processes of peace, the processes of frankness and fair concession. So far the United States has stood at the front of such negotiations.
She will, I earnestly hope and confidently believe, give fresh proof of her sincere adherence to the cause of international friendship by ratifying the several treaties of arbitration awaiting renewal by the Senate. In addition to these, it has been the privilege of the Department of State to gain the assent, in principle, of no less than 31 nations, representing four-fifths of the population of the world, to the negotiation of treaties by which it shall be agreed that whenever differences of interest or of policy arise which can not be resolved by the ordinary processes of diplomacy they shall be publicly analyzed, discussed, and reported upon by a tribunal chosen by the parties before either nation determines its course of action.
There is only one possible standard by which to determine controversies between the United States and other nations, and that is compounded of these two elements: Our own honor and our obligations to the peace of the world.
A test so compounded ought easily to be made to govern both the establishment of new treaty obligations and the interpretation of those already assumed.”
(Thomas Woodrow Wilson, First Annual Message and State of the Union Address, 2 Dicembre 1913.
N.B. Per la lettura integrale del discorso si rimanda alla visione di questo link.)

Nella quotidiana lettura e comprensione della rassegna di avvenimenti nella politica interna ed estera americana si possono trarre numerosi spunti per riflessioni interiori, per domande e dubbi amletici sullo stato nel quale versa attualmente il paese a stelle e strisce. Nei mesi scorsi, Policlic.it ha avuto modo di offrire una prima panoramica nella quale il cinema è risultato essere una vetrina culturale, sociologica, economica e politica dell’attuale ed esplosiva situazione statunitense.

In questo caso però è la politica stessa a divenire l’oggetto di questa analisi “a puntate”, il punto di partenza di vari scenari che ruotano attorno a quasi duecentoquaranta anni di storia dell’umanità. Quasi un quarto di millennio in cui una Nazione nata dalla ribellione al giogo britannico degli abitanti delle “colonie” sul suolo americano ha avuto un prima, un durante ed un dopo la vita (politica ma non solo) di un austero uomo della Virginia, figlio timorato di Dio di un altrettanto austero pastore presbiteriano.

Un uomo ispirato dalle lezioni di quello che un tempo fu un suo dominatore e capace di cambiare, con il proprio esempio e le proprie decisioni politiche le fondamenta stessa della vita e del pensiero di un popolo, del proprio popolo, prima di arrivare a divenire lui stesso fonte d’ispirazione proprio per quegli stessi dominatori d’un tempo. Quell’uomo, così ostinato ed infervorato dalla propria visione idealista del mondo quanto per alcuni versi ambiguo e contraddittorio nella sua effettiva applicazione, quell’uomo apparentemente incompreso al tempo che venne idolatrato, esaltato, isolato ed abbandonato tutt’insieme dal popolo statunitense, era Thomas Woodrow Wilson (1856-1924), ventitreesimo Presidente degli Stati Uniti d’America che dal 1913 avrebbe cambiato per sempre la Storia della propria Nazione.

Postilla: non è necessariamente un dato positivo come si potrebbe pensare

Frank Graham Cootes, Ritratto ufficiale del Presidente Thomas Woodrow Wilson, 1913.

Il dibattito accademico e intellettuale ha avuto modo di porre Woodrow Wilson tra i più illustri e nobili figli d’America (nonostante alcune sue evidenti contraddizioni), esaltandolo per i propri meriti come pioniere solitario e precursore della nuova società occidentale (o statunitense, pardon) con i suoi effetti (tardivi) a livello planetario: a suo riguardo infatti si parla spesso e volentieri delle c.d. politiche wilsoniane (tanto in ambito di politica interna quanto, soprattutto, in quella estera per via dell’intervento americano a fianco della Triplice Intesa nel 1917, per via dei Quattordici Punti promulgati l’8 Gennaio 1918 e per la nascita della Società delle Nazioni nel 28 Giugno dell’anno successivo) o dell’era wilsoniana (riferendosi ai suoi due mandati dal 1913 al 1921).

Il termine Wilsonismo però è minoritario, usato di rado, quasi mai…e a torto: tale definizione infatti, esistente – e pertanto non frutto dell’immaginazione o di una personale licenza creativa – comporterebbe la presa di coscienza del senso (fortemente) dispregiativo e dell’accezione negativa che si andrebbe ad associare a suddetta figura e alle sue politiche. Una visione del mondo non solo mal eseguita dallo stesso Wilson in vita, ma anche abbandonata in principio dallo stesso popolo statunitense: tra il 1917 ed il 1918 infatti il Senato, su pressione del fronte isolazionista guidato da Henry Cabot Lodge, non ratificò né gli Accordi di Parigi né lo stesso Trattato della Società delle Nazioni ideata da Wilson, non prendendo di fatto parte all’organizzazione da questi creata. Ma soprattutto, fu una visione utilizzata come mera ed ipocrita giustificazione retorica, nei decenni a venire, da quasi tutti i successivi Presidenti.

La Storia infatti ha avuto modo di dimostrare come la politica estera degli Stati Uniti, “nobilitata” da motivazioni ed argomentazioni ereditate dal pensiero di Thomas Woodrow Wilson concretizzatesi in seguito anche con la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (nuova prosecuzione della Società delle Nazioni) e con la ridefinizione tanto del diritto internazionale quanto della Diplomazia nella sua “Arte”, si sia mossa esattamente nella direzione opposta ai principi morali wilsonisti. Quale contraddizione, quale ipocrisia maggiore dell’osteggiare, denigrare, isolare e combattere strenuamente la Realpolitik* e la raison d’etàt** , o più semplicemente la visione del mondo del passato in tutte le sue manifestazioni (emerse soprattutto sul campo di battaglia) allo scopo di diffondere e convertire tutte le Nazioni alla forma “sublime ed eccelsa” rappresentata dal modello di democrazia rappresentativa statunitense quando la democrazia statunitense ha avuto modo di dimostrare un approccio politico, militare ed economico volto proprio a quel pragmatismo e a quelle caratteristiche così tanto disprezzate?

Quante guerre hanno infiammato il mondo a seguito del mandato presidenziale di Wilson fino ad oggi? Quante sono state guidate dagli Stati Uniti? Quante sono state combattute apertamente? Quante altre sono state tenute nascoste e sono state combattute in forma segreta a fronte degli stalli diplomatico-legali che spesso e volentieri hanno caratterizzato la seconda metà del secolo scorso e in antitesi rispetto all’ideale Wilsonista sostenuto così fortemente dagli stessi Stati Uniti? Il sistema di relazioni internazionali vigente, il concetto di diplomazia vigente, l’asfissiante interdipendenza tra i Paesi vigente nei vari livelli (nazionale, continentale, mondiale) grazie all’ausilio di organizzazioni sovranazionali sono frutto ed eredità proprio di Wilson, portatore di una rivoluzione radicale che ha sconquassato il mondo del Ventesimo Secolo guidandolo ad un secondo conflitto mondiale, alla Guerra Fredda e ad ulteriori e numerosissimi conflitti locali (per modo di dire) per i quali oggi pagano dazio tutti o quasi tutti: spesso e volentieri infatti il diritto internazionale non è stato uguale per tutti, probabilmente anzi si dovrebbe dire l’opposto.

Chiediamoci allora: l’operato anglo-americano è davvero cambiato con l’avvento di Wilson o la conversione Wilsonista fu soltanto un “atto di facciata”?

Per cominciare a dare risposte a queste domande è giusto allora cominciare ad indagare ripercorrendo la Storia, vista dalla prospettiva statunitense, a partire da un periodo di tempo antecedente a quell'”appunto” citato inizialmente; andando cioè a vedere come, verso la fine del Diciannovesimo Secolo, gli Stati Uniti d’America non avessero nulla da invidiare alle potenze europee allora alle prese con le numerose guerre attraverso il continente. Quando gli statunitensi, insomma, erano così pragmaticamente devoti al proprio interesse nazionale.




“In the wars of the European powers in matters relating to themselves we have never taken any part, nor does it comport with our policy to do so” (James Monroe, Seventh Annual Message at the Congress, 2 Dicembre 1833)

Washington D.C, Capitol Hill, dinanzi al Congresso in seduta congiunta, il quinto Presidente degli Stati Uniti James Monroe (1758-1831) si esprimeva in questo modo delineando la nuova linea della politica estera del Paese in un periodo alquanto burrascoso e conflittuale nel continente europeo (da poco uscito dalla Restaurazione post-napoleonica). Con questo messaggio, gli Stati Uniti sceglievano di seguire l’esempio britannico del cosiddetto “splendido isolamento” richiedendo ed intimando alle potenze europee di non entrare nell’ambito delle questioni politiche delle Americhe, che divennero oggetto delle mire espansionistiche ed imperialiste degli statunitensi.

Un’illustrazione di William Allen Rogers (1854-1931) per il New York Herald rappresenta la “Dottrina Monroe”.

La “Dottrina Monroe” (così denominata in onore degli sforzi congiunti del Presidente e del suo Segretario di Stato John Quincy Adams) rappresentò pertanto la svolta imperialista degli statunitensi, determinati ad espandere, consolidare e rafforzare il proprio territorio nazionale (nel giro di trent’anni il Paese sarebbe stato spaccato dalla secessione sudista e dalla conseguente guerra civile) prima di volgere il proprio sguardo e le proprie ambizioni alle Nazioni vicine nel continente americano. Lo scopo? Dare l’America agli americani, citando le parole dello stesso Monroe.

In questo modo si possono spiegare, nei decenni successivi, il conflitto con il Messico per la difesa del Texas (1845) e l’acquisto dei territori russi in Alaska tra il 9 Aprile 1867 ed il Luglio del 1868. Senza dimenticare la questione riguardante le tribù dei (veri) nativi d’America i quali, dopo la gloriosa vittoria a Little Bighorn (25 Giugno 1876) contro le truppe statunitensi guidate dal tenente George Armstrong Custer, vennero massacrate senza pietà dall’esercito statunitense (desideroso di lavare l’onta infamante di quel giorno) nella battaglia decisiva di Wounded Knee (29 Dicembre 1890): da quel momento infatti, anche a seguito della successiva chiusura delle frontiere, le comunità dei nativi americani vennero gradualmente accerchiate, rinchiuse nelle “riserve” e drasticamente ridotte nei numeri (al punto che si parla di un vero e proprio genocidio). Le ulteriori mire statunitensi nei confronti della Repubblica Dominicana e Cuba vennero temporaneamente bloccate nell’iter legislativo al Senato: in quel periodo infatti la politica dei sostenitori della dottrina Monroe era maggiormente rivolta alle questioni domestiche. Sarebbero state riprese agli inizi del Ventesimo Secolo, tra le presidenze di William McKinley (1843-1901) e soprattutto del suo successore, Theodore Roosevelt (1858-1919).

Divenuto il ventiseiesimo Presidente degli Stati Uniti a seguito dell’assassinio di McKinley, Roosevelt infatti implementò la dottrina Monroe con il celebre ed omonimo “Corollario” promulgato il 6 Dicembre 1904 nel suo messaggio sullo Stato dell’Unione:

“In asserting the Monroe Doctrine, in taking such steps as we have taken in regard to Cuba, Venezuela, and Panama , [..] we have acted in our own interest as well as in the interest of humanity at large.
There are, however, cases in which, while our own interests are not greatly involved, strong appeal is made to our sympathies. Ordinarily it is very much wiser and more useful for us to concern o
urselves with striving for our own moral and material betterment here at home than to concern ourselves with trying to better the condition of things in other nations. [..]
But in extreme cases action may be justifiable and proper. What form the action shall take must depend upon the circumstances of the case; that is, upon the degree of the atrocity and upon our power to remedy it.”
(Theodore Roosevelt, Fourth Annual Message, 6 Dicembre 1904 
N.B. Per la lettura integrale del discorso si rimanda alla visione di questo link.)

L’implementazione del Corollario nella Dottrina Monroe, caposaldo della politica estera statunitense del tempo e l’ulteriore accelerazione delle manovre militari (negli ultimi decenni del secolo precedente, gli Stati Uniti avevano superato il Regno Unito in termini di produzione industriale, divenendo il paese leader del settore) portarono il Presidente Roosevelt a forzare la costruzione del canale di Panama e a muovere guerra contro la Spagna nel 1898. Una guerra che, in poco più di tre mesi, garantì agli Stati Uniti la vittoria e la conquista di Porto Rico, dell’isola di Guam e delle Filippine nonché alla prima occupazione di Cuba (1898-1902): da quel momento, anche gli Stati Uniti avrebbero avuto un proprio impero coloniale.

 

Il Presidente Theodore Roosevelt alle prese con la “Big Stick Policy” in un’illustrazione pubblicata sul New York Globe nel 1902.

Laddove poi la potenza militare non poteva arrivare, gli Stati Uniti ovviarono con modi alternativi per avere la quasi totalità del continente americano sotto il proprio controllo. Allora infatti il potere economico fu la chiave di volta determinante per il raggiungimento degli interessi statunitensi nell’intero continente americano: ciò fu possibile grazie alla penetrazione di società statunitensi nel settore delle materie prime del continente (banane, zucchero di canna, tabacco, elettricità, comunicazioni, petrolio) del continente e alla loro crescita e trasformazione in veri e propri monopoli (United Fruit Company, Standard Oil, AT&T) capaci di determinare il futuro di una Nazione dall’oggi al domani per mezzo di regimi compiacenti, o tramite l’incitamento e l’organizzazione di sollevazioni o atti di destabilizzazione nel caso di presenza di personalità e/o politiche non allineate, come ad esempio durante il periodo rinominato come la “guerra delle banane” tra il (1898 ed il 1934).

Postilla: ancora oggi una buona parte dell’America centrale e di quella meridionale risente di questa dominazione economica (ancor prima che militare) a prevalenza statunitense nelle “zone franche” o nelle maquilas*** sparse nell’America Centrale dal Messico fino a Panama passando per Guatemala, El Salvador, Nicaragua ed Honduras.



“Meanwhile in London…” – L’Impero Britannico e l’alternanza tra Disraeli e Gladstone

Spostiamoci ora temporaneamente nel cuore del Regno Unito, di quell’Impero che nello stesso periodo di tempo fino ad ora trattato era riuscito a resistere alle mire espansionistiche di Napoleone Bonaparte, ad eliminare la minaccia francese dal continente europeo e a mantenere la propria egemonia planetaria (motivo ulteriore per il quale gli statunitensi vollero protendere al dominio del solo continente americano) applicando “pochi” ma decisivi principi fondamentali in termini politici e militari.

Da una parte una politica volta al c.d. “balance of power”**** , dall’altra la consapevolezza di un concetto espresso in vita da Lord Palmerston (1784-1865) secondo cui il Regno “non avesse nè alleati nè avversari in eterno” ma che fossero i loro interessi ad essere “eterni e perpetui”. Combinare questi due pilastri ad un dominio economico, industriale e militare contribuì a rendere per secoli gli inglesi i veri ed unici dominatori della quasi totalità del globo, pur provenendo da un’isola di esigue dimensioni.

Postilla: i massacri da loro perpetrati? “Dettagli”.

Tra gli scranni del Parlamento a Westminster emersero, durante l’Ottocento, due figure fondamentali nella politica britannica: Benjamin Disraeli (1808-1881) per i Conservatori e William Ewart Gladstone (1809-1898) per il fronte dei Liberali. È dallo scontro, dialetticamente violento e senza esclusione di colpi, tra queste due personalità portatrici di ulteriori stimoli e slanci per il Regno Unito che Thomas Woodrow Wilson avrebbe ereditato gli insegnamenti più importanti per attuare le proprie politiche in America. Sono doverose pertanto alcune parole attorno a queste due figure per poterle inserire all’interno del filon rouge dell’analisi.

Disraeli e Gladstone si alternarono più volte al potere nel Regno Unito: ci furono infatti due governi presieduti da Disraeli e quattro governi da Gladstone. Inoltre, Disraeli era un ebreo battezzato nella fede anglicana (nonché il primo cittadino di origine ebraica a raggiungere l’incarico di Primo Ministro nella storia britannica) mentre Gladstone era un convinto e devoto fedele del culto evangelico, al limite dello zelota; la questione religiosa e quella riguardante l’antisemitismo sono importanti da menzionare visto che in quel periodo storico nel Regno Unito, come nell’intero continente europeo, erano tematiche esplosive.

Ma soprattutto, Benjamin Disraeli rappresentò l’approccio pragmatico alla politica, volto agli interessi della Nazione britannica e del suo Impero, mentre William Ewart Gladstone basò la propria vita sul legame indissolubile tra la politica e la morale cristiana all’interno del quale non sussistevano e non potevano esistere distinzioni tra la morale di un individuo e quella dello Stato.

Strenuo oppositore delle politiche immorali di Disraeli (in particolar modo durante il periodo della guerra russo-turca che vedeva gli inglesi profondamente coinvolti nella tutela dei propri interessi nel Mar Mediterraneo in chiave anti-russa), Gladstone fece in modo di stravolgere e/o ribaltare le posizioni dell’Impero britannico nelle relazioni con le altre potenze straniere, per reindirizzarle verso strade moralmente giuste.

Un fulgido esempio ad opera di Gladstone fu la c.d. “Midlothian Campaign” , una serie di comizi tenuti in Scozia tra il 1878 ed il 1880 (in piena campagna elettorale) nei quali un infervorato Gladstone controbattè alle argomentazioni geopolitiche di Disraeli circa il coinvolgimento britannico nel conflitto russo-turco ponendo enorme enfasi sulla morale cristiana. Uno scontro di idee nel quale prevalse alle urne il devoto Gladstone il quale, anche in seguito alla morte di Disraeli nel 1881, continuò a perseguire tale rotta salvo poi essere abbandonato tanto dalla politica quanto dalla popolazione britannica.

Questo almeno fino a quando le sue idee non attraversarono l’Oceano Atlantico per arrivare a Thomas Woodrow Wilson. Fu dunque il britannico Gladstone ad essere l’ispiratore e la colonna portante del pensiero Wilsonista e di tutte le strutture idealizzate e delineate dal Presidente statunitense nel corso della sua vita, una vita che in qualche modo risultò simile a quella di Gladstone. Questo a sostegno e supporto dell’idea di un ulteriore punto d’incontro tra i due leader, visto che anche Wilson sperimentò sulla propria pelle l’abbandono da parte del proprio popolo.

Analizzato tutto ciò, se si dovesse riflettere per un momento su ciò che avvenne durante e successivamente ai mandati di Gladstone (le guerre anglo-boere in Sud Africa, l’occupazione dell’Egitto, la questione irlandese ed ancora il coinvolgimento inglese durante la rivolta dei Boxer in Cina e gli albori della questione medio-orientale scaturiti con la Dichiarazione Balfour ed i successivi accordi Sykes-Picot ma anche grazie al contribuito di una figura epica come Lawrence d’Arabia, agente doppiogiochista dei servizi segreti inglesi), verrebbe da chiedersi: per chi erano moralmente giuste le strade di Gladstone precedentemente menzionate?



Guglielmo Vinci 
per www.policlic.it

*Realpolitik = Dottrina politica ideata e perseguita dal Cancelliere tedesco Otto Von Bismarck, volta all’interesse nazionale e al pragmatismo politico nell’ambito delle relazioni tra Stati.

**Raison d’ètat = La “Ragion di Stato”, concepita per la prima volta dal Cardinale Richelieu, Primo Ministro nella Francia di Luigi XIII, viene concepita come idea per la quale l’interesse dello Stato e della Nazione (nonchè la sua salvaguardia) prevalgano dinnanzi a tutto, anche alle restrizioni etiche e/o morali.

***Maquilas (o maquiladoras) = Termine messicano con cui si definiscono gli agglomerati industriali di proprietà di soggetti stranieri (multinazionali, nazioni terze) in cui vengono lavorati, assemblati o creati prodotti diretti al mercato globale in condizioni lavorative di ipersfruttamento (o schiavismo) della manodopera coinvolta. Altresì denominate zone franche, risultano essere un fenomeno molto diffuso nell’America Centrale.

****Balance of power = Punto di forza per oltre quattro secoli dell’Impero Britannico e della sua egemonia nel contesto europeo e internazionale, l’equilibrio di potere è un metodo di approccio delle relazioni con gli altri Stati per mezzo del quale, dinnanzi alla minaccia bellica e politica di un attore forte, vengono stipulate alleanze tra attori medi e minori volti all’eliminazione della minaccia in questione per ristabilire la situazione vigente.

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