Gli effetti della COVID-19 sulla società italiana

Gli effetti della COVID-19 sulla società italiana

Come è cambiato il tessuto sociale italiano dopo un anno di pandemia

La diffusione del SARS-CoV-2 e i primi sconvolgimenti sociali

È il 31 dicembre del 2019 quando le autorità cinesi riferiscono all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’esistenza di diversi casi di una sconosciuta malattia polmonare. L’epicentro dell’epidemia è Wuhan, un’enorme città di undici milioni di abitanti nel cuore dell’Hubei. Nel giro di pochi giorni i casi toccano quota 41 e il 7 gennaio le autorità cinesi assegnano al nuovo virus il nome di 2019-nCoV (in virtù dell’appartenenza del parassita intracellulare alla famiglia dei coronavirus[1]).

Il 14 gennaio viene identificato il primo caso al di fuori dalla Cina, una donna thailandese rientrata da un soggiorno a Wuhan. In poco tempo cominciano a emergere i primi malati anche in Corea del Sud e in Giappone, mentre in Cina prende il via la conta dei decessi causati dal nuovo coronavirus. Il 20 gennaio le autorità sanitarie cinesi certificano la trasmissione virale da uomo a uomo, e non esclusivamente da animale a uomo come ipotizzato nelle fasi iniziali dell’epidemia. A causa di tale scoperta, il 23 gennaio, a Wuhan e in altre regioni della Cina, vengono introdotti il confinamento degli abitanti e l’obbligo di indossare la mascherina; per la prima volta il termine lockdown fa la sua apparizione in tutto il mondo[2].

Il 30 gennaio l’Italia inizia a prendere le prime contromisure per arginare l’epidemia e il governo guidato dal Premier Giuseppe Conte decide la sospensione di tutti i collegamenti aerei con la Cina. Il giorno seguente, in Italia vengono registrati i primi due casi ufficiali di 2019-nCoV, una coppia di turisti cinesi originari di Wuhan e residenti all’Hotel Palatino a Roma[3].

Il 21 febbraio viene identificato, invece, il primo caso italiano di positività al nuovo coronavirus; si tratta di un uomo di 38 anni residente a Codogno, in Lombardia. Il giorno seguente, Adriano Trevisan, 78enne residente a Vo’ Euganeo diventa la prima vittima italiana di quello che, nel frattempo, l’OMS ha ridenominato SARS-CoV-2, di lì a poco globalmente noto come COVID-19. Il 9 marzo l’esecutivo M5S-PD estende le misure di contenimento introdotte in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna a tutta la nazione: l’Italia è il primo Paese occidentale a introdurre una serrata generale e il 9 marzo è la data in cui la società italiana si è scoperta fragile di fronte alla diffusione di un parassita invisibile all’occhio umano[4].

Da questo momento in avanti i cittadini italiani – sebbene il discorso sia ampliabile a tutto l’Occidente – sono stati scaraventati in una routine quotidiana fatta di distanziamento sociale, isolamento domiciliare, contrazione della socialità e sospensione delle attività lavorative, scolastiche e ricreative. Ma soprattutto, il 9 marzo 2020 è la data in cui l’Italia si è scoperta ancor più vulnerabile rispetto a quanto la Grande recessione avesse già reso noto in oltre dieci anni.

Sono passati poco più di dodici mesi da quella terribile data, eppure l’Italia emersa dalla pandemia di COVID-19 è una nazione molto diversa rispetto a quella conosciuta fino agli albori del 2020. In primis, quello che sta lottando per porre fine all’incubo della pandemia è un Paese che il nuovo coronavirus ha privato di circa 115.000 esseri umani. Per agevolare la quantificazione delle vittime in termini più chiari, è come se in un anno la COVID-19 avesse fatto sparire l’intera popolazione di una città come Terni. Questo, ovviamente, senza considerare i decessi collaterali che la pandemia ha determinato.

Secondo l’ISTAT, infatti, nel 2020 in Italia si sarebbero verificate circa 30mila morti in più rispetto a quelle legate alla COVID-19 e a quelle attese per altre patologie. In sostanza, lo stress a cui la pandemia ha sottoposto il sistema sanitario italiano ha determinato ritardi nella prevenzione, nella diagnosi e nelle cure, di cui hanno fatto le spese soprattutto due categorie di pazienti: i malati oncologici e quelli affetti da problematiche cardiovascolari[5]. Di fatto, il sovraccarico sofferto dagli ospedali sarebbe costato la vita a circa 30mila cittadini particolarmente vulnerabili dal punto di vista clinico. Un dato che dovrebbe far riflettere sull’adeguatezza del sistema sanitario e sull’importanza della prevenzione per malattie facilmente curabili come quelle virali o batteriche.

Di certo, l’esposizione quotidiana alla morte a cui sono stati e sono tutt’ora esposti gli italiani ha generato l’aggravamento di tante altre problematiche di natura sociale e psicologica. Se il 18 marzo 2020 le immagini dei mezzi militari che trasportavano i morti per COVID-19 di Bergamo sono state accompagnate da toni unanimemente funerei, lo stesso non è avvenuto, a titolo esemplificativo, il 3 dicembre, nel giorno in cui l’Italia ha registrato il più alto numero di decessi causati dal nuovo coronavirus – con questi ultimi salutati dal grosso degli italiani con rassegnata accettazione. Una situazione, questa, andata peggiorando nel corso dei mesi a causa della rimozione collettiva del senso della morte determinata dalla natura stessa della pandemia.

Da questo punto di vista, la COVID-19 ha avuto la responsabilità di accelerare in maniera spaventosa il processo di rimozione culturale della morte in corso da decenni in tutto l’Occidente. Se nelle fasi preliminari della pandemia la società italiana, più di altre, ha reagito con senso di responsabilità e un rinnovato spirito collettivo all’avanzata del virus (basti pensare ai raduni canori sui balconi o alle catene di solidarietà costituite durante il lockdown di marzo-aprile 2020), ben presto la difficoltà di passare intere giornate all’interno delle mura domestiche ha fatto emergere, in tutto il suo cinismo, il rifiuto individualistico della morte[6] tipico delle società occidentali[7].

L’ospedalizzazione dei decessi, in atto ormai da decenni, sembrerebbe aver infatti trovato l’acme proprio con la pandemia di COVID-19; secondo un paradossale ribaltamento di logica, la cura di pazienti intubati in reparti ospedalieri isolati e lontani dagli sguardi di parenti, amici e conoscenti ha fatto in modo che la morte sia iniziata a essere percepita come qualcosa di estraneo rispetto alla sfera individuale. Questo processo di rimozione della morte ha determinato un aumento delle spinte individualistiche della società ancora più tangibili rispetto al passato; basterebbe navigare su una qualsiasi piattaforma social in rete per imbattersi in contenuti emotivamente indifferenti alle morti da COVID-19 e concentrati solo sulle misure adottate dal governo per arginare la pandemia. Senza tralasciare, naturalmente, le modalità asettiche tramite le quali agenzie di stampa, telegiornali o istituzioni ogni giorno comunicano il computo di contagi e decessi.

Perciò, se da un lato la morte è stata ridotta a mera statistica quotidiana, generando una certa abitudine nei confronti della conta delle vittime causate dalla pandemia, dall’altro le restrizioni e il confinamento dei cittadini hanno via via generato l’aggravamento di una serie di processi in atto già da decenni. È questo il caso, per esempio, del complottismo, un fenomeno ampiamente analizzato nel quarto numero di Policlic, Grandi paranoie e in grande ascesa da oltre vent’anni; una questione che ha trovato, con la diffusione della COVID-19, un successo sbalorditivo e che ha esponenzialmente rafforzato il ricorso ad antropologie di dubbia validità scientifica quali il relativismo e il personalismo.



Tra paranoia e negazionismo: COVID-19 e complottismo

Lo strabiliante successo della diffusione di varie teorie del complotto e verità alternative, come quelle sostenute dai vari no vax e no mask, è il frutto di un cocktail esplosivo fatto di paura, rifiuto della realtà, isteria di massa e analfabetismo funzionale, che esemplifica al meglio la condizione psicosociale in cui versano ampie porzioni della società italiana. Un fenomeno, questo, verificatosi in più occasioni nel corso della storia, dalla caccia alle streghe nel Medioevo, al Maccartismo in piena guerra fredda, passando per le persecuzioni degli ebrei negli anni della “peste nera”.

Laddove la realtà è di difficile comprensione, in ampi strati della società comincia a farsi strada la convinzione che esista una spiegazione alternativa rispetto a quella ufficiale. Così, le restrizioni per arginare la pandemia diventano una strategia per instaurare una dittatura sanitaria volta a reprimere il dissenso popolare, mentre le bare dei deceduti per COVID-19 di Bergamo, trasportate dall’esercito, appartengono a “360 clandestini affogati in mare sei o sette anni fa”[8].

Di certo, a dover preoccupare non è tanto il contenuto delle varie fake news che popolano il web o la stampa, bensì il fatto che tali verità alternative ottengano così tanto successo. Tuttavia, anche da questo punto di vista, la pandemia, piuttosto che da incubatrice di nuove tendenze, sembrerebbe aver agito da acceleratore, portando a galla una lunga serie di fenomeni già in atto da almeno due decenni[9].

Ecco che, allora, il proliferare di verità alternative durante la pandemia non può che essere ricollegato al malcontento di ampi strati della popolazione, prostrati da un ventennio di crisi morale e materiale (di cui il COVID-19 sta rappresentando l’ultimo e più feroce stadio), e dalla difficoltà riscontrata, da molti individui, nell’accettare il fatto che un parassita nato in un mercato del pesce in Cina possa aver generato 115.000 morti in un Paese distante migliaia di chilometri come l’Italia.



I disturbi psicologici scatenati dall’emergenza sanitaria

Tuttavia, accanto a fenomeni macroscopici quali il complottismo, a livello individuale, durante la pandemia, sono emerse numerose problematiche di carattere psicologico (la maggior parte delle quali determinate da una situazione emergenziale che ha costretto molte persone all’isolamento e al distanziamento sociale).

Uno studio della Società Italiana di Psichiatria Sociale, infatti, ha rilevato come il lockdown abbia aumentato fino al 40% sintomi quali stress e ansia, sia tra le persone in prima linea nella lotta alla COVID-19 (come gli operatori sanitari), sia nella popolazione generale. Molto importante è anche sottolineare come, dopo un anno di pandemia, i sintomi depressivi in Italia siano quintuplicati, al punto che, indicativamente, 1 persona su 3 sarebbe affetta da depressione. Infine, nella categoria rappresentata dai malati di COVID-19 e i loro congiunti, il 20% avrebbe fatto uso di stupefacenti o alcol, a dimostrazione di quanto la pandemia possa aver influito sul benessere psicologico degli italiani[10].

Ciononostante, sebbene la prima ondata pandemica abbia influito profondamente sul benessere della popolazione, interrompendo una quotidianità fatta di lavoro, scuola e momenti ricreativi, e gettando la società in una realtà scandita dalla conta di contagi e decessi, la seconda e la terza ondata (vale a dire quelle verificatesi da novembre ad aprile) sembrerebbero essere state capaci di genere disturbi psicologici ancora più preoccupanti.

Se durante la prima ondata gli italiani hanno affrontato l’emergenza sanitaria con abnegazione, nella speranza di poter sconfiggere il nuovo coronavirus nel giro di pochi mesi, la cronicizzazione della pandemia emersa durante la seconda e la terza ondata ha finito per ridimensionare le speranze degli italiani in maniera radicale. Di conseguenza, l’incapacità di progettare e programmare il futuro ha finito per acuire ancor di più l’apatia, l’angoscia e la tristezza vissuta da milioni di persone[11].

Accanto alla rassegnazione, poi, sono via via emerse altre tipologie di disagio psicologico. La costante paura del contagio, l’incubo delle terapie intensive e la difficoltà di convivere con un’esistenza fatta di contrazione della socialità e distanziamento sociale hanno fatto emergere, in molti cittadini italiani, meccanismi di rimozione psicologica volti a esorcizzare le problematiche determinate dalla pandemia. In molti casi, tali meccanismi hanno trovato uno sbocco naturale nel negazionismo, nella minimizzazione delle conseguenze patologiche della malattia e in comportamenti trasgressivi volti ad arginare le direttive stabilite dalle autorità per il contenimento della pandemia. Così, si finisce per contestare l’uso della mascherina, per trasgredire il coprifuoco o, nei casi più estremi, addirittura per violare l’isolamento fiduciario imposto ai pazienti risultati positivi al tampone, con conseguenze devastanti sul numero di contagi giornalieri[12].



La spaccatura sociale determinata dalla pandemia

Quando si parla degli effetti della COVID-19 sulla popolazione, non si può non tenere in considerazione la spaccatura sociale determinata, a più livelli, dalla pandemia. Fin dalle prime fasi, l’emergenza sanitaria ha fatto emergere differenti livelli di rischio a seconda delle diverse fasce sociali. Infatti, sebbene una parte dell’opinione pubblica abbia accolto il nuovo coronavirus alla stregua di un grande equalizzatore, forte della convinzione che colpisca indiscriminatamente abbienti e meno abbienti, in realtà, gli oltre 12 mesi di pandemia hanno dimostrato quanto le diseguaglianze preesistenti abbiano agevolato la trasmissione del virus e aumentato i tassi di mortalità[13].

A ben vedere, la COVID-19 ha colpito in maniera più significativa le fasce della popolazione più fragili, vale a dire quelle già piegate da pregresse fragilità socioeconomiche e dipendenti da programmi assistenziali deboli e inadeguati. In questo senso, pur trasmettendosi indiscriminatamente tra le varie fasce sociali, la COVID-19 sembrerebbe aver avuto gli effetti più drammatici proprio su tutti quegli individui già deboli dal punto di vista economico, educativo e sanitario. Il virus, in breve, ha avuto modo di diffondersi in maniera capillare laddove imperversavano difficoltà abitative, carenza educativa, precarietà e disoccupazione, con notevoli conseguenze anche sui tassi di mortalità[14].

Senza entrare nello specifico nella caratterizzazione dei decessi, basterebbe pensare alle diverse conseguenze socioeconomiche determinate dall’introduzione del lockdown per avere un’idea chiara dei diversi effetti del virus sulla popolazione italiana. Se i lavoratori più qualificati hanno potuto beneficiare di un alto livello di protezione grazie allo smart working (molti hanno cominciato a svolgere la propria attività lavorativa da remoto ancor prima della chiusura generalizzata delle attività lavorative di marzo 2020), quelli impiegati nella manodopera o nella cura della persona hanno smesso di svolgere le proprie mansioni; senza considerare, poi, i lavoratori impiegati nei servizi essenziali (come, per esempio, i riders), i quali hanno continuato ad andare al lavoro esponendosi molto più concretamente al contagio.

Stando così le cose, è lecito pensare che gli effetti della pandemia siano variati notevolmente per queste diverse categorie professionali. Molti lavoratori agili avranno sperimentato la difficoltà di organizzare le proprie attività professionali in una casa affollata di persone; altri, invece, avranno dovuto far fronte a una carenza di dispositivi tecnologici, finendo per dover scegliere tra il lavoro e la didattica a distanza dei figli. Allo stesso tempo, i lavoratori attivi nei servizi essenziali, esponendosi quotidianamente al virus, avranno registrato livelli di contagio molto più alti, mentre quelli impiegati nel settore della manodopera saranno addirittura sprofondati nella povertà assoluta.

Di certo, una volta giunta al termine, la pandemia sarà ricordata come un fenomeno capace di acuire le tante diseguaglianze già presenti in Italia, ed è piuttosto lecito aspettarsi che a ricordarsene saranno soprattutto gli individui che più hanno pagato gli effetti dell’emergenza sanitaria, in termini clinici e socioeconomici. In questo senso, è possibile che un tale livello di sperequazione in futuro possa sfociare in tensioni sociali che le istituzioni saranno chiamate a tenere in considerazione durante il processo di ricostruzione materiale e spirituale del Paese. Non a caso, nelle ultime settimane il malessere delle tante categorie professionali costrette alla sospensione delle attività economiche si è tradotto in una serie di manifestazioni sfociate in tensioni con le forze dell’ordine e nel lancio di petardi sotto alla sede del governo[15].

Perciò, puntando la lente di ingrandimento sull’attuale realtà sociale italiana, è possibile affermare come l’estremismo che contraddistingue le dinamiche tipiche delle pandemie abbia fatto emergere, in tutta la loro limpidezza, i pregi e i difetti della società italiana. Purtroppo, dopo oltre dodici mesi di emergenza sanitaria, i comportamenti positivi che avevano caratterizzato il popolo del Belpaese agli albori della pandemia, quali la solidarietà e il senso di collettività, sembrano emergere con sempre meno frequenza, lasciando progressivamente spazio alla rabbia, alla rassegnazione e al cinismo.

Senza dubbio, da un lato l’Italia post-COVID-19 si candida a essere un Paese più spaventato, insicuro e depresso di quanto già non fosse prima della pandemia; d’altro canto, però, è probabile che un’esperienza di questo tipo fornirà alla popolazione italiana la consapevolezza necessaria per ricostruire una società più equa e solidale, nella speranza di poter finalmente guardare un domani alla pandemia di COVID-19 come a una crisi necessaria per il progresso collettivo.

Alessandro Lugli per www.policlic.it



Note e riferimenti bibliografici

[1] Bassan V., Salvioli L. & Simonetta B., Cose che noi umani, in “Lab24”, 26 novembre 2020, consultato in data 4 aprile 2021.

[2] Bassan V., Salvioli L. & Simonetta B., Ibidem.

[3] Bassan V., Salvioli L. & Simonetta B., Ibidem.

[4] Bassan V., Salvioli L. & Simonetta B., Ibidem.

[5] Adnkronos, “Covid, “30mila morti per altre malattie trascurate”, in “Adnkronos”, 6 febbraio 2021, consultato in data 4 aprile 2021.

[6] Sisto D., La morte al tempo del Covid-19, in “Doppiozero”, 25 marzo 2020, consultato in data 5 aprile 2021.

[7] Negli ultimi decenni si sono occupati di questo tema numerosi intellettuali attivi nel campo della filosofia, della psicologia e della letteratura. Secondo tali studiosi (tra i quali figura anche l’antropologo culturale Ernest Becker, autore del saggio Il rifiuto della morte) un tema che caratterizza le moderne società occidentali è proprio la tendenza a rimuovere dal proprio orizzonte socioculturale il tema della fine della vita. Alcuni filosofi sono arrivati addirittura a parlare di rifiuto della condizione creaturale dell’uomo, inteso come negazione della natura caduca dell’essere umano. Secondo alcuni, tale negazione della morte troverebbe origine nei traguardi raggiunti in Occidente in ambito economico, tecnologico e sanitario grazie alle congiunture rese possibili dalle caratteristiche del modello capitalista. Da questo punto di vista, le scoperte medico-scientifiche effettuate in Occidente avrebbero comportato un progressivo rifiuto della sofferenza, della malattia, della vecchiaia e della morte sempre più evidente e dilagante.

[8] Il Messaggero, «I morti per Covid? Ammazzati apposta. Le bare di Bergamo? Clandestini». Le teorie complottiste dei negazionisti, in “Il Messaggero”, consultato in data 7 aprile 2021.

[9] In effetti, fake news particolarmente suggestive erano emerse all’indomani degli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, quando svariati complottisti avevano cominciato a ipotizzare che dietro gli attacchi suicidi dei jihadisti di Al Qaeda potessero esserci, a seconda delle correnti di pensiero, la lobby ebraica mondiale, i servizi segreti israeliani o l’establishment conservatore vicino al Presidente Bush . Con la crisi economica scatenata nel 2008 dal crollo dei mutui subprime, poi, i complottisti hanno preso a puntare il dito contro l’élite finanziaria globale e le sue volontà manipolatorie nei confronti delle classi media e operaia. Senza alcun dubbio, ad accomunare i due eventi è un elevato livello di difficoltà nella comprensione delle cause scatenanti, una caratteristica tipica di molte tendenze determinate dalla globalizzazione.

[10] Rita V., Dopo il lockdown sono aumentati stress, ansia e sintomi depressivi, in “La Repubblica”, 16 ottobre 2020, consultato in data 9 aprile 2021.

[11] Camilla A., Gli effetti psicologici della pandemia, in “Internazionale”, 10 dicembre 2020, consultato in data 09/04/2021.

[12] Camilla A., Ibidem.

[13] Costa G. & Schizzerotto A., Se la pandemia accentua le disuguaglianze di salute, in “Lavoce.info”, 7 aprile 2020, consultato in data 9 aprile 2021.

[14] Florio F., Danni collaterali – Nel quartiere arabo di Milano, dove il Coronavirus colpisce i più deboli: «La speranza è nel sorriso degli abitanti», in “Open”, 1 marzo 2021, consultato in data 09 aprile 2021.

[15] Il Sole 24Ore, Manifestazione «Io apro» a Roma, lancio di petardi e tensione con polizia, in “Il Sole 24Ore”, 12 aprile 2021, consultato in data 16 aprile 2021.

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