Critica al Wilsonismo – Gli Stati Uniti “dopo” Wilson: la “guerra permanente” tra Ronald Reagan, Bush Sr. e Bill Clinton

Indice: L’epilogo della Guerra FreddaIl primo BushGuerra e “pace” sotto Bill Clinton

The communist disintegration became visible during Reagan’s second term and turned irreversible by the time he left office. Considerable credit is due to the presidencies preceding Reagan’s, as well as to that of his immediate successor, George Bush, who presieded skillfully over the denouement. Nevertheless, it was Ronald Reagan’s presidency which marked the turning point.
(Henry Kissinger, Diplomacy)

Così Henry Kissinger introduceva nel 1994 uno dei capitoli conclusivi del suo libro Diplomacy sulla fase finale della Guerra Fredda, quella che, per mezzo delle scelte e delle azioni portate avanti dalle guide politiche dei due Paesi, portò alla concretizzazione degli auspici “profetici” che George Kennan aveva riportato nel rapporto pubblicato nel 1947 dalla rivista Foreign Affairs (un evento menzionato nella seconda parte di questo approfondimento).

Come evidenziato nel precedente articolo, fu sotto la presidenza di Ronald Reagan che lo scontro tra le due superpotenze vide la controparte di Washington infliggere i colpi decisivi per ottenere la vittoria. Questo fu possibile tanto per la volontà granitica dell’animo neo-conservatore del Presidente Reagan quanto per l’allora improbabile e inaspettato avvicinamento dell’uomo che al tempo guidava l’Unione Sovietica: l’ultimo Segretario del Partito Comunista sovietico, Mikhail Gorbaciov. Mentre negli Stati Uniti gli anni Ottanta rappresentarono un periodo di crescita galoppante per il Paese, grazie agli stimoli economici scaturiti dall’implementazione della Reaganomics, l’Unione Sovietica sotto la guida dell’allora cinquantaquattrenne Gorbaciov visse al suo interno un processo di riforme strutturali lanciate nel biennio 1985-1986 che sarebbero state definite in seguito “perestrojka” (“ricostruzione”) e “glasnost’ (“apertura”). Henry Kissinger, nel descrivere i passi salienti delle epocali riforme di Gorbaciov, riportava queste considerazioni:

Gorbachev had based his reform program on two elements: “perestroika” – restructuring – […] and “glasnost” – political liberalization […]. But since there were no insititutions for channeling free expression and generating public debate, “glasnost” turned on itself. And since there were no free resources […] living conditions did not improve.
(Henry Kissinger, Diplomacy)

Le riforme di natura economica erano volte a far ripartire la crescita e lo sviluppo della Nazione in un periodo storico difficile per i sovietici, ma ebbero anche un importante impatto nell’assetto amministrativo e burocratico del Partito Comunista sovietico.
Quello che Gorbaciov non poteva immaginare al tempo è che le proprie opere di riforma e rinnovamento del sistema comunista non solo non avrebbero portato cambiamenti significativi nell’economia e nel settore industriale sovietico, ma avrebbero contribuito ad accelerare il processo di crisi che stava colpendo la potenza sovietica.
Nel momento di maggior debolezza e fragilità interna di Mosca, acuito anche da eventi come il disastro della centrale nucleare di Černobyl’ (26 aprile 1986) e dal crescente malcontento delle Repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania), sfociato in seguito nella cosiddetta “rivoluzione cantata”, Reagan decise di intervenire ancor più attivamente nei confronti dei sovietici. L’omonima “Dottrina Reagan” era già stata implementata e, nei primi anni del suo mandato, il Presidente aveva sostenuto le rivendicazioni di Solidarność nella Polonia comunista con ingenti stanziamenti di fondi e supporto logistico.

Our differences with a system that openly proclaims and practices an alleged right to command people’s lives and to export its ideology by force are deep and abiding. Logic and history compel us to accept that our relationship be guided by realism—rock-hard, cleareyed, steady, and sure […].
(Ronald Reagan, State of the Union Address, 4 febbraio 1986)
Fonte: RIA Novosti/Wikimedia Commons

La fermezza di Reagan nel rivendicare la superiorità morale e pragmatica (anche per via militare) della democrazia statunitense e del modello atlantico contro le minacce comuniste nel mondo vide proprio con Gorbaciov (a destra in un intervento durante l’incontro sovietico-statunitense tenutosi a Reykjavik nel 1986 nda), dopo numerosi tentativi di dialogo interrotti bruscamente dalla morte dei vari Segretari di partito, la possibilità di fare breccia nella fortezza impenetrabile dell’ideologia comunista. Le strade del dialogo e della fermezza si incontrarono attorno a un tema molto sentito dal presidente Reagan: la questione atomica, che veniva percepita da Reagan come una vera e propria “minaccia apocalittica” da limitare fortemente e, se possibile, debellare. Si prodigò così nel progettare, proporre e implementare un sistema di difesa a livello planetario volto a intercettare i missili nucleari, che divenne noto come Strategic Defense Initiative/SDI. Nella sue memorie autobiografiche, raccolte nel libro An American Life del 1990, Ronald Reagan espresse in modo energico i propri pensieri sul rischio concreto di una guerra atomica con l’Unione Sovietica con queste parole:

No one could “win” a nuclear war. Yet as long as nuclear weapons were in existence, there could always be risks they would be used, and once the first nuclear weapon was unleashed, who knew where it would end? My dream, then, became a world free of nuclear weapons.
(Ronald Reagan e Robert Lindsey, An American Life)

Il Summit di Washington fu l’occasione, dopo il mancato accordo nel precedente incontro a Reykjavik (11-12 ottobre 1986), per la stipula e la firma del Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) da parte delle due superpotenze. A Washington, Reagan e Gorbaciov risolsero la questione degli “euromissili” atomici ed ebbero modo di confrontarsi nuovamente per trovare un comune accordo e per stimolare le relazioni tra gli Stati Uniti e l’URSS.

Il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e il Segretario del PCUS Mikhail Gorbaciov dialogano nello Studio Ovale della Casa Bianca, il giorno dopo la firma del Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty).
Fonte: Wikimedia Commons

Tuttavia, oltre alle relazioni diplomatiche (seguì un incontro a Mosca del 1988), gli Stati Uniti non interruppero le attività di sostegno e intervento logistico e militare nelle aree a influenza sovietica o sotto regimi dittatoriali e/o comunisti. Tra i tanti esempi da poter menzionare (Grenada, Nicaragua, Libia, Angola Cambogia) non può non essere menzionato l’Afghanistan (oggetto dello “Speciale Afghanistan” firmato Policlic.it).
Nell’approfondimento, Meta cita e menziona l’impatto che il sostegno statunitense ai mujaheddin afghani scaturito dalla cosiddetta Operation Cyclone della CIA, operazione che, nel bene e nel male, si rivelò determinante.

To those imprisoned in regimes held captive, to those beaten for daring to fight for freedom and democracy—for their right to worship, to speak, to live, and to prosper in the family of free nations—we say to you tonight: You are not alone, freedom fighters. America will support with moral and material assistance your right not just to fight and die for freedom but to fight and win freedom—to win freedom in Afghanistan, in Angola, in Cambodia, and in Nicaragua. This is a great moral challenge for the entire free world.
(Ronald Reagan, State of the Union Address, 4 febbraio 1986.)

Lo sviluppo della guerriglia afghana, sostenuta e foraggiata attivamente da Washington con armamenti e addestramento militare, anche e soprattutto sotto la presidenza di Ronald Reagan, fu decisiva per la “vittoria” contro le truppe sovietiche (il logoramento portò al ritiro del contingente militare sovietico nel 1989). Al contempo, però, complice l’abbandono statunitense del territorio appena liberato, portò negli anni seguenti all’affermazione dei talebani e all’entrata in scena di Al Qaedacon un ruolo decisivo giocato anche dal successore di Reagan alla Casa Bianca, ovvero il suo vice-Presidente (recentemente venuto a mancare) George H.W. Bush (1924-2018).

Fotoritratto del Segretario del Partito Comunista Romeno e Presidente della Repubblica Socialista di Romania, Nicolae Ceaușescu. Fonte: Romanian Communism Online Photo Collection/Wikimedia Commons

Nominato Presidente nel 1989, dopo la vittoria delle elezioni presidenziali, Bush senior proseguì le relazioni intavolate da Reagan con Gorbaciov (il 31 luglio 1991 vennero siglati gli accordi START I per la riduzione e la limitazione degli arsenali nucleari in dotazione ai due eserciti) in un anno che fu stravolgente per l’assetto stesso dell’Unione Sovietica e che de facto ne decretò la morte imminente.
Dal crollo del Muro di Berlino (9 novembre)
 alla “rivoluzione di velluto” guidata da Václav Havel in Cecoslovacchia, fino alle sollevazioni in Ungheria e Bulgaria e alla deposizione e la fucilazione (unico caso di deposizione violenta) del dittatore romeno Nicolae Ceaușescu, gli eventi vennero seguiti con profondo interesse da George H.W. Bush e ugualmente dal Segretario Gorbaciov, anche se per motivi diametralmente opposti: Gorbaciov, infatti, aveva totalmente perso il controllo della Nazione e tra il 1990 e il 1991 assistette alla disgregazione a catena di tutte le Repubbliche Socialiste Sovietiche divenute indipendenti e chiamate alle urne per la prima volta, dal dopoguerra, per libere elezioni.

Boris Eltsin. Fonte: Kremlin.ru / Wikimedia Commons

Nel 1991, il processo di disgregazione dell’Unione Sovietica coinvolse anche l’allora Repubblica Socialista Sovietica di Russia, che si autodichiarò sovrana slegandosi dal controllo dell’URSS e che nel mese di giugno indisse le prime elezioni presidenziali dirette della sua storia vinte dal candidato “indipendente” Boris Eltsin (1931-2007).
Ex-Presidente del Soviet Supremo della RSSR nonché acerrimo rivale di Gorbaciov per la corsa al potere, lo stesso Eltsin riuscì a sventare un tentato colpo di Stato (il “putsch di agosto”) organizzato da alcuni elementi di spicco del Partito Comunista sovietico per rovesciare Gorbaciov e restaurare la supremazia dell’ortodossia sovietica.

Utilizzando il fallito golpe (durato solo quarantotto ore) come arma politica contro Gorbaciov, nel dicembre 1991 Eltsin contribuì, da trionfatore e “garante” della stabilità nazionale, a decretare definitivamente la dissoluzione dell’Unione Sovietica con la firma dell’accordo di Minsk (stipulato l’8 dicembre, venne ratificato e confermato il 26 dicembre dal Soviet Supremo).
La neonata Federazione Russa, di cui Eltsin fu il primo Presidente dal 1991 al 1999, mise al bando il Partito Comunista, sequestrandone tutti i beni. Cominciò un processo di riforme strutturali di stampo liberale, con il supporto del Primo Ministro nonché economista Yegor Gaidar (1956-2009), che portarono a una gravissima crisi economica, politica e sociale in tutto il Paese (la capitale fu messa a ferro e fuoco per quasi due settimane).

In questo scenario, Eltsin sostituì Gorbaciov come referente nelle relazioni con gli Stati Uniti guidati da George H.W. Bush: nel 1993 i due leader stipularono i nuovi accordi START II (i quali, diversamente dai primi, non furono mai realmente effettivi in quanto ratificati dalla Duma russa solo nel 2000 e quindi interrotti pochi anni dopo da entrambi i Paesi) e la Russia venne gradualmente reinserita nel contesto internazionale.

Un fatto era allora certo, tanto per la politica statunitense quanto per l’analisi sia di una maggioranza degli studiosi di relazioni internazionali legati alla corrente del neorealismo politico (Robert Gilpin e Kenneth Waltz tra tutti, senza dimenticare Henry Kissinger come esponente della corrente classica), sia di figure legate ai neocon come Francis Fukuyama (sebbene si sia negli anni distanziato dal movimento neoconservatore): il lavoro dei due Presidenti aveva portato le democrazie occidentali, trainate dalla potenza statunitense, a infliggere un colpo senza precedenti al comunismo e a modificare radicalmente i rapporti di forza globali e il sistema di relazioni vigente fino a quel momento.

Prendendo nuovamente a riferimento le riflessioni di Niccolò Meta nell’elaborato Policlic.it segue ‘Le relazioni tra Russia e Occidente nell’area Baltica e nel Caucaso. A cento anni dalla fine della Grande Guerra’, è importante soffermarsi sul seguente passaggio per comprendere la portata simbolica che la fine della Guerra Fredda ebbe per gli Stati Uniti d’America:

Quando la bandiera dell’Unione Sovietica venne ammainata per l’ultima volta dal pennone del Cremlino, la sera del 25 dicembre 1991, molti credettero di essere testimoni di una svolta epocale dove il trionfo delle democrazie liberali avrebbe posto la parola fine a qualunque velleità egemonica per i sistemi ad esse alternativi. Per descrivere un simile clima di euforia e di genuina fiducia verso un futuro che mai come allora era apparso così radioso, il politologo statunitense Francis Fukuyama coniò un’espressione destinata col senno di poi a divenire iconica, quella di “fine della storia“. Nel nuovo assetto internazionale dominato dagli Stati Uniti d’America e dai suoi più stretti alleati non ci sarebbe più stato margine di autonomia per la neonata Federazione Russa, alle prese con il difficilissimo compito di muovere i primi passi lungo un percorso ad essa ignoto: quello democratico-capitalistico.
(Niccolò Meta, Alessio Marsili e Guglielmo Vinci, Policlic.it segue ‘Le relazioni tra Russia e Occidente nell’area Baltica e nel Caucaso. A cento anni dalla fine della Grande Guerra’, articolo pubblicato su Policlic.it il 1 maggio 2018)


L’esperienza di George H.W. Bush alla Casa Bianca non si limitò a mettere la parola “fine” alla Guerra Fredda con la dissolta Unione Sovietica, ma lo vide coinvolto in alcuni importanti eventi della storia contemporanea statunitense e internazionale e lasciò un segno quantomeno visibile nella politica “a stelle e strisce” per via delle campagne militari portate avanti durante la sua presidenza, alcune delle quali avrebbero visto una prosecuzione negli anni successivi.

Menzionare brevemente il cursus honorum di Bush senior è quantomeno interessante per comprendere le numerose vite da questi vissute: nato a Milton, Massachusetts nel 1924, rampollo di una famiglia aristocratica con laurea in economia presa all’Università di Yale, tenente pluridecorato durante la Seconda Guerra Mondiale, petroliere (una volta trasferitosi in Texas), agente diplomatico presso le Nazioni Unite, direttore della CIAlegato indissolubilmente alla tradizione politica repubblicana, Bush lavorò a stretto contatto con Ronald Reagan come suo vice-Presidente fino alla sua vittoria alla tornata elettorale.

Da Presidente degli Stati Uniti, George H.W. Bush si adoperò per intervenire militarmente in alcune aree “a rischio”. Sotto la sua presidenza, ad esempio, gli Stati Uniti d’America invasero Panama con l’operazione Just Cause (20 dicembre 1989 – 31 gennaio 1990) per rimuovere il Generale Manuel Noriega (1934-2017) e “ristabilire la democrazia” nel Paese centroamericano, il quale assumeva (ieri come oggi) una rilevante importanza in termini commerciali per via del suo canale che collega l’Oceano Atlantico a quello Pacifico. L’invasione statunitense di Panama venne compiuta rapidamente con risultati efficaci e il conflitto si risolse in poco più di un mese con la deposizione di Noriega, la fine della sua dittatura con il ripristino di un governo “democraticamente eletto” e lo scioglimento delle forze militari leali a Noriega.
Un piccolo dettaglio: il Generale Manuel Noriega fu un collaboratore attivo della CIA in territorio panamense e, dietro un lauto compenso, agì da tramite degli Stati Uniti per l’addestramento delle formazioni paramilitari anticomuniste a Panama, a El Salvador e in Nicaragua e per le attività di guerriglia contro i sandinisti nicaraguensi (oggetto, in seguito, dello scandalo Iran-Contras).

Noriega, in breve, è stato un “alleato” degli Stati Uniti nell’area dell’America centrale tanto quanto Ngô Đình Diệm lo fu in Vietnam per John Fitzgerald Kennedy negli anni Sessanta.
Un altro piccolo dettaglio: l’operazione militare statunitense ebbe luogo in totale spregio del diritto internazionale (ma la reazione delle Nazioni Unite si limitò a un nulla di fatto).

La presidenza di George H.W. Bush venne ricordata anche per l’avvio dell’intervento militare a guida di un contingente internazionale (Operazione Restore Hope) nella Somalia devastata dalla guerra civile dei primi anni Novanta.
Questa fase dell’intervento militare internazionale in Somalia avvenuta durante la presidenza Bush senior (le operazioni successive tra il 1993 ed il 1995 sarebbero state gestite dal suo successore Bill Clinton), venne in questo caso sostenuta giuridicamente dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e vide la partecipazione anche del nostro Paese, che inviò un numeroso contingente di truppe scelte tra i reparti d’elite delle nostre Forze Armate, come il 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”.

Fonte: INA (Iraqi News Agency) / Wikimedia Commons

Tuttavia, l’intervento militare per il quale George H. W. Bush è oggi principalmente ricordato è quello avvenuto in occasione della Prima Guerra del Golfo, contro l’Iraq del Presidente Saddam Hussein (1937-2006).
Il casus belli che portò al disimpegno di oltre settecentomila soldati statunitensi in Iraq fu l’invasione irachena del Kuwait, avvenuta tra il 2 e il 4 agosto 1990. Per l’Iraq, l’annessione del territorio kuwaitiano (mai riconosciuta dall’ONU) fu questione di due giorni, frutto della tattica di blitzkrieg che annientò sul nascere l’arsenale bellico avversario e permise all’esponente del Partito Ba’ath tanto di espandere il proprio territorio (e compiere una pulizia etnica nei sette mesi di occupazione che seguirono) quanto di poter mirare alle riserve petrolifere del Kuwait.
Le operazioni militari statunitensi che portarono alla Prima Guerra del Golfo (2 agosto 1990 – 28 febbraio 1991) rappresentarono un unicum nel diritto internazionale che avrebbe creato un precedente negli anni seguenti, in quanto gli Stati Uniti assunsero una posizione dominante nei confronti delle Nazioni Unite stesse. Queste ultime si trovarono costrette a delegare l’intervento militare già pianificato dai militari statunitensi con la risoluzione 678 del 29 novembre 1990, che di fatto legittimò la coalizione internazionale (che vide coinvolto anche il nostro Paese), riunitasi sotto la guida di Washington non, quindi, sotto l’egida dell’ONU.
L’intervento statunitense in Iraq, suddiviso nelle operazioni Desert Shield (dispiegamento del contingente) e Desert Storm (liberazione del Kuwait occupato e invasione dell’Iraq), fu anche il primo caso in cui i mezzi di comunicazione trasmisero in tempo reale le fasi dell’invasione, segnando una nuova fase della spettacolarizzazione mediatica della guerra dopo i reportage d’inchiesta “in differita” di Walter Kronkite negli anni del Vietnam: la guerra entrava di prepotenza nelle televisioni di milioni di cittadini in tutto il mondo.

Nel giro di quasi sette mesi, le forze della coalizione sconfissero l’esercito di Saddam Hussein. Tra i vinti si contarono 25.000-50.000 morti e più di 75.000 feriti (da menzionare i bombardamenti a tappeto della coalizione lungo la cosiddetta “autostrada della morte”), mentre la coalizione ebbe quasi trecento perdite, da dividersi equamente tra uccisioni nemiche e perdite dovute a fuoco amico. Negli anni successivi al conflitto, tuttavia, le truppe angloamericane dovettero fare i conti con un altro nemico: la sindrome del Golfo, una patologia invalidante che colpì la maggioranza dei soldati impiegati sul fronte iracheno e le cui cause vennero ricondotte a vari fattori spesso combinati tra loro, come l’utilizzo e l’esposizione al gas nervino sarin, la sindrome da stress post-traumatico e soprattutto l’utilizzo di munizioni contenenti uranio impoverito.

Il secondo “piccolo” dettaglio che lega Saddam a figure menzionate in precedenza come Noriega e Ngô Đình Diệm: Saddam Hussein venne sovvenzionato e sostenuto dagli Stati Uniti d’America.
Durante la sanguinosa guerra che vide contrapposti per otto anni l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran degli ayatollah (1980-1988), la scelta degli Stati Uniti d’America, sotto la presidenza di Ronald Reagan, fu quella di sostenere Saddam Hussein in chiave anti-iraniana. Nell’immaginario collettivo statunitense del tempo, infatti, era ancora viva l’umiliazione della “crisi degli ostaggi” di Teheran, risolta de facto proprio dal neo-eletto Presidente Reagan. Tra il 19 ed il 20 dicembre 1983, nel pieno del conflitto Iran-Iraq, Saddam Hussein accolse a Baghdad una delegazione statunitense guidata dall’inviato speciale del presidente Reagan, Donald Rumsfeld (ebbe un forte impatto il filmato nel quale il delegato e il presidente iracheno si strinsero la mano). Fu il primo di una serie di incontri che avvennero in seguito tra il 1983 ed il 1984 e che portarono al ripristino delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti ed Iraq (dopo che erano state interrotte dopo la Guerra dei sei giorni in Israele). Il sostegno statunitense venne dimostrato mediante il sostegno economico e l’invio di supporto logistico per le strutture irachene, l’addestramento militare delle truppe irachene, documenti di intelligence ma anche derrate agricole.

Ma non fu tutto. Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, le attività di sostegno all’Iraq di Saddam da parte dell’amministrazione Reagan-Bush furono oggetto di un omonimo scandalo che nel 1995 ebbe un grande risalto mediatico negli Stati Uniti. Un processo parallelo vide coinvolta la Teledyne Industries Inc., un’importante azienda statunitense accusata di cospirazione, falsa testimonianza e della violazione di alcune norme federali sull’esportazione di armamenti per la vendita, tramite il trafficante d’armi cileno Carlos Cardoen, di centotrenta tonnellate di zirconio (metallo necessario per l’assemblaggio di bombe a grappolo) all’Iraq di Saddam Hussein.
Nell’ambito del caso Teledyne (che vide la condanna di un suo dipendente e il pagamento di una multa da quasi tredici milioni di dollari), il 31 gennaio 1995 l’ex ufficiale della National Security Agency (NSA) Howard Teicher rilasciò una dichiarazione giurata, presso la corte distrettuale dello Stato della Florida, nella quale testimoniò l’operato della sua agenzia tra il 1982 ed il 1987, in piena presidenza Reagan-Bush mentre era responsabile degli affari politico-militari.

Nella dichiarazione, uno dei pochi documenti ancora oggi a essere fuoriusciti dal segreto di stato ordinato durante l’amministrazione Clinton, Teicher accusava l’allora direttore della CIA William Casey (1913-1987) di “aver autorizzato, approvato e sostenuto” l’operato di Carlos Cardoen e che a suo dire le bombe a grappolo “erano un perfetto moltiplicatore di forze che avrebbe permesso agli iracheni di difendersi dalle ondate di soldati iraniani”. Inoltre, veniva puntato il dito contro la presidenza Reagan per aver avallato, negli anni del conflitto iracheno contro l’Iran, l’apertura di ingenti linee di credito e l’invio di fondi per miliardi di dollari a Baghdad con un proprio ordine esecutivo (National Security Directive Decision, NSDD). L’affidavit suscitò, nel breve periodo, l’attenzione giornalistica nelle testate nazionali come il New York Times e l’indignazione della classe politica (Bill Clinton, che dietro la promessa dell’istituzione di una commissione d’inchiesta, secretò in seguito tutti i documenti) ma al giorno d’oggi è uno degli scandali che è stato maggiormente insabbiato.

Curiosa rimane quindi questa intricata serie di storie che legano Saddam Hussein agli Stati Uniti di George H.W. Bush, considerando come molti anni più tardi fu proprio quel Donald Rumsfeld che incontrò il dittatore iracheno nell’83 a divenire negli anni Duemila, in qualità di nuovo Segretario della Difesa statunitense, uno dei più grandi sostenitori dell’intervento di Washington nella Seconda Guerra del Golfo (2003) assieme al vice-Presidente (nonché ex Segretario della Difesa durante la presidenza Bush Sr.) Dick Cheney.
“Il caso volle
che il Presidente degli Stati Uniti d’America quell’anno non fosse altri se non suo figlio, George W. Bush. Quando si parla di “corsi e ricorsi storici”.




“In a new era of peril and opportunity, our overriding purpose must be to expand and strengthen the world’s community of market-based democracies. During the Cold War, we sought to contain a threat to survival of free institutions. Now we seek to enlarge the circle of nations that live under those free institutions, for our dream is of a day when the opinions and energies of every person in the world will be given full expression in a world of thriving democracies that cooperate with each other and live in peace.”
(Bill Clinton, Intervento alla 48sima sessione dell’Assemblea Generale ONU a New York, 27 settembre 1993. Citato in Henry Kissinger, Diplomacy)

Se la politica estera di Bush Sr., volente o nolente, riuscì a lasciare il segno nel panorama internazionale, nei quattro anni del suo mandato presidenziale egli venne visto dalla popolazione statunitense come colui che aveva distrutto il sogno di Reagan. La crisi economica che coinvolse la Nazione durante gli anni Novanta lo portò a perdere le elezioni presidenziali del 1992 a discapito del candidato proveniente dal Partito Democratico, il cinquantaseienne governatore dello stato dell’Arkansas Bill Clinton.

Sotto la presidenza democratica di Clinton, durata otto anni, gli Stati Uniti d’America si trovarono coinvolti in vari scenari internazionali e l’operato del Presidente fu caratterizzato dal raggiungimento di alcuni importanti risultati come la firma del North American Free Trade Agreement (NAFTA), grazie al quale il 1 gennaio 1994 nacque un mercato libero da barriere tariffarie e dazi doganali tra gli Stati Uniti, il Canada e il Messico.
Lo stesso trattato è stato oggetto, tra il settembre e il novembre 2018, di una sostanziale revisione con gli stessi paesi firmatari, revisione che ha visto la nascita di un nuovo accordo, denominato United States–Mexico–Canada Agreement (USMCA).
Fortemente voluto dall’attuale Presidente statunitense Donald Trump, il nuovo accordo stipulato e firmato dai tre paesi (ma che deve ancora essere sottoposto al voto del Congresso statunitense) è stato organizzato per rinegoziare i termini dell’accordo precedente e per renderlo più equo tanto per gli Stati Uniti d’America (per Trump “l’accordo ha risolto molte carenze ed errori del NAFTA”) quanto per i suoi partner nell’area americana, per porsi in maggior competizione con il resto del mondo.

Un ulteriore obiettivo raggiunto da Bill Clinton durante la sua presidenza riguardò la questione israelo-palestinese. Si adoperò, infatti, per mediare e assumere un ruolo attivo nelle trattative che vedevano coinvolte le rappresentanze israelo-palestinesi e che culminarono con la stipula degli Accordi di Oslo nell’agosto di quell’anno, documenti che vennero successivamente celebrati con una cerimonia solenne presso la Casa Bianca il 13 settembre 1993.

Washington D.C, 13 settembre 1993. La stretta di mano tra il Primo Ministro israeliano Gen. Yitzhak Rabin e il Presidente dell’OLP Yasser Arafat, mediata dal Presidente statunitense Bill Clinton, sancisce la firma degli Accordi di Oslo. Fonte: Israel Defense Forces /Flickr

Gli Accordi di Oslo avrebbero dovuto rappresentare un nuovo passo in avanti nel dialogo tra Israele e i Paesi arabi (in particolar modo la Palestina) dopo gli Accordi di Camp David sotto la presidenza di Jimmy Carter, ma nell’atto pratico portarono a risultati ben al di sotto delle aspettative e oggetto di critiche da entrambi i fronti.
Soprattutto, l’apertura al dialogo con la Palestina da parte del Primo Ministro Yitzhak Rabin portò alla sua morte per mano del colono estremista Yigal Amir (4 novembre 1995). In riferimento al contenuto degli Accordi di Oslo e al ruolo che giocarono gli Stati Uniti nelle trattative è stato e continua ad essere oggetto di discussione nel mondo accademico e nella politica, con posizioni alle volte molto distanti e critiche al riguardo, come quella di Noam Chomsky che, nel saggio Gaza In Crisis – Reflections on Israel’s war against the Palestinians (2010), redatto a quattro mani con lo storico israeliano Ilan Pappè, diede un resoconto durissimo.

The Oslo Accord, although it began in a similar way—namely with minimal American involvement—did become an American show. In fact, for the troubled President Clinton, it was the only show in town. And, at first, it looked likely to work, since the Israelis and the Americans found a Palestinian leader who was willing to succumb to pressure, so completing the process: a plan for peace conceived in the Israeli peace camp, dictated to and accepted by the Palestinians.
(Noam Chomsky e Ilan Pappè, Gaza In Crisis – Reflections on Israel’s war against the Palestinians, 2010)

I successivi incontri a tre tra Stati Uniti, Israele e Palestina presso Taba (1995) e Camp David (2000) si risolsero ugualmente in un nulla di fatto, con il Presidente Arafat che abbandonò furioso il tavolo dei negoziati a Taba per fare ritorno in Palestina. Pochi anni dopo, nel contesto di un’azione provocatoria compiuta nel 2000 dall’allora Primo Ministro Ariel Sharon, i palestinesi avrebbero dato inizio alla cosiddetta “seconda intifada” (28 settembre 2000).

Il Presidente Bill Clinton con il Presidente serbo Slobodan Milosevic in un incontro presso la residenza dell’ambasciatore statunitense a Parigi del 14 dicembre 1995.
Fonte: Central Intelligence Agency/Flickr

In Europa il Presidente Clinton si ritrovò ad assistere all’escalation bellica lungo l’area balcanica: tra il 1991 ed il 2001 ebbero luogo tre conflitti che videro contrapporsi quattro nazioni tornate indipendenti dalle ceneri della dissolta Jugoslavia comunista.
Nei sanguinosi conflitti che si susseguirono tra Croazia, Bosnia-Erzegovina e Serbia, emerse la figura del Presidente serbo Slobodan Milosevic (1941-2006), il quale andò allo scontro armato contro le truppe croate e bosniache (in Bosnia-Erzegovina ebbe luogo una vera e propria pulizia etnica) per il sogno di restaurare una “Grande Serbia” etnicamente omogenea in tutta la sua estensione territoriale, per poi volgere lo sguardo e le proprie mire da neo-presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia al Kosovo, che venne invaso dai soldati serbo-jugoslavi nel febbraio 1998.
Se nel conflitto in Bosnia-Erzegovina l’intervento internazionale venne deciso con colpevole ritardo rispetto alle forze in campo, il Presidente Clinton si volle assicurare di non doversi ritrovare ad assistere a una riedizione degli eventi svoltisi pochi anni prima.

Our mission is clear: to demonstrate the seriousness of NATO’s purpose so that the Serbian leaders understand the imperative of reversing course, to deter an even bloodier offensive against innocent civilians in Kosovo and, if necessary, to seriously damage the Serbian military’s capacity to harm the people of Kosovo.
In short, if President Milosevic will not make peace, we will limit his ability to make war.
(Bill Clinton, Address to the Nation on Airstrikes Against Serbian Targets in the Federal Republic of Yugoslavia, 24 marzo 1999)

L’impiego di un contingente militare della coalizione NATO per un attacco aereo, da parte degli Stati Uniti d’America, portò allo sblocco dell’impasse diplomatico sorto nelle Nazioni Unite, dove il Consiglio di Sicurezza aveva bloccato la possibilità di un intervento militare in un territorio sovrano (in questo caso, la Serbia di Milosevic) per redimere la questione grazie al veto di Russia e Cina.
Anche in questo caso, la presa di posizione statunitense, che giustificò l’intervento come necessario per il suo carattere “umanitario”, andò in netto contrasto e violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU che nei mesi precedenti erano state approvate nei confronti della Serbia-Jugoslavia: le Nazioni Unite si ritrovarono nuovamente a essere subordinate dall’intervento di Washington.
L’intervento della NATO con l’operazione Allied Force durò dal 24 marzo fino al 10 giugno 1999 e si tramutò in un bombardamento quotidiano dell’area serbo-kosovara  che causò numerose vittime civili. Alle attività militari partecipò attivamente anche il nostro Paese durante il governo di Massimo D’Alema, che mise a disposizione lo spazio aereo italiano e dei cacciabombardieri. La guerra del Kosovo, che vide nuovamente l’utilizzo di munizioni contenenti uranio impoverito da parte delle forze NATO, si concluse con il ritiro delle truppe jugoslave dal Kosovo e l’arrivo della Kosovo Force (KFOR), contingente militare della NATO inviato su mandato delle Nazioni Unite per stabilizzare l’area che ancora oggi è ancora presente sul territorio, autoproclamatosi indipendente dal febbraio del 2008. Una menzione purtroppo infelice da aggiungere: come in Iraq e successivamente in Somalia, anche il Kosovo fu portatore di morte negli anni successivi alla guerra. In particolar modo, nel corso degli anni le nostre Forze Armate hanno visto la morte di numerosi soldati che presero parte alla missione NATO in Kosovo e le cause della morte (tumori, leucemia) rimandano nella quasi totalità dei casi alla stessa sentenza: esposizione all’uranio impoverito.

Come poc’anzi menzionato, la Somalia fu per Clinton un nuovo teatro di scontri dove il contingente internazionale delle Nazioni Unite, già presente in loco dal 1992 con la missione UNITAF, si ritrovò ad affrontare un’escalation della guerra civile che da anni stava attraversando il Paese. Per gli Stati Uniti d’America, la battaglia più dura della guerra in Somalia fu certamente la battaglia di Mogadiscio (3-4 ottobre 1993), dove i guerriglieri somali costrinsero a un durissimo scontro i reparti dei Marines, i quali vinsero ma a caro prezzo (diciannove soldati statunitensi morti). Anche l’Esercito italiano venne messo a dura prova nella battaglia del Checkpoint Pasta (2 Luglio 1993), in cui i soldati dei reparti scelti italiani, circondati dal fuoco dei guerriglieri somali, diedero prova di indomito coraggio.


Guglielmo Vinci per www.policlic.it

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