La Chiesa cattolica tra sogno europeo e nazionalismo sciovinista

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Istituzioni europee, stati nazionali e radici cristiane

Le imminenti elezioni europee rappresentano un interessante banco di prova anche per il Vaticano. La maggioranza degli elettori europei, che come è noto professa la fede cristiano-cattolica, dovrà dimostrare di essere leale o meno alla linea del Pontefice, soprattutto nelle materie riguardanti l’integrazione, il dialogo e la solidarietà.

Nel presente articolo si cercherà di ripercorrere la posizione della Chiesa cattolica nei confronti dell’Istituzione Europea nelle sue diverse fasi di sviluppo. Si cercherà, inoltre, di comprendere se la posizione dell’attuale pontefice sia in netta continuità con quella dei suoi predecessori nella ricerca di un’Europa democratica, perfettamente integrata e attenta a conservare le diversità culturali di ogni Stato membro.

Chiesa cattolica e genesi dell’Europa unita

Il processo di unificazione dell’Europa, iniziato al termine del secondo conflitto mondiale, ha da sempre interessato la cristianità, nello specifico quella di fede cattolica. Dal 1951 (anno del Trattato di Parigi costitutivo della CECA) fino ad oggi si sono succeduti sette pontefici e ognuno di essi ha prestato attenzione ai mutamenti che il vecchio continente ha presentato in materia di economia, politica e cultura.

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Il primo papa a doversi confrontare con una realtà europea più articolata, interdipendente e bipolare fu Pio XII, al secolo Eugenio Maria Pacelli, pontefice dal 1939 al 1958. Protagonista di spicco della Chiesa cattolica in ambedue i conflitti mondiali (il primo come ministro degli esteri di Pio XI e come nunzio apostolico a Monaco Di Baviera, il secondo come papa), Pacelli era convinto che per evitare gli scempi causati dalle guerre del ‘900, si dovesse dar vita a una struttura sovranazionale europea. Questa nuova creatura, poi, avrebbe dovuto interporsi tra i due blocchi che polarizzavano relazioni internazionali del tempo, ovvero gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, al fine di evitare una nuova stagione di conflitti e di tensioni.

Così, nel novembre del 1948, in occasione del “II Congresso internazionale per dar vita all’Unione Federale Europea”, Pio XII pronunciò le seguenti parole:

Che il ristabilimento di una Unione europea presenti serie difficoltà, nessuno lo ignora. A bella prima si potrebbe far valere il bisogno, per renderla psicologicamente sopportabile a tutti i popoli d’Europa, di qualche cosa che allontani da essi il ricordo degli avvenimenti della recente guerra. Però non c’è tempo da perdere. E se si vuole che questa Unione raggiunga il suo scopo, se si vuole che essa serva utilmente la causa della libertà e della concordia europea, la causa della pace economica e politica intercontinentale, è ormai tempo che si faccia. Anzi alcuni si domandano se non sia già troppo tardi.

Pio XII, però, fu profeta nell’individuare all’epoca alcune delle cause che ancora oggi ostacolano il processo di unificazione: il retaggio storico e la forte identità culturale che ogni singola nazione europea custodisce gelosamente. Nello stesso discorso, tenuto al congresso di Roma del 1948, si possono leggere queste lucide e fatidiche parole:

Le grandi nazioni del continente, dalla lunga storia piena di ricordi di gloria e di potenza, possono causare l’insuccesso della formazione di una Unione europea, esposte come sono, se non usano cautela, a misurare sé stesse alla scala del loro passato piuttosto che a quella delle realtà del presente e delle previsioni dell’avvenire. È giusto esigere da esse che sappiano fare astrazione dalla loro grandezza di altri tempi, per allinearsi su una unità politica ed economica superiore. Esse lo faranno tanto più volentieri in quanto non si costringeranno per una esagerata sollecitudine d’uniformità, ad una uguaglianza forzata, ed il rispetto dei caratteri culturali di ciascuno dei popoli, provocherà, per la loro armoniosa varietà, una unione più facile e più stabile.

Infine, fu sempre il Pastor Angelicus a individuare nella religione cristiana il collante in grado di saldare le nazioni e garantire la pace perpetua. Nasceva così l’idea di un’Europa fondata sulla comune eredità di civiltà cristiana, che, ancora oggi, è argomento di accesi dibattiti nelle istituzioni e nelle pubbliche piazze.

Il secondo Pontefice a interfacciarsi con il processo di pacificazione del Vecchio Continente fu Giovanni XXIII, al secolo Giuseppe Roncalli, vescovo di Roma dal 1958 al 1963. Di quest’ultimo non si rintracciano discorsi riguardanti le neonate istituzioni europee, ma si registra una profonda attenzione al processo di riunificazione dei due blocchi politici che alimentavano la guerra fredda. Non a caso proprio sotto il pontificato di Roncalli si mise in moto un’importante azione diplomatica finalizzata alla ricucitura dei rapporti tra est e ovest in un’Europa ancora divisa dalla cortina di ferro. Passata alla storia con il nome di Ostpolitik vaticana, questa strategia rappresentò solo il primo di tanti traguardi politici e culturali che portarono alla caduta del muro di Berlino e all’unificazione della Germania, aggiungendo un tassello importante al processo di integrazione europeo.

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Nel 1963 si giunse finalmente al pontificato di Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini, papa fino al 1978. Il magistero di Montini fu caratterizzato da una grande apertura della Chiesa cattolica al mondo intero, ma anche da un “fervore laico” che iniziò a minare le basi di una Europa dalle fondamenta cristiane. Gli anni Settanta, infatti, si ricordano per le grandi battaglie, quali l’aborto e il divorzio, portate avanti dalla società civile in più Stati europei. Preoccupato per il lento ma inesorabile sgretolarsi dei capisaldi del cristianesimo nella nuova Europa, il Pontefice ritornò sui passi di un suo illustre predecessore, Pio XII. Quest’ultimo, già nel 1947, aveva eretto San Benedetto Abate al titolo di “Padre dell’Europa”, sottolineandone le radici cristiane e i valori evangelici. Così, attraverso la lettera apostolica Pacis Nuntius del 1964, Paolo VI consacrò il vecchio continente alla perpetua memoria di San Benedetto, patrono principale dell’intera Europa:

Messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo e fondatore della vita monastica in Occidente: questi i giusti titoli della esaltazione di san Benedetto Abate […] Con la croce, cioè con la legge di Cristo, diede consistenza e sviluppo agli ordinamenti della vita pubblica e privata. A tal fine va ricordato che egli insegnò all’umanità il primato del culto divino per mezzo dell’«opus Dei», ossia della preghiera liturgica e rituale. Fu così che egli cementò quell’unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire l’unico popolo di Dio; unità che, grazie allo sforzo costante di quei monaci che si misero al seguito di sì insigne maestro, divenne la caratteristica distintiva del Medio Evo.

Rievocando i fatti del recente passato, quindi, il Pontefice cercò di ridare all’Europa una connotazione religiosa e un’identità Cristiana (altri tentativi in questo senso verranno presentati successivamente da GPII, Ratzinger e Francesco). Come ricorda lo storico Andrea Riccardi, però, l’attenzione di Montini nei confronti dell’Europa aveva radici lontane. Già nei primi anni del governo De Gasperi, l’allora Mons. Montini si spese molto per la politica europeista sostenendo con fervore lo sforzo dei democratici europei in favore dell’unificazione del continente. Sempre secondo Riccardi, il prelato di Brescia “intese il Piano Schuman come lo strumento adatto per permettere il riavvicinamento franco-tedesco ed eliminare una delle principali cause di conflitto in Europa”. Sostenne quindi con forza l’adesione dell’Italia alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) e la nascita di una “piccola” Europa, composta da sei nazioni e prevalentemente cattolica.

Nella visione del futuro Paolo VI, dunque, solo un’Europa federalista e cristiana avrebbe potuto assicurare la pace e vincere i nazionalismi. Espresse parere favorevole addirittura sul progetto di una Comunità europea di difesa (CED). Quest’ultima, infatti, avrebbe favorito una struttura federalista e permesso la nascita di un blocco di Stati europei in grado di contrapporsi militarmente al dichiarato espansionismo di matrice comunista. Quando la Francia rigettò questo progetto non ratificando la CED, lo stesso Montini poté certificare che i timori di Pio XII avevano solide fondamenta: gli stati europei non erano pronti a cedere sovranità politica e militare a organi e istituzioni sovranazionali. Iniziò così la lotta a quello che lo stesso Paolo VI definì “nazionalismo sciovinista”.

Al fine di evitare questa deriva nazionalista, una volta eletto al soglio pontificio, Montini tentò di rilanciare il sogno europeo partendo dalle nuove generazioni, poiché non memori degli antagonismi che avevano flagellato il vecchio continente in tutto il XX secolo. Nel settembre del 1965, con un discorso tenuto al congresso nazionale di “Giovane Europa”, il Papa ricordò ai ragazzi lì convenuti che l’Europa non doveva essere il frutto di una creazione artificiale, né tantomeno un risultato tecnico ottenuto dalle forze politiche ed economiche, bensì doveva generarsi come un “frutto di persuasione e di amore” tra gli Stati interessati. Solo queste premesse avrebbero evitato una deriva tecnocratica e una omogeneizzazione delle culture di ogni Stato membro. Oggi, a distanza di mezzo secolo, possiamo vedere realizzati i timori di Paolo VI, che, già nel 1965, allertava così gli Stati membri:

[…] l’unione in campo economico quale finora si sta perseguendo, costituisce certamente una base insostituibile, non impegna però che una parte degli sforzi che si devono compiere per arrivare ad una unione piena ed operante. Questa suppone la diffusione di una atmosfera serena e cordiale nei reciproci rapporti, improntata ad un vivo senso di giustizia, di comprensione, di lealtà, di rispetto e specialmente di amore fraterno. Solo così si darà all’idea dell’Europa unita la sua ricchezza spirituale e la sua forza morale, e si accetteranno consapevolmente tutte le conseguenze pratiche ed onerose che questa unione comporta, superando la tentazione di raccogliere solo i benefici senza addossarsi anche i rischi della solidarietà, di cedere a sentimenti egoistici e di mortificare le peculiarità culturali di ciascun popolo, le quali devono essere invece rispettate ed avvalorate, perché ogni cultura è apportatrice di valori originali, e tutte quindi dovranno arricchire il patrimonio comune della Europa unita.

Infine, durante il suo pontificato, precisamente nel 1971, nacque anche una “Europa Ecclesiale”. I presidenti delle diverse conferenze episcopali operanti negli stati membri, infatti, decisero di dar vita al “Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa” (CCEE). Quest’ultimo, con sede a San Gallo (Svizzera), diffuse in maniera capillare tra gli Stati membri la dottrina sociale della Chiesa, superando le barriere politiche innalzatesi tra le nazioni europee per via del contesto politico internazionale (guerra fredda).

I papi del nuovo Millennio e la svolta democratica europea

Giovanni Paolo II

Prima volta di un Pontefice al Parlamento Europeo, 1988.
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Giovanni Paolo II, nel primo intervento di un papa al Parlamento europeo datato 11 ottobre 1988, esordiva dicendo: “sin dalla fine dell’ultima guerra mondiale, la Santa Sede non ha mai smesso di incoraggiare la costruzione dell’Europa”. L’attenzione della Chiesa cattolica per il processo di integrazione europea, infatti, non ha mai registrato cali di tensione. In quell’occasione, inoltre, il papa polacco si complimentava per il grande slancio democratico compiuto nel 1979, anno della prima elezione del Parlamento europeo a suffragio diretto e universale. Proprio attraverso questa nuova istituzione parlamentare europea si poteva dar vita a “una comunità democratica del Paese, desiderosa di integrare più fortemente la sua economia, di armonizzare in molti punti la sua legislazione e di offrire a tutti i suoi cittadini uno spazio unico di libertà in una prospettiva di mutua cooperazione e arricchimento culturale”.

In vista dell’entrata in vigore del “mercato unico europeo” (1992), poi, lo stesso Pontefice si diceva convinto che la creazione di una struttura politica comune avrebbe permesso la libera associazione di tutti i popoli e la messa in comune delle molteplici ricchezze delle loro diversità. Anche Giovanni Paolo II, quindi, sosteneva l’importanza di un’Europa unita, solidale e democratica, ma allo stesso tempo capace di tutelare la ricchezza delle diverse culture e tradizioni del continente. Si anticipava di otto anni quello che sarebbe stato il principio cardine dell’Unione Europea: “Unità nella diversità.

Rileggendo il magistrale intervento di Giovanni Paolo II al Parlamento europeo del 1988, poi, sembra di imbattersi nel pensiero dell’attuale Vescovo di Roma, soprattutto in materia di ambiente, immigrazione e solidarietà:

Concludendo, enuncerò tre campi in cui mi sembra che l’Europa unita di domani, aperta verso l’Est del continente, generosa verso l’altro emisfero, dovrebbe riprendere un ruolo di faro nella civilizzazione mondiale: – Innanzitutto, riconciliare l’uomo con la creazione, vegliando sulla preservazione dell’integrità della natura, della sua fauna e della sua flora, della sua aria e dei suoi fiumi, dei suoi sottili equilibri, delle sue risorse limitate, della sua beltà che loda la gloria del Creatore. – Poi, riconciliare l’uomo con i suoi simili, accettandosi gli uni gli altri quali europei di diverse tradizioni culturali o correnti di pensiero, accogliendo gli stranieri e i rifugiati, aprendosi alle ricchezze spirituali dei popoli degli altri continenti. – Infine, riconciliare l’uomo con sé stesso: sì, lavorare per la ricostruzione di una visione integrale e completa dell’uomo e del mondo, contro le culture del sospetto e della disumanizzazione, una visione in cui la scienza, la capacità tecnica e l’arte non escludono ma suscitano la fede in Dio.

Per ciò che riguarda l’affermazione delle comuni radici cristiane all’interno dei trattati istitutivi dell’Unione, la Chiesa di Giovanni Paolo II registrò una cocente sconfitta. Il lungo processo che portò alla stesura e alla pubblicazione della prima versione della Carta di Nizza (7 dicembre 2000) scatenò un infervorato dibattito di natura politico-religiosa. Da una parte si schierarono i sostenitori di un’Europa cristiana, determinati a imprimere nero su bianco le radici dell’Europa nel preambolo del trattato, dall’altra parte i laici determinati a ribadire solo la libertà di culto e religione in senso lato. Questi ultimi ebbero la meglio e il cristianesimo non figurò tra i valori fondanti di una nuova Europa.

Benedetto XVI e le Radici cristiane dell’Europa

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Proprio durante queste dispute riguardanti il riconoscimento formale e sostanziale di un’Europa cristiana nei trattati europei, iniziava il pontificato di Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, papa dal 2005 al 2013. Le forti tensioni ideologiche e politico-religiose che animavano il dibattito in seno al Parlamento europeo tennero il Pontefice lontano dai palazzi di Strasburgo e Bruxelles. A differenza del suo predecessore, quindi, Ratzinger non poté recarsi nel cuore pulsante di un’Europa unita (arrivata a contare 27 Paesi membri) per tutelare i “diritti” dei cattolici europei sensibili alla causa religiosa.

La posizione di Benedetto XVI in merito al processo di integrazione europea non è stata mai realmente palesata o specificata dallo stesso. Si registrano, invece, numerosi discorsi e riferimenti alle radici cristiane dell’Europa. In occasione del 50° anniversario del Trattato di Roma (2007), infatti, il Pontefice poteva esprimere tutto il Suo rammarico in riferimento al “tradimento” messo in atto dalle nuove istituzioni e dal nuovo “ordine morale” dell’UE:

Da tutto ciò emerge chiaramente che non si può pensare di edificare un’autentica “casa comune” europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta infatti di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio come “fermento” di civiltà. Se, in occasione del 50mo dei Trattati di Roma, i Governi dell’Unione desiderano “avvicinarsi” ai loro cittadini, come potrebbero escludere un elemento essenziale dell’identità europea qual è il Cristianesimo, in cui una vasta maggioranza di loro continua ad identificarsi? Non è motivo di sorpresa che l’Europa odierna, mentre ambisce di porsi come una comunità di valori, sembri sempre più spesso contestare che ci siano valori universali ed assoluti? Questa singolare forma di “apostasia” da sé stessa, prima ancora che da Dio, non la induce forse a dubitare della sua stessa identità? Si finisce in questo modo per diffondere la convinzione che la “ponderazione dei beni” sia l’unica via per il discernimento morale e che il bene comune sia sinonimo di compromesso. In realtà, se il compromesso può costituire un legittimo bilanciamento di interessi particolari diversi, si trasforma in male comune ogniqualvolta comporti accordi lesivi della natura dell’uomo.

Secondo quanto sostenuto da Benedetto XVI, il Vecchio Continente non si riconosce più nella cultura che ha ispirato l’Europa. Quest’ultima si trova a vivere uno stato patologico che favorisce l’apprendimento di valori esterni all’Occidente, ma dimentica la propria storia. Quella raccontata da Ratzinger, infatti, è un’Europa senza anima, che, per sopravvivere, “ha bisogno di una nuova accettazione di sé stessa”. La multiculturalità che le nuove istituzioni europee favoriscono e professano è principalmente “abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie”.

Nel pensiero di Ratzinger, quindi, si riconosce l’esigenza di creare una Comune Casa Europea, ma se ne rimette in discussione il metodo utilizzato. Le complesse sfide che l’Europa si ritrova ad affrontare, riconducibili alla crescita e all’integrazione europea, non possono non partire da un’ispirazione all’eredità cristiana, che ha contribuito considerevolmente a forgiare l’identità del Vecchio Continente.

Francesco e la crisi dell’Europa

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

Con queste parole, nel maggio 2016, il nuovo Pontefice si rivolgeva agli eurodeputati riuniti a Strasburgo per assistere al suo intervento. Già allora si registrava un’Europa “Stanca e invecchiata”, orfana della sua capacità generatrice e creatrice.

Assistendo alle spinte nazionalistiche e al ritorno di politiche egemoniche poste in essere da molti Stati europei, il Papa rilancia l’idea di una visione cooperativa delle relazioni internazionali, una visione in grado di riqualificare le relazioni multilaterali in contrapposizione alla costruzione di muri e di barriere che portano gli Stati ad essere sempre più isolati, anche su materie che riguardano l’interesse universale.

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Se è vero, però, che la “multilateralità” viene indicata come la soluzione in grado di “combattere la logica della vendetta, quella del dominio, della sopraffazione e del conflitto”, è altrettanto vero che questa formula finora non ha funzionato come avrebbe dovuto, tanto da favorire la nascita di alcuni gruppi di pressione che hanno imposto visioni e idee non rispettose delle culture dei popoli interessati. In un recente intervento, tenuto presso l’Accademia Pontificia della Scienze Sociali, il Pontefice ha espresso chiaramente la sua posizione su questi gruppi di interesse, ritenuti colpevoli di snaturare il valore stesso delle relazioni multilaterali:

Certo, bisogna che tali organismi [le istituzioni sovranazionali, n.d.r.] assicurino che gli Stati siano effettivamente rappresentati, a pari diritti e doveri, onde evitare la crescente egemonia di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, nonché nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, degli usi e dei costumi, della dignità e della sensibilità dei popoli interessati. L’emergere di tali tendenze sta indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una scarsa credibilità nella politica internazionale e di una progressiva emarginazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni.

Anche se non in modo diretto, si può leggere in questo passo del discorso un ammonimento all’Europa delle burocrazie e dello “zero virgola”. Ma allo stesso modo si può comprendere come il Pontefice conosca bene il concetto di Patria in tutte le sue declinazioni positive: tradizioni, religione, usi e costumi, lingue, abitudini alimentarie e tendenze artistiche. Ciò che deve far riflettere, però, è la possibilità concreta che queste peculiarità culturali diano luogo a una forma di “nazionalismo conflittuale” che innalza muri e genera odio, razzismo e antisemitismo.

Per ciò che concerne il processo di un’integrazione europea fondata sul cristianesimo, invece, è importante sottolineare la nazionalità di origine dell’attuale Pontefice. Provenendo da uno Stato geograficamente collocato alla “fine del mondo”, Bergoglio non si si inserisce direttamente nel dibattito relativo all’eredità cristiana dell’Europa. A differenza di Ratzinger, quindi, non si inscrive a pieno titolo nelle dinamiche identitarie che tanto animano il dibattito interno agli Stati europei. Per il Papa, infatti, le radici europee sono molteplici, e tra queste certamente vi è quella legata al cristianesimo. Ma il Suo timore è che quest’ultimo venga strumentalizzato o utilizzato in modo “trionfalistico o vendicativo”, divenendo così una nuova forma di colonialismo.

Ispirandosi a Erich Przywara, un noto teologo gesuita, Francesco sottolinea che “l’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita”. Più che sulla certificazione delle radici cristiane del Vecchio Continente, il Pontefice si concentra dunque sul servizio continuo e costante che la Chiesa cattolica può offrire a questa Europa. Servizio, questo, da intendersi non come minaccia alla laicità degli Stati o ingerenza nei processi decisionali delle istituzioni europee, bensì un arricchimento che rafforza gli ideali comuni alla Chiesa e alle istituzioni promotrici del processo di integrazione europea, quali la pace, la sussidiarietà, la solidarietà reciproca e un umanesimo fondato sul rispetto della dignità della persona.

Conclusioni

Il Mondo contemporaneo, più articolato, interdipendente e globale, ha sottratto all’Europa e ai suoi Stati membri il ruolo centrale nel panorama delle relazioni internazionali. Un sistema internazionale non più eurocentrico, quindi, ha generato una crisi identitaria dalla difficile e complessa risoluzione, che allontana i popoli europei dalla via maestra tracciata dai padri fondatori al termine della Seconda guerra mondiale. I pontefici hanno tentato con i loro discorsi nel difficile compito di illuminare nuovamente la via e di “aggiornare” un’Europa in palese declino storico, culturale e politico.

Come si è visto, tutti i papi hanno manifestato interesse, in modo più o meno palese, nel tortuoso percorso di integrazione europea. Nonostante le diverse fasi culturali e politiche che hanno coinvolto il processo di unificazione, gli eredi di Pietro hanno mantenuto una linea comune, spendendosi in prima persona per la costruzione di un’Europa solida, democratica e attenta alle culture degli Stati membri. Già Pio XII sognava un’Europa unita, federalista e cristiana, ma metteva in guardia gli Stati sulla possibilità di assistere a nuove forme di nazionalismi dalle velleità egemoniche, dannosi per il processo di pace e di integrazione. Giovanni XXIII, invece, nel suo intento di riformare e modernizzare la Chiesa cattolica, non ha concentrato le sue energie sull’Europa, ma si è battuto strenuamente per la riunificazione del vecchio continente diviso dalla cortina di ferro. Sotto il Pontificato di Paolo VI, poi, si è registrato un aumento degli Stati membri e una maggiore definizione del ruolo delle istituzioni sovranazionali. Papa Montini, come si è visto, ha sin da subito allertato gli Stati membri su una possibile deriva tecnocratica a scapito dei valori originali di ogni singola nazione europea. Oggi, quella deriva è stata certificata da Francesco, che in un discorso al Parlamento europeo di Strasburgo chiedeva dove fosse finita l’Europa dell’umanesimo, della cultura e della democrazia. Di democrazia certamente si è parlato durante il lungo magistero di Giovanni Paolo II. Il clima di distensione favorito dalla fine della guerra fredda e le prime elezioni a suffragio universale per il Parlamento europeo hanno reso possibile il sogno di una mutua cooperazione e di arricchimento culturale per tutti i popoli del Vecchio Continente. All’alba del 2005, però, questo clima di condivisione e di multiculturalità ricercato dalle istituzioni faceva registrare a Benedetto XVI un’Europa senz’anima, incapace di riconoscersi attraverso i valori cristiani che l’avevano fondata. L’aspetto della multiculturalità ha interessato in modo differente gli ultimi due pontificati. La “diatriba” a distanza che coinvolge Ratzinger e Francesco su questo tema, infatti, ci permette di comprendere e certificare un cambiamento di rotta del comune sentire europeo. Se durante il magistero di Ratzinger si poteva percepire una voglia di apertura al mondo e alle culture diverse da quelle europee, con l’avvento di Francesco al soglio Pontificio si può certificare esattamente il contrario. Oggi, infatti, gli stati nazionali sembrano intenzionati a chiudersi in loro stessi per proteggere le loro tradizioni e la loro cultura. Quest’argomento, che certamente potrebbe in parte rassicurare Benedetto XVI, preoccupa considerevolmente Francesco, che mette in guardia i fedeli e gli Stati membri circa la possibilità concreta di una nuova forma di “nazionalismo conflittuale”. La multiculturalità, inoltre, è per papa Bergoglio il motore di questa Europa: “le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale”. Da qui la condanna al riduzionismo e agli intenti uniformanti che negli ultimi anni si sono fatti strada nel panorama politico europeo.

L’elemento comune in tutti i pontefici è quello sintetizzato nel motto stesso dell’Unione Europea: “Unità nella diversità”. Ogni pontefice, infatti, si è detto favorevole al processo di integrazione europea, ma, allo stesso modo, tutti i vescovi di Roma hanno difeso con convinzione le peculiarità culturali di ogni singola nazione del Vecchio Continente. Si può quindi registrare una continuità nel pensiero dei pontefici dal 1951 ad oggi, soprattutto nell’affermazione della comune eredità cristiana, nella ricerca della “Unità nella diversità” e nell’affermazione dei valori – come la pace e il dialogo – figli del secondo dopoguerra.

William de Carlo per Policlic.it

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